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      D'Annunzio nacque a Pescara nel 1863. Suo padre era un ricco possidente, di pessimo carattere, collerico e spendaccione. Egli s'accorse che Gabriele (terzogenito di cinque figli) aveva doti d'intelligenza non comuni: ecco perché quando il ragazzino compose un'opera in poesia, a soli 16 anni, la fece pubblicare a sue spese, col titolo Primo Vere. Gabriele era tanto orgoglioso del suo lavoro da spedirne una copia a Giosuè Carducci, allora il più acclamato poeta italiano. Dopo la maturità classica il giovane D'Annunzio si trasferì a Roma, per iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza, ma in realtà il suo scopo era darsi alla bella vita.

Divenuto cronista mondano di un giornale della capitale, entrò nell'alta società. Balli, cene, ricevimenti, appuntamenti d'amore, avventure galanti, duelli, riempivano le sue giornate. Si manifestò in lui quella che successivamente avrebbe assunto la forma di una vera ossessione: la smania di spendere cifre enormi in oggetti di lusso, superflui, che facevano di lui un uomo ammirato, ricercato e imitato. A vent'anni D'Annunzio sposò una duchessa. Subito dopo ottenne un posto fisso nel giornale La Tribuna di Roma. Ma dal 1884 al 1888 il Poeta accumulò una quantità tale di debiti da essere costretto, alla fine, a ritirarsi in Abruzzo, dove scrisse Il piacere, il primo di una serie di tre romanzi che gli fruttarono una grande popolarità. Molti si atteggiavano e si vestivano come lui, lo imitavano nelle avventure d'amore, nel lusso sfrenato, nelle abitudini eccentriche, e le donne spasimavano per lui.

Questa fama soddisfaceva pienamente D'Annunzio. Abbandonata la moglie e i tre figli, si lanciò in una serie di avventure amorose. La più celebre di queste passioni fu quella che legò il poeta alla grande attrice Eleonora Duse. Ella lo manteneva in un lusso incredibile, versandogli interamente gli incassi delle rappresentazioni delle tragedie che egli veniva componendo per l'innamorata, tra cui notissime sono Francesca da Rimini, La figlia di Jorio, La fiaccola sotto il moggio. La fama di D'Annunzio crebbe considerevolmente quando pubblicò il volume di poesie intitolato Laudi. Egli possedeva infatti una straordinaria abilità poetica e molta fantasia.

Nel 1910 fu costretto, per sfuggire ai creditori, a rifugiarsi in Francia, dove visse per cinque anni, finché il direttore del Corriere della Sera gli propose di sanare tutti i suoi debiti in cambio di una collaborazione costante al giornale. In verità, dietro questo patto c'era un disegno ben preciso: il Corriere era il giornale della borghesia lombarda, che sicuramente aveva intravisto in D'Annunzio e nella sua straordinaria capacità di persuasione un ottimo strumento per i propri obiettivi nazionalistici. Con le Canzoni delle gesta d'oltremare egli aveva già inneggiato all'impresa libica sostenendola entusiasticamente: egli ovviamente si sarebbe ora pronunciato a favore dell'intervento italiano nella prima guerra mondiale.

D'Annunzio rientrò trionfalmente in Italia: alla stazione di Roma lo aspettavano 80.000 persone. Parlò in Campidoglio infiammando gli uditori sostenendo la necessità dell'intervento immediato nella prima guerra mondiale, definindo il neutralista Giolitti capo dei malfattori e baciando teatralmente la spada appartenuta al garibaldino Nino Bixio. L'interesse di D'Annunzio per la politica risaliva al 1897, quando era stato eletto deputato della destra. Ma anche in questo campo aveva subito rivelato la sua originalità proclamando di non essere né di destra né di sinistra, bensì al di là del bene e del male.

Egli si ispirava al mito del superuomo, cui tutto è concesso, cui tutto è dovuto. Mito diffuso in quegli anni in Europa tra pensatori e filosofi, e inteso da D'Annunzio, che lo applicava a se stesso nella vita quotidiana, in senso profondamente reazionario. Eppure l'equivoco che lui stesso alimentava, atteggiandosi a simbolo del progresso, fece sì che nel 1900 fossero proprio i socialisti a offrirgli la candidatura per le elezioni. Egli accettò, ma fu sconfitto. Nel 1915 egli insistette per essere mandato in prima linea, possibilmente nella nuova arma, l'aviazione, che eccitava la sua fantasia. Durante un ammaraggio col suo idrovolante venne ferito a un occhio e costretto all'immobilità nel buio più assoluto. In quell'occasione dettò una delle sue opere più belle, il Notturno.

Nel febbraio del 1918, D'Annunzio escogitò un gesto molto spettacolare, che sarebbe passato alla storia col nome di Beffa di Buccari. Con tre Mas (motosiluri) egli compì le 300 miglia di mare che separano Venezia da Buccari (vicino a Fiume) dove, secondo le notizie ricevute, erano ancorate alcune navi da guerra austriache. Benché le acque intorno a Fiume fossero strettamente sorvegliate, gli Italiani guidati da D'Annunzio riuscirono a penetrarvi, ma trovarono solo quattro mercantili che non poterono neppure colpire perché i siluri si impigliarono nelle reti di protezione. Allora lasciarono, legati a boe e imbottigliati, alcuni messaggi beffardi. Lo stesso anno, in agosto, con alcuni compagni volò su Vienna lanciando migliaia di manifestini in cui si rallegrava di aver potuto violare i cieli della città nemica.

Ma la grande avventura di D'Annunzio doveva ancora arrivare. Al termine della guerra la città di Fiume (oggi Rìjeka, in Iugoslavia), era stata assegnata alla Croazia. Ma le migliaia di reduci scontenti, gli irredentisti, gli interventisti, esigevano che Fiume fosse italiana. D'Annunzio raccolse intorno a sé alcune centinaia di volontari, finanziati dagli industriali della guerra. Li chiamò, come nell'antica Roma, legionari. Con essi, il 19 settembre 1919, partì da Ronchi, tra Gorizia e Monfalcone, su una Fiat seguita da 26 autocarri stipati di fanatici ribelli, e di soldati dell'esercito regolare. Occupata Fiume, D'Annunzio sosteneva lo slogan Fiume nostra e Dalmazia nostra, ma non aveva le idee chiare. Egli si era auto-nominato Comandante e conduceva, al solito, una vita sfarzosa e disordinata.

Al tempo stesso emanava proclami e lanciava messaggi, raccogliendo non pochi consensi. L'iniziativa del tutto individuale di D'Annunzio creava al governo italiano gravi problemi, anche perché il Comandante, per rifornire la città che era praticamente isolata, dava ordine ai suoi uscocchi (avventurieri che imitavano gli antichi corsari dalmati di questo nome) di depredare le navi che transitavano nell'Adriatico. Fiume divenne un affare internazionale e D'Annunzio si rifiutò di abbandonare la città, come gli chiedeva il governo italiano. Finalmente, nel novembre del 1920, fu firmato il Trattato di Rapallo, che fissava in via definitiva i confini tra Italia e Iugoslavia, e stabiliva che Fiume diventasse città autonoma. Fiume fu attaccata dalle truppe governative. Ci furono degli scontri e 36 morti.

Il 28 dicembre la città si arrese: l'avventura fiumana era conclusa ingloriosamente. Ebbe inizio da quel momento la decadenza del poeta. Aveva 57 anni e, benché ancora circondato dalla celebrità, non era più in grado di condurre, né fisicamente né economicamente, la folle vita dissipata degli anni precedenti; e ciò lo faceva soffrire. Si ritirò in una villa sul Lago di Garda che ribattezzò Il Vittoriale degli Italiani. Era un luogo bellissimo, che il poeta trasformò in modo eccentrico e originale, accostando a cianfrusaglie di pessimo gusto numerosi oggetti d'arte. Qui ogni giorno decine di ammiratori venivano a visitarlo. Egli si mostrava solo per un attimo, attraverso una finestrella, dopo aver fatto subire lunghe, e talora vane, attese.

Al Vittoriale trascorse il resto della vita, oppresso nei primi tempi dal solito problema dei debiti, che finalmente nel 1926 trovò una soluzione con l' Istituto nazionale per la pubblicazione di tutte le opere di Gabriele D'Annunzio, fondato anche allo scopo di sovvenzionare il poeta con uno stipendio mensile. Quest'iniziativa era stata presa da Mussolini per tacitare D'Annunzio che, dopo l'impresa di Fiume, alla grandissima fama di letterato aveva aggiunto la popolarità dell'uomo d'arme. Durante il regime il poeta diede al fascismo la sua adesione incondizionata, al punto di manifestare pubblicamente la sua solidarietà col Duce dopo l'assassinio di Matteotti. Egli non lasciò più il Lago di Garda: il 1° marzo 1938 mori all'improvviso di emorragia cerebrale

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Giuseppe Ulivi