Brani tratti da "PAPALAGI"
Discorsi del Capo Tuiavii di Tiavea delle Isole Samoa
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La vita dell' Uomo Bianco somiglia molto alla situazione di
un uomo che va in barca alla volta di Savaii e che quando ha
appena lasciato il porto pensa: quanto mi ci vorrà per
arrivare a Savaii?

Pensa, ma non vede il piacevole paesaggio
che attraversa con il suo viaggio. Ora gli si presenta sulla
sinistra il dorso di una montagna. E non appena il suo
occhio lo coglie, non può fare a meno di pensare "Cosa ci
sarà dietro la montagna?

Ci sarà una baia profonda o stretta?"

Preso da questi pensieri dimentica di cantare
insieme agli altri le canzoni del mare; non sente neanche
gli allegri scherzi delle fanciulle. Si è appena lasciato
alle spalle il dorso della montagna e la baia, quando lo
tormenta un nuovo pensiero: ci sarà una tempesta entro sera?

Proprio così, se entro sera ci sarà una tempesta. Cerca nel
cielo chiaro nuvole scure. Pensa sempre alla tempesta che si
potrebbe abbattere su di lui. La tempesta non arriva e
raggiunge Savaii senza danni. Però è come se non avesse
compiuto il viaggio, perchè i suoi pensieri erano sempre
lontani dal suo corpo e fuori dalla barca. Sarebbe potuto
benissimo rimanere nella sua capanna a Upolu.

Uno spirito che tanto ci tormenta è un demone, e non capisco
perchè dovrei amarlo tanto. Il Papalagi (Uomo Bianco) ama e
ammira il suo spirito e lo nutre con i pensieri della sua
testa. Non gli fa mai soffrire la fame, e quando i pensieri
si divorano tra loro non lo rimprovera neanche tanto. Fa
molto rumore con i suoi pensieri e li fa diventare chiassosi
come bambini maleducati. Si comporta come se i suoi pensieri
fossero preziosi come i fiori, le montagne e le foreste.

E' male e pericoloso quindi che tutti i pensieri, che siano
buoni o cattivi, vengano gettati immediatamente su sottili
stuoie bianche. "Vengono stampati" dice il Papalagi. Il che
vuol dire che quel che quei malati pensano viene trascritto
con una macchina misteriosa e prodigiosa, che ha mille mani
e la forte volontà di molti grandi capi. E non solo per una
o due volte, ma molte, infinite volte, sempre gli stessi
pensieri.

Si pressano poi insieme, in fasci, molte stuoie di
pensieri - "libri" li chiama il Papalagi  che poi vengono
inviate in tutte le parti del grande paese. Tutti quelli che
ricevono questi pensieri vengono subito contagiati. Divorano
queste stuoie di pensieri come fossero dolci banane; si
trovano in ogni capanna, se ne riempiono casse intere, e
vecchi e giovani stanno a rosicchiarli come topi la canna da
zucchero.

E' per questo motivo che così pochi riescono ancora a
pensare ragionevolmente, con pensieri naturali come quelli
di qualsiasi onesto abitante delle Samoa. Allo stesso modo,
vengono ficcati nella testa dei bambini tanti pensieri
quanti ce ne entrano.

Ogni giorno devono per forza ingoiare
la loro dose di stuoie di pensieri. Solo i più sani si
sbarazzano di questi pensieri o li lasciano passare
attraverso il loro spirito come attraverso una rete. I più
però sovraccaricano la loro testa con così tanti pensieri
che non avanza più spazio e non vi penetra più nessun raggio
di luce. Questo si chiama: "formare lo spirito" e lo stato
permanente di tale confusione: "cultura", cosa ampiamente
diffusa.

Cultura significa: riempire la propria testa con le
conoscenze fino all'orlo estremo. L'uomo colto conosce la
lunghezza della palma, il peso della noce di cocco, i nomi
di tutti i suoi grandi capi e la data delle loro guerre.
Conosce la grandezza della luna, delle stelle e di tutti i
paesi.

Conosce per nome ogni fiume, e ogni animale e pianta.
Conosce tutto, proprio tutto. Poni una domanda ad una
persona colta, e ti spara addosso la risposta ancor prima
che tu chiuda bocca. La sua testa è sempre carica di
munizioni, è semprepronta a sparare. Ogni Europeo dedica la
più bella età della vita a fare della sua testa la canna da
fuoco più veloce.

Chi non vuole partecipare, viene obbligato.
Ogni Papalagi deve conoscere, deve pensare.

L'oblio (disfarsi dei pensieri) non viene esercitato, quando
invece sarebbe l'unica cosa che potrebbe guarire tutti gli
ammalati di pensiero; e quindi sono in pochissimi a sapervi
ricorrere. I più si portano dietro, nella testa, un carico
che affatica il corpo per quanto è pesante, lo indebolisce e
fa appassire prima del tempo.

Dobbiamo quindi, cari fratelli non pensanti -dopo quello che
vi ho annunciato in tutta onestà  emulare davvero il
Papalagi e imparare a pensare come lui?

Quando il Papalagi pronuncia la parola "Spirito", i suoi
occhi si fanno grandi, rotondi e fissi; gonfia il petto,
respira profondamente e si erge come un guerriero che ha
battuto il nemico. Perchè è particolarmente orgoglioso di
questo "spirito".

Qui non si parla dello spirito grande e potente che il
missionario chiama "Dio", di cui tutti non siamo che una
povera immagine, ma del  piccolo spirito, quello che
appartiene all'uomo e che fa i suoi pensieri. Se da qui vedo
l'albero di mango dietro la chiesa della missione, non entra
in azione lo spirito, perchè lo vedo soltanto. Ma se
riconosco che è più grande della chiesa della missione,
allora ciò è spirito. Quindi non devo solo vedere qualcosa,
devo anche sapere qualcosa.

Il Papalagi esercita questo suo sapere dall'alba al
tramonto.

Il suo spirito è sempre come un tubo di fuoco carico o come
un amo gettato. E perciò prova compassione di noi, popoli
delle molte isole, perchè non adoperiamo nessuna conoscenza.
Secondo lui siamo poveri di spirito e stupidi come l'animale
della giungla. E' certamente vero che adoperiamo poco la
conoscenza, quel che il Papalagi chiama "pensare". Ma c'è da
chiedersi se stupido è chi non pensa molto o chi pensa
troppo.

Il Papalagi pensa in continuazione. La mia capanna è più
piccola della palma. La palma si piega sotto la tempesta. La
tempesta parla con voce grossa. Così pensa: a suo modo
naturalmente.  Ciò è divertente e buono, e può essere
che abbia anche una sua utilità nascosta per chi ama fare
questo gioco nella sua testa. Ma il Papalagi pensa così
tanto che pensare per lui è diventata un abitudine, una
necessità, addirittura un obbligo.

Riesce solo con difficoltà a non pensare e a vivere con tutte
le sue membra insieme.
Spesso vive solo con la testa, mentre tutti i suoi
sensi sono profondamente addormentati. Anche se va in giro,
parla, mangia e ride. Il pensare, i pensieri, che sono i
frutti del pensare, lo tengono prigioniero. E' una specie di
ubriacatura dei suoi pensieri.

Il Papalagi ha un modo di pensare particolarmente, ed
estremamente contorto. Pensa semnpre a come qualcosa possa
essergli utile e a come averne ragione. Pensa sempre ad una
sola persona, non a tutte quante. E questa persona è lui
stesso.

Se un uomo dice: "La mia testa è mia e non appartiene ad
altri che a me", le cose stanno proprio così, e nessuno può
obiettare niente. Nessuno ha più diritti sulla propria mano
della persona stessa cui appartiene. Fino a questo punto dò
ragione al Papalagi. Ma lui dice anche : la palma è mia.
Perchè si trova proprio davanti alla sua capanna. Proprio
come se l'avesse fatta crescere lui stesso. La palma però
non è affatto sua. Non lo sarà mai. E' la mano di Dio che
dalla terra si tende verso di noi. Dio ha molte mani. Ogni
albero, ogni fiore, ogni filo d'erba, il mare, il cielo con
le sue nuvole, tutte queste sono mani di Dio. Possiamo
afferrare queste mani ed esserne contenti, ma non possiamo
dire: la mano di Dio è la mia mano. Questo però è quel che
fa il Papalagi.

"Lau" nella nostra lingua significa mio, e anche tuo: sono
quasi la stessa cosa. Nella lingua del Papalagi invece non
ci sono parole con significati più diversi di "mio" e "tuo".
E' mio quel che appartiene unicamente e solamente a me. Tuo
è quel che appartiene unicamente e solamente a te. Per
questo il Papalagi dice di tutto quello che si trova vicino
alla sua capanna: è mio. Nessuno vi ha diritto eccetto lui
stesso.

E' segno di grande miseria che l'uomo abbia bisogno di tante
cose: dimostra così di essere povero delle cose del Grande
Spirito. Il Papalagi è povero perchè brama tanto le cose.
Senza le cose non riuscirebbe a vivere. Dopo che si è
fabbricato dalla corazza della tartaruga uno strumento per
lisciarsi i capelli, dopo averci sparso dell'olio,
costruisce anche una pelle per questo strumento, e per la
pelle una piccola cassa, e per la piccola cassa una cassa
più grande. Mette tutto in pelli e in casse.

Ci sono casse per i panni, per quelli di sotto e di sopra,
per i panni da bagno, per la bocca e per gli altri panni
ancora, casse per le pelli da mani e da piedi, per il
metallo rotondo e la carta pesante, per le provviste di cibo
e per il libro sacro, per tutto, proprio per tutto. Deve
bastare una sola cosa, ne fa tante. Se vai in una cucina
europea, vedrai tante ciotole per mangiare e strumenti per
cucinare, di cui non ci sarà mai bisogno. E per ogni cibo
c'è una ciotola diversa, per l'acqua una diversa da quella
per le bevande alcooliche, per la noce di cocco una diversa
da quella per la colomba.

In una capanna europea ci sono tante cose che anche se ogni
uomo di un villaggio delle Samoa le caricasse con le sue
mani e braccia, non basterebbe tutto il villaggio per
portarle via tutte. In una sola capanna ci sono tante cose,
che parecchi capi bianchi hanno bisogno di molti uomini e
donne che non fanno altro che mettere al loro posto queste
cose e pulirle dalla sabbia. E perfino la più nobile vergine
dedica molto tempo a coltare le sue molte cose, a sistemarle
e a pulirle.

Non ho mai trovato quindi in Europa una capanna dove potessi
dormire su una stuoia senza che niente disturbasse le mie
membra nell'atto di stendersi. Tutte le cose mandavano
bagliori o urlavano forte con la bocca del loro colore e io
non riuscivo a chiudere gli occhi. Non riuscivo mai a
trovare pace, e mai desideravo di più la mia capanna nelle
Samoa, dove non ci sono cose oltre alla mia stuoia e il
rotolo per dormire, dove non mi raggiunge niente oltre al
dolce aliseo del mare.

Chi ha poche cose si dice povero e ne è afflitto. Non c'è
nessun Papalagi che canta e ha occhi felici, pur non avendo
altro che la sua stuoia e la ciotola per mangiare, come
tutti noi. Gli uomini e le donne del mondo bianco
gemerebbero di malinconia nelle nostre capanne, si
affretterebbero a prendere legna dalla foresta, la corazza
delle tartarughe, vetro, filo di ferro e pietre colorate e
altro ancora, e muoverebbero le mani da mattina a sera,
finché la loro casa nelle Samoa non si fosse riempita di
cose piccole e grandi.

Più uno è un vero Europeo, più ha bisogno di cose. Per
questo le mani del Papalagi non cessano mai di fare cose.
Per questo i volti dei Bianchi sono spesso così stanchi e
tristi, e solo in pochi arrivano a vedere le cose del Grande
Spirito, agiocare sulla piazza del villaggio, a comporre e
suonare canti gioiosi o a danzare nelle giornate di sole
sotto la luce e a gioire delle loro membra in tanti modi,
come succede a tutti noi.

Loro debbono fare cose. Devono proteggere le loro cose. Le
cose si attacano a loro e gli strisciano intorno come le
piccole formiche della sabbia. Con cuore freddo commettono
qualsiasi delitto, per arrivare ad ottenere le cose. Si
fanno la guerra, non per l'onore virile, o per misurare la
loro vera forza, ma solo per le cose.

Tuttavia sono consapevoli della grande miseria della loro
vita, altrimenti non ci sarebbero tanti Papalagi che godono
di grandi onori perché passano la vita non facendo altro che
immergere peli in succhi colorati per gettare belle immagini
su stuoie bianche. Scrivono tutte le cose belle di Dio, il
più colorate e sinceramente liete possibile. Con la terra
molle danno anche forma a uomini senza panni, a fanciulle
con i movimenti belli e liberi delle vergini delle nostre
isole, a figure di uomini che brandiscono clave, tendono
l'arco o che spiano la colomba selvatica nella foresta.
Uomini fatti di terra, per i quali il Papalagi costruisce
capanne solenni particolarmente grandi nelle quali la gente
giunge da lontano per godere della loro santità e bellezza.
Vi stanno davanti, tutti avvolti nei loro molti panni, e
rabbrividiscono. Ho visto piangere il Papalagi di fronte a
tale bellezza, la bellezza che lui ha perso.

 
  


Pace

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