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D'Annunzio
nacque a Divenuto cronista mondano di un giornale della capitale, entrò nell'alta società. Balli, cene, ricevimenti, appuntamenti d'amore, avventure galanti, duelli, riempivano le sue giornate. Si manifestò in lui quella che successivamente avrebbe assunto la forma di una vera ossessione: la smania di spendere cifre enormi in oggetti di lusso, superflui, che facevano di lui un uomo ammirato, ricercato e imitato. A vent'anni D'Annunzio sposò una duchessa. Subito dopo ottenne un posto fisso nel giornale La Tribuna di Roma. Ma dal 1884 al 1888 il Poeta accumulò una quantità tale di debiti da essere costretto, alla fine, a ritirarsi in Abruzzo, dove scrisse Il piacere, il primo di una serie di tre romanzi che gli fruttarono una grande popolarità. Molti si atteggiavano e si vestivano come lui, lo imitavano nelle avventure d'amore, nel lusso sfrenato, nelle abitudini eccentriche, e le donne spasimavano per lui. Questa fama soddisfaceva pienamente D'Annunzio. Abbandonata la moglie e i tre figli, si lanciò in una serie di avventure amorose. La più celebre di queste passioni fu quella che legò il poeta alla grande attrice Eleonora Duse. Ella lo manteneva in un lusso incredibile, versandogli interamente gli incassi delle rappresentazioni delle tragedie che egli veniva componendo per l'innamorata, tra cui notissime sono Francesca da Rimini, La figlia di Jorio, La fiaccola sotto il moggio. La fama di D'Annunzio crebbe considerevolmente quando pubblicò il volume di poesie intitolato Laudi. Egli possedeva infatti una straordinaria abilità poetica e molta fantasia. Nel 1910 fu costretto, per sfuggire ai creditori, a rifugiarsi in Francia, dove visse per cinque anni, finché il direttore del Corriere della Sera gli propose di sanare tutti i suoi debiti in cambio di una collaborazione costante al giornale. In verità, dietro questo patto c'era un disegno ben preciso: il Corriere era il giornale della borghesia lombarda, che sicuramente aveva intravisto in D'Annunzio e nella sua straordinaria capacità di persuasione un ottimo strumento per i propri obiettivi nazionalistici. Con le Canzoni delle gesta d'oltremare egli aveva già inneggiato all'impresa libica sostenendola entusiasticamente: egli ovviamente si sarebbe ora pronunciato a favore dell'intervento italiano nella prima guerra mondiale. D'Annunzio rientrò trionfalmente
in Italia: alla stazione di Roma lo aspettavano 80.000 persone. Parlò
in Campidoglio
infiammando gli Egli si ispirava al mito
del superuomo, cui tutto è concesso, cui tutto è Nel febbraio del 1918, D'Annunzio escogitò un gesto molto spettacolare, che sarebbe passato alla storia col nome di Beffa di Buccari. Con tre Mas (motosiluri) egli compì le 300 miglia di mare che separano Venezia da Buccari (vicino a Fiume) dove, secondo le notizie ricevute, erano ancorate alcune navi da guerra austriache. Benché le acque intorno a Fiume fossero strettamente sorvegliate, gli Italiani guidati da D'Annunzio riuscirono a penetrarvi, ma trovarono solo quattro mercantili che non poterono neppure colpire perché i siluri si impigliarono nelle reti di protezione. Allora lasciarono, legati a boe e imbottigliati, alcuni messaggi beffardi. Lo stesso anno, in agosto, con alcuni compagni volò su Vienna lanciando migliaia di manifestini in cui si rallegrava di aver potuto violare i cieli della città nemica. Ma la grande avventura di D'Annunzio doveva ancora arrivare. Al termine della guerra la città di Fiume (oggi Rìjeka, in Iugoslavia), era stata assegnata alla Croazia. Ma le migliaia di reduci scontenti, gli irredentisti, gli interventisti, esigevano che Fiume fosse italiana. D'Annunzio raccolse intorno a sé alcune centinaia di volontari, finanziati dagli industriali della guerra. Li chiamò, come nell'antica Roma, legionari. Con essi, il 19 settembre 1919, partì da Ronchi, tra Gorizia e Monfalcone, su una Fiat seguita da 26 autocarri stipati di fanatici ribelli, e di soldati dell'esercito regolare. Occupata Fiume, D'Annunzio sosteneva lo slogan Fiume nostra e Dalmazia nostra, ma non aveva le idee chiare. Egli si era auto-nominato Comandante e conduceva, al solito, una vita sfarzosa e disordinata. Al tempo stesso emanava
proclami e lanciava messaggi, raccogliendo non pochi consensi. L'iniziativa
del tutto individuale di Il 28 dicembre la città si arrese: l'avventura fiumana era conclusa ingloriosamente. Ebbe inizio da quel momento la decadenza del poeta. Aveva 57 anni e, benché ancora circondato dalla celebrità, non era più in grado di condurre, né fisicamente né economicamente, la folle vita dissipata degli anni precedenti; e ciò lo faceva soffrire. Si ritirò in una villa sul Lago di Garda che ribattezzò Il Vittoriale degli Italiani. Era un luogo bellissimo, che il poeta trasformò in modo eccentrico e originale, accostando a cianfrusaglie di pessimo gusto numerosi oggetti d'arte. Qui ogni giorno decine di ammiratori venivano a visitarlo. Egli si mostrava solo per un attimo, attraverso una finestrella, dopo aver fatto subire lunghe, e talora vane, attese. Al Vittoriale trascorse il resto della vita, oppresso nei primi tempi dal solito problema dei debiti, che finalmente nel 1926 trovò una soluzione con l' Istituto nazionale per la pubblicazione di tutte le opere di Gabriele D'Annunzio, fondato anche allo scopo di sovvenzionare il poeta con uno stipendio mensile. Quest'iniziativa era stata presa da Mussolini per tacitare D'Annunzio che, dopo l'impresa di Fiume, alla grandissima fama di letterato aveva aggiunto la popolarità dell'uomo d'arme. Durante il regime il poeta diede al fascismo la sua adesione incondizionata, al punto di manifestare pubblicamente la sua solidarietà col Duce dopo l'assassinio di Matteotti. Egli non lasciò più il Lago di Garda: il 1° marzo 1938 mori all'improvviso di emorragia cerebrale |
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Gabriele D'Annunzio Breve biografia Giuseppe Ulivi
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