UNO SCHIAVO RICORDA

L’uccello è sempre uccello ed a me piace spompinare mini e normodotati, ma un supercazzo tanto grosso da obbligarti a spalancare la bocca per ospitarlo e tanto lungo da svettare di due terzi fuori della mano che lo abbranca alla base, è la cosa più stupenda del mondo. E che dire quando senti il suo proprietario che comincia ad ansimare e che ti fa capire quanto sia vicino il preludio del vischioso zampillo di candido “nettare” in cui potrai annegare la lingua? Sublime! Voglio confidarvi che la schizzata di sperma in gola, specialmente se accompagnata da una lunga pisciata in bocca, mi ha donato sempre momenti di intenso godimento mentale, un appagamento che non saprei spiegare se non definendolo come una frustata di piacere sottomissivo. Questo inconscio desiderio di essere dominato, l’ho sempre covato dentro ed ho cercato di soddisfarlo con rapporti omosex, oserei dire “normali” ai quali aggiungevo un tocco fetish col pissing passivo. Ma non avrei mai pensato che un ometto !
conosciuto in un cinema a luci rosse (all’apparenza solo interessato a qualche trasgressiva esperienza omosessuale, e con il quale ho avuto per alcuni mesi rapporti omosex “consueti”), si sarebbe trasformato in un Maestro tanto delicato, quanto crudele, così esperto nell’insegnarmi a “succhiare” godimento dalla sofferenza fisica, da condurmi alla conoscenza del “piacere nel dolore” dove l’abisso del tormento si trasforma in estasi.

Daniel il superdotato.

Mi chiamo Niko, e qualche anno fa, frequentavo una sala nella quale le luci di sicurezza basse e l’ubicazione particolare dei bagni, favorivano gli “approcci”. Ci andavo il venerdì o il sabato sera, a metà del penultimo spettacolo. Appena entrato, mi mettevo con le spalle appoggiate alla parete in fondo alla sala per controllare chi fosse seduto nell’ultima fila. Dopo le prime volte, si diventa esperti nell’individuare quali soggetti è possibile avvicinare senza rischiare. Tre o quattro uomini che si voltano frequentemente e occhieggiano per invogliare coloro che stanno poggiati al muro di fondo, ci sono sempre. Quella sera, però, tranne una persona, la cui testa molto bassa sul sedile faceva immaginare più ad un bambino che ad un adulto, non c’era nessuno. Quando gli occhi si sono abituati all’oscurità, mi sono accorto che la testa (com’era logico che fosse) era quella di un uomo che poteva avere la mia età: trent’anni. Si è voltato nella mia direzione alcune volte, ma non sembrava avere intenzione di fare il consueto gesto, ovvero distendere il braccio sulla parte superiore della spalliera di una poltrona accanto alla sua, per invitarmi a sedergli accanto. Ero indeciso se tentare l’approccio od aspettare che entrasse qualcun altro. Dietro l’ultima fila delle poltrone, proprio alle spalle dell’uomo, c’era una colonna sostenente la sporgenza della galleria che sovrastava la platea. Approssimatomi ad essa mi ci sono appoggiato di spalla. L’uomo s’ è voltato a guardarmi e nel momento in cui l’ha fatto, mi sono palpato all’altezza della patta per dargli la certezza delle mie intenzioni.
Solo allora lui ha allungato il braccio. I gesti, in quelle occasioni sono pochi ma non fraintendibili. Un minuto dopo m’ero accomodato accanto a lui; qualche istante d’attesa ed ho preso a toccargli col mio, il suo ginocchio. Avvertivo la sua gamba premere contro la mia. Gli ho sfiorato con la mano destra la coscia. Non dava segni di ritrosia; anzi, ha accostato! ancor più la sua coscia alla mia. Ormai era chiaro che voleva incoraggiarmi. Ho fatto risalire la mano fin sopra la sua patta. Ho avvertito un grosso gonfiore che faceva presagire quanto l’uomo lo avesse di notevoli dimensioni. Ero eccitato al punto che la cappella del mio cazzetto di tredici centimetri in piena erezione, me la sentivo fradicia di liquido prespermatico. In quei momenti che preludono all’apertura dei calzoni, hai sempre la salivazione azzerata per l’emozione. Ti senti come un bambino che freme prima di aprire l’uovo di pasqua. Ho cercato lo zip della lampo e l’ho tirato in basso, ma un uomo che s’è fermato dietro di noi mi ha fatto ritrarre la mano. Con la coda dell’occhio ho visto che anche lui si toccava all’altezza dell’uccello come per farmi capire che voleva essere coinvolto. Tranquillizzato ed ancor più eccitato perché qualcuno ci stava osservando, ho allungato di nuovo la mano. Sotto gli slip, quell’ometto nascondeva una formidabile nerchia. Finalmente l’ho abbrancata. Era calda e pulsante di stimoli erettili.
Col pugno della mano non riuscivo a coprirne nemmeno la metà. Ho avvicinato la bocca all’orecchio dell’uomo e gli ho bisbigliato: «Vieni al bagno? Ti faccio un pompino con l’ingoio!» Lui ha annuito. Poco dopo ci siamo ritrovati accostati agli orinatoi nell’anticamera dei bagni. Era un uomo davvero piccolo(forse non raggiungeva il metro e cinquanta) e con un accenno di scoliosi che lo rendeva, se non proprio gobbo, un po’ curvo. Ma aveva un bel volto. Istintivamente ho avvertito il desiderio di tirarmi indietro. Forse lui mi ha letto nel pensiero perché l’ho visto che si scostava dagli orinatoi per andarsene, ma come se il mio io si ribellasse a quella “discriminazione” per il suo fisico non certo da culturista, l’ho invitato a riaccostarsi all’orinatoio. Poi gli ho aperto la patta e gliel’ho tirato fuori senza preoccuparmi che nel frattempo, era sopraggiunto il terzo uomo, quello che s’era messo dietro di noi in sala. Così mi sono ritrovato in mano un magnifico cazzo, duro come il marmo che doveva superare abbondantemente i venti centimetri reali di lunghezza. Che uccello formidabile! Avete in mente il cilindro di cartoncino su cui è avvolto il rotolo di carta da cucina? Se proverete a misurarlo, vi darà l’idea quasi esatta delle dimensioni di quell’uccello; dico quasi, perché la cappella e la base avevano un diametro di sei o sette millimetri superiori ed era paio di centimetri più lungo. Ma tornando al racconto, ho avvertito allo stomaco quell’acuto languore che mi prende sempre quando la libidine mi monta dentro come un’onda inarrestabile.
L’ho invitato ad entrare in un bagno e lì, con la porta mezza aperta perché il terzo uomo ci aveva chiesto di poter guardare (in cambio si è offerto di farci da sentinella e consentirci di chiudere se avesse sentito il sopraggiungere di qualcuno), mi sono chinato, gli ho scappucciato la cappella tirandogli completamente in basso la pelle del prepuzio e, spalancando le labbra per ospitare quella violacea ciliegiona, me la sono ficcata in bocca. Poi, socchiudendo languidamente gli occhi per il piacere di sentirmi pieno di cazzo fino all’ugola e di osservare quanto fosse ancora lunga e grossa la parte rimasta fuori, ho incominciato a fargli un lento pompino per il timore che venisse troppo in fretta. Dopo nemmeno due di minuti, l’ometto ha eiaculato. Non avevo sentito riversarmi tanto sperma in bocca dal cazzo di un solo uomo! Per fare fronte ai ripetuti fiotti di sborra, ho dovuto inghiottire più volte. Nonostante io abbia l’apertura mascellare ampia e le labbra carnose, la grossa cappella mi ha reso così difficoltoso l’ingoio, che ho avuto conati di vomito; infine, lasciato liberamente dondolare il serpentone davanti al mio viso, ho ripetutamente tossito perché un po’ di sperma mi era andato di traverso. Poi sono rimasto ancora chino a rimirare, incantato, quel meraviglioso cazzo che dopo avermi regalato una fantastica sborrata, si manteneva ancora in perfetta erezione. Avevo appena ripreso fiato e stavo spremendo (come si fa con un tubetto di dentifricio) l’uccello del piccolo uomo per fare uscire dall’uretra le ultime gocce di sperma e lapparle, quando il guardone, avvicinandomi alla bocca il suo pisello scappellato, mi ha chiesto di accontentarlo. Insomma, anche se il terzo uomo lo aveva di minori dimensioni, era pur sempre l’uccello in tiro di un quarantenne tanto eccitato per quel che aveva visto, da avere il viso contratto per la tensione.
Così mi sono messo a sbocchinare pure lui, ma ho rischiato di perdere la possibilità di chiedere all’ometto un altro appuntamento, perché quando ha visto che incominciavo a ciucciare l’uccello dell’altro uomo, è uscito dal bagno. Per timore che se n’andasse dal cinema, ho cercato di interrompere il pompino per raggiungerlo, ma il terzo uomo, tenendomi per la nuca con entrambe le mani, mi ha scongiurato di continuare. A quel punto ho sperato che invece di uscire dal cinema, l’ometto fosse rientrato in sala. Quel tizio era talmente duro a venire che, quando infine mi ha sborrato in gola, avevo le mandibole indolenzite, talmente glielo avevo ciucciato con foga per tentare di farlo venire in fretta. Fortuna ha voluto che invece di andarsene dal cinema, l’omino fosse tornato in sala, così ho potuto riagganciarlo. Gli ho chiesto se fosse stato disposto a rincontrarci con più tranquillità e lui ha accettato. Così abbiamo incominciato a frequentarci in una casa di sua proprietà, un vecchio cascinale ristrutturato circondato dal verde della campagna. Via, via che prendevamo confidenza, ci siamo sbizzarriti a proporci le porcate più sublimi. Ho scoperto che era amante di tante di quelle maialate che a descriverle tutte occorrerebbe scrivere un libro di cinquecento pagine! Una di queste era il pissing attivo. E quella, per me, è stata la prima bella sorpresa!
Per pisciarmi copiosamente in bocca, beveva almeno mezzo litro d’acqua minerale diuretica e, mentre aspettavamo che facesse effetto, ci baciavamo perlustrandoci a vicenda la bocca con la lingua. Mi mettevo poi a mordicchiargli la pelle dello scroto, a leccargli a lungo i coglioni (prendendoglieli in bocca uno per volta), quindi passavo al buco del culo. Gli infilavo il più a fondo possibile la lingua nello sfintere, torcendola e facendola andare avanti ed indietro come se lo inculassi. Insomma gli praticavo un meticolosissimo bidet a lingua profonda.
Spesso ci siamo sbizzarriti a surrogare la merda con la cioccolata da spalmare. E’ facile immaginare come mugolasse di goduria! Più lo sentivo gemere, più m’impegnavo a leccare il suo sfintere ed allo stesso tempo stringere quel meraviglioso, caldo matterello di carne pulsante, attraversato da grosse vene gonfie di sangue che era il suo cazzo. Ogni tanto glielo strizzavo cominciando dal profondo della base che si radicava sotto i testicoli per far uscire dall’uretra gocce di liquido prespermatico. Dapprima le lambivo con la lingua, poi allontanavo questa di qualche centimetro per far vedere al mio piccolo e curvo amante, il filo che si formava tra la mia bocca e la sua cappella. Poi, dopo essermi spalmato sulle labbra il traspare! nte liquido, ci passavo sopra la lingua e (il sapore del liquido prespermatico mi è sempre piaciuto moltissimo) lo assaporavo golosamente. L’ometto ansimava ed arrossiva di goduria parossistica quando, con tocco sapiente, gli titillavo con la punta della lingua il frenulo.
Il filetto lo aveva sensibilissimo e spesso mi diceva di smettere perché non lo facessi sborrare troppo in fretta. Era diventato talmente esigente che voleva lo tenessi sul filo dell’orgasmo per ore, perciò intervallavamo le nostre porcate con momenti durante i quali ci concedevamo pause sorseggiando spumanti o liquori. Quando infine non ce la faceva più a trattenere l’urina, mi pisciava in bocca a brevi fiotti. In quel modo la pisciata durava moltissimo e così pure il mio piacere mentale. Dopo avere assaporato l’urina col palato, la colavo in un grosso boccale per fargli vedere quanta ne era sgorgata dalla sua vescica. E quanta ne avevo assaggiata! Siccome l’urina, a differenza di quel che pensano gli schizzinosi, non ha un sapore particolarmente cattivo, ma soltanto asprigno e con un retrogusto di nocciola, spesso gli offrivo lo spettacolo della bevuta, sorseggiando direttamente dal boccale il liquido ambrato e spumoso come si trattasse non della sua urina ma di birra appena mesciuta.
Infine gli centellinavo un lungo ed estenuante pompino intrattenendomi a far rimanere il mio bizzarro partner, il più a lungo possibile sul limite dell’orgasmo affinché il suo cervello eccitato, comandasse a testicoli e prostata di produrre laghetti di sperma. Quando sborrava per la prima volta, era così sovraccarico che mi riempiva la bocca d’indescrivibili quantità di denso e candido liquido seminale che qualche volta inghiottivo solo dopo che, baciandoci, glielo avevo passato nella sua bocca. Quel gioco gli piaceva così tanto che si metteva sopra di me con la testa a mezzo metro dalla mia. Poi, prima di colare un copioso filo di sborra mista a saliva sulla mia bocca aperta come quella di uccellino implume che aspetta l’imbeccata, tratteneva in bocca il suo sperma e, muovendo lingua e guance per stimolare le ghiandole salivari, lo alimentava di nuovi liquidi.
Intanto che attendeva di rendere più abbondante la colata, mi strizzava con la punta delle unghie la pelle delicata dei minuscoli capezzoli ed io, stupito di me stesso, ho scoperto che nulla come il dolore fisico aveva la capacità di tenermi in tiro il cazzetto. Ed ho provato ancora stupore, quando, quasi indipendentemente dalla mia volontà, gli ho sussurrato che desideravo mi strizzasse i capezzoli ancora più forte! Lui, scoprendo con entusiasmo la mia predisposizione a godere del dolore, stringeva tra gli indici ed i pollici la pelle delle aureole e si metteva a tirarla e storcerla quasi al punto di lacerarmela. Io, intanto, preso dalla libidine del piacere nel dolore, aspettavo che dalla sua bocca incominciasse a colare sperma, ma quel mio strano amante, da raffinato sadico qual era(e che mi avrebbe poi avviato alla ricerca dell’estasi nel tormento fisico), indugiava perché bramassi di ricevere ancora il suo nettare. Voleva che spalancassi la bocca fino all’estremo delle capacità mandibolari e tirassi oscenamente fuori la lingua.
Solo allora incominciava a colare il suo miscuglio di sperma e saliva, badando bene di indirizzare il fiotto sulla mia lingua perché il liquido biancastro scorresse su essa e potesse osservarlo mentre mi ruscellava in gola. Queste porcate duravano lunghissimi minuti e lui era davvero straordinario, perché dopo la prima sborrata, non subiva affatto un calo della libido com’era naturale che accadesse. Evidentemente era un superdotato anche nel saper trarre intenso godimento psico fisico, in ogni momento. Per lui era come se il periodo cosiddetto “refrattario” in cui l’uomo subisce un calo della libido, non esistesse. Io, invece, per tenere in tensione la mia libidine, avevo bisogno di non sborrare. Spesso mi sparavo una sega, solo quando, tornato a casa, ripensavo alle maialate che avevamo fatto. Allora il mio cazzetto si trasformava in un piccolo idrante dei pompieri.
Qualche volta, per la soddisfazione di vedergli l’uccello zampillare come una fontana, gli terminavo il pompino con una sega tenendogli il cazzo in perfetta verticale. Vedere quella mazza di carne svettare come una torre, era incredibilmente eccitante e, quando dall’uretra sgorgava la sborra, i primi spruzzi raggiungevano altezze incredibili. Quando lo sperma, dopo essergli ricaduto sull’addome incominciava a colargli giù per i fianchi, m’affrettavo a raccoglierlo con lubriche leccate prima che bagnassero le lenzuola del letto. Quel meraviglioso palo di carne mi piaceva così tanto che, di volta in volta (sopportando conati di vomito e senso di soffocamento) riuscivo ad introdurmelo sempre più all’interno della bocca, fino a che ho incominciato a far penetrare, centimetro dopo centimetro, la grossa cappella giù per la gola, oltre le tonsille. Quel meraviglioso cazzo che misurava ventitre centimetri e mezza di lunghezza, bramavo d’ingoiarlo tutto e, nonostante mi sembrasse un’impresa impossibile ci ho provato.
Ho sopportato senso di soffocamento e ho imparato a rimanere in apnea. E’ stata un’impresa difficilissima, ma chi la dura la vince, ed alla fine sono riuscito a toccare con le labbra la base del pube e la pelle dei coglioni. Ho trasformato così il mio esofago in una vagina nella quale il mio amante introduceva il suo enorme uccello. Quel metodo che, nonostante provocasse a lui (a vedere la sua nerchia completamente fagocitata dalla mia bocca spalancata) un tale piacere che sborrava subito (gemendo come se lo torturassero) ed a me un’indicibile emozione psicologica, aveva un inconveniente: non mi faceva sentire il sapore dello sperma e percepirne gli schizzi perché l’eiaculazione avveniva direttamente nell’esofago e l’esofago non ha, come la lingua e le mucose della bocca, sensibilità e papille gustative. Ma un cazzo di quelle dimensioni, che mi giungeva fin quasi all’imboccatura dello stomaco, come se mi sottoponessero ad una gastroscopia penifera, compensava l’inconveniente. Quei primi mesi di rapporti che possiamo definire “normali” nel contesto di un libidinoso rapporto omosessuale, sono stati l’inizio di esperienze che non avrei mai pensato di fare, durante le quali mi sono sottoposto a pratiche che mai avrei pensato poter sopportare. L’ ometto è diventato il mio Maestro amante che mi ha guidato per sentieri sempre più perversi e portato a toccare, col fondo della depravazione, anche la vetta più sublime del piacere mentale provocato dal dolore: l’estasi. Quel che sto narrando e che narrerò, spero ecciti i lettori maggiorenni masochisti al punto di invogliarli a masturbarsi ma non ad emularmi in tutto, perché alcune pratiche sono pericolosissime ed altre debbono essere fatte prendendo tutte le precauzioni igieniche necessarie. Inoltre è necessario avere fiducia estrema del partner Maestro.
Intanto godete pensando alla mia lingua che fruga dentro lo sfintere del mio piccolo amante, alla mia bocca che sorseggia la sua urina, ed al suo magnifico cazzo che, completamente sprofondato nella mia gola, fa biancheggiare le pareti del mio esofago con ruscelli di sperma.
Un giorno il mio amante mi ha detto: «sei un porco e probabilmente anche un masochista fin nel profondo, ma non riesco a capire perché non mi hai ancora chiesto di incularti.»
«Da sempre ho desiderato farmi inculare» gli ho risposto «ma ho lo sfintere troppo stretto. Qualche volta ho provato a farlo con uomini minidotati, ma…»
«Ho scoperto che provare dolore ti piace. Non capisco perché non riesci a prenderlo in culo.»
«Non è un problema di dolore. E’ che mi contraggo al punto tale che non riuscirebbe a passare nemmeno un dito. Qualche volta sono riuscito ad introdurci carote o piccole banane ma ho sempre dovuto farlo in solitario.»
«Probabilmente non lo hai trovato le persone giuste. Vogliamo provarci?»
«Certo!»
«Allora, intanto, mettiti in ginocchio e sporgi le chiappe. Vado a prendere qualcosa che potrà aiutarti.»
«Messomi in posa col culo ben esposto, gli ho chiesto: «non ci provi con un dito?»
«No, voglio farti provare qualcosa di particolare.»
«Poco dopo è tornato con un piccolo cuneo conico in lattice rosa che nel punto più largo non doveva superare i tre centimetri di diametro. Dopo una strozzatura, il dildo s’allargava in un bordo di sicurezza più ampio per impedire il risucchio sfinterico.
«Daniel, così voleva essere chiamato il mio “Maestro”, ha preso a spalmarmi il buco del culo con una pomata lubrificante, poi mi ha chiesto. «Ora fai un respiro profondo e rilassati.»
Appena ho avvertito la punta del dildo premere sull’imbocco dello sfintere, mi sono contratto.
«Niko Avverti dolore?»
«No…»
Lui mi ha fissato con i suoi occhi bellissimi, di un’azzurro intenso che contrastavano con i capelli castano scuri. Aveva un sorriso quasi timido, affettuoso. La barba che teneva volutamente lunga di una settimana, donava al suo volto un’espressione di saggio intellettuale. Nessuno avrebbe mai immaginato, che dietro quel mite sguardo si nascondesse un raffinatissimo ed esperto sadico.«Allora rilassati» mi ha sussurrato.
«Non ci riesc…» Avvertii una rapida spinta ed un po’ di dolore. Daniel era riuscito a ficcarmi il cono in culo fino alla strozzatura.»
«Hai visto, Niko, che ci siamo riusciti? Ho approfittato del momento in cui ti sentivo rilassato. Hai bisogno soltanto di essere dilatato gradualmente. Ora tienilo dentro per mezzora, e non preoccuparti che il bordo più grande lo tiene bloccato. Poi proveremo con quello da quattro centimetri.»
Col piccolo dildo infilato in culo, mi sono messo supino e gli ho chiesto se quegli oggetti li avesse di tutte le misure.
«Certo, e li ho fatti modellare su mie precise indicazioni. Vuoi vederli?»
Ho annuito e l’ho seguito mentre apriva l’anta di un armadio. Ai miei occhi, la leggera incurvatura della sua schiena, invece che un difetto, assumeva sempre più una caratteristica d’autoritarietà. «Daniel con te farei qualsiasi cosa!» ho esclamato.
Lui ha tolto dall’armadio un bauletto e tornato a sedere sul letto mi ha detto con un tono pacato:«tempo al tempo e lo farai, ma dovrò addestrarti gradualnemte.»
Ha aperto il bauletto. C’erano cunei anali in lattice rosa e neri di diverse forme e dimensioni. Alcuni erano enormi. Stupito ho preso il dildo di diametro maggiore e l’ho rigirato tra le mani. Aveva una stranissima forma. Non più corto di venticinque centimetri, aveva il vertice arrotondato della grandezza di una pallina da ping pong e andava allargandosi fino a raggiungere il diametro di sei, sette centimetri, seguiva una strozzatura di diametro poi il dildo tornava ad ingrandirsi raggiungendo il diametro di nove, dieci centimetri per poi strozzarsi ancora, quindi il curioso cuneo a larghezze variabili, tornava ad ingrandirsi ulteriormente raggiungendo un diametro maggiore di quelli precedenti. Infine, dopo un’altra leggera diminuizione, il dildo terminava in un appoggio di sicurezza formato da una vera e propria ruota del diametro non inferiore a trenta centimetri. «Daniel», ho esclamato impressionato da quella specie di mostruoso “cazzo” «com’è possibile che un affare così possa entrare…»
«In culo?»
«Sì…»
«Sembra impossibile che lo sfintere possa dilatarsi così tanto, eh? Questo, nella parte più larga, misura tredici centimetri di diametro e le strozzature sono una mia idea per consentire a chi lo prende in culo di avere momenti di rilassamento della tensione sfinterica che aiuta a prepararsi alla successiva dilatazione.»
Mi è sfuggita una roca espressione di stupore. «Ingegnoso! Ma è incredile che esista qualcuno capace di farselo mettere nel culo.»
«Eppure ho conosciuto persone che sono capaci di tanto. Anche con cunei di dimensioni maggiori!»
Sono rimasto ammutolito e sconcertato.
«Ma ora pensiamo a dilatare di più il tuo culo.» ha aggiunto.
Qualche minuto dopo, la sua lingua mi perlustrava la bocca muovendosi come un serpentello. Poi ha allontanato di un poco il viso dal mio per potermi fissare.
«Niko, vuoi diventare il mio schiavo?» mi ha chiesto guardandomi con quei suoi occhi azzurri dall’espressione mansueta.» Ho sorriso ed accarezzato la sua barba incolta. «Sarei il primo o ne hai avuti altri?» gli ho domandato.
Un filo d’amarezza è comparso sul suo volto. «Ne ho avuti due. Il primo, un uomo di quarant’anni, mi ha lasciato per un venticinquenne alto un metro e ottantacinque e centodieci di torace…»
«E l’altro?»
«E’morto in un incidente stradale. Aveva ventiquattro anni. Il tuo viso me lo ricorda un po’.»
Come per confortarlo, ho abbracciato stretto il mio piccolo amante.
«Niko, non mi hai ancora risposto» ha insistito. «Non ti forzerò mai, né ti sottoporrò a trattamenti contro la tua volontà di subirli.»
Gli ho dato un bacio in fronte ed ho assentito. Intanto, cercando d’immaginare quanto potesse essere doloroso sentirsi dilatare lo sfintere da quel mostruoso dildo e le emozioni che poteva farti provare, mi tenevo in culo un cuneo di quattro centimetri di diametro e sette lunghezza. Il mio sfintere cominciava ad essere in grado di ospitare un cazzo di dimensioni normali. Quel giorno ci siamo addormentati abbracciati. Quando ci siamo svegliati era l’ora di cena. Ho telefonato in famiglia che non sarei rientrato, e sono uscito a prendere due pizze extra, superfarcite.

FINE PRIMA PARTE. Sto già scrivendo la seconda parte e la invierò appena sarò in grado di farlo.

SUPERSLAVE