IL CIONDOLO GIRATO

Credo che scrivere mi faccia bene. Si, mi aiuterà a superare questo momento. Sono così confuso... ho tante di quelle cose da raccontare. Ma forse dovrei partire dall'inizio, e lasciare perdere le inutili prefazioni.
Cominciamo da lei, Tanka. Un nome davvero strano, ma affascinante. Almeno per me lo fu, quando me lo disse con quella sua bocca un po' piccola e imbronciata. Seppi in seguito che era solo una parte di un nome molto più lungo e incomprensibile, qualcosa che all'orecchio suonava come "sciumanitu tanka". Ma non ne parlava volentieri, e per me fu sempre e solo Tanka.
La conobbi in palestra. La prima volta che la vidi ricordo di essere rimasto come incantato da quella ragazza minuta, ma muscolosa, che tirava calci al sacco come un ossessa. Era vestita molto semplicemente, pantaloncini larghi e maglietta grigia variegata dal sudore. Non fu certo l'abbigliamento ad attrarmi. Invece fu l'energia che emanava, o quei suoni gutturali che tirava fuori ad ogni affondo. Non so.
Ricordo che rimasi fermo sulla porta a guardarla godendomi ogni movimento di quel corpo compatto, e che quando mi passò accanto, ignorandomi completamente, annusai l'aria che aveva smosso, per un irrazionale desiderio di sentire l'odore di quel sudore. Aveva un odore forte ma buono, con un che di selvatico.

Imparai a conoscerlo bene quell'odore, in seguito, e ad apprezzarlo. Alla luce di quello che è successo qualche settimana fa, comunque, anche quell'odore ha un senso... Tante cose hanno un senso, e si ricongiungono come pezzi di un puzzle inquietante... è questo che mi fa paura, che si incastrino perfettamente, che nulla sembri fuori posto. Ma andrò con ordine.
Trovai una scusa banale per attaccare bottone, come si fa di solito, e lei alzò lo sguardo su di me per qualche secondo. Non lo scorderò mai, quello sguardo che fu l'inizio di tutto: so che è difficile crederlo, ma per un attimo i suoi occhi mi parvero gialli; un giallo netto, senza sfumature, macchiati solo dall'ombra nera della pupilla nel centro. Durò solo un attimo.
"Ciao, mi chiamo Luca" dissi più o meno tendendo la mano.
"Tanka". Mi rispose. Già, proprio così, non un 'ciao', un sorriso, niente. Quel nome strano buttato lì come se mi stesse facendo un favore, poi le sue spalle, e la sua camminata leggermente curva. Rimasi lì con la mano tesa; non sarebbe stato facile, con lei, pensai. E non lo fu.

La corteggiai per mesi. Non so cosa mi avesse preso, sono abbastanza piacente da non dovermi mai sforzare troppo per avere una ragazza. Ma quella... 'quella' ragazza mi affascinava.
Adesso ho una spiegazione anche per quella strana attrazione, finalmente.
Insomma la corteggiai: la invitavo fuori a cena, le facevo piccoli regali... tutto quello che di solito si fa con una ragazza normale; ma lei non era normale. Cominciai a rendermene conto vedendo il suo sguardo deluso di fronte alle mie rose rosse, ai miei cioccolatini, la sua aria annoiata a teatro. Era gentile, ma non entusiasta, si vedeva lontano un miglio. La vidi felice solo una volta, in quel periodo, ad un musical irlandese a cui la portai per sbaglio.

La svolta nel nostro rapporto arrivò il giorno in cui la invitai a pranzo a casa mia. Cazzo, se ripenso a quello che successe mi vengono ancora i brividi, ma cercherò di raccontarlo con le sensazioni che provai allora, sensazioni fantastiche, devo ammettere.
Prima però devo raccontare del gatto: si... il mio gatto si chiama Bowling, per la sua stretta parentela con le palle da bowling. Un gatto soriano pacifista, non l'ho mai visto aggressivo, o impaurito, che poi è la stessa cosa... mai.
Quando Tanka entrò in casa mia per la prima volta, si guardò intorno incuriosita, vagava per il salone sfiorando gli oggetti, alcuni li portava al viso e li annusava, una cosa che faceva sempre.
Ad un certo punto si bloccò di colpo. Aveva visto Bowling accovacciato sul divano, impegnato nella sua attività più frequente: dormire. Ricordo che la guardai perchè aveva una strana espressione sul viso, che allora non seppi classificare.
Si avvicinò silenziosa a Bowling, si sedette vicino a lui, e stette a guardarlo per lunghi secondi, finchè il gatto, sentendosi osservato, non aprì gli occhi. Difficile descrivere lo sguardo e il sorriso che le vidi fare in quel momento. Era come lo sguardo della strega di Biancaneve mentre la dolce fanciulla morde la mela. Cercate di immaginarvelo sulla ragazza che avete appena invitato a cena...
Bowling schizzò come un razzo giù dal divano, si irrigidì nella più classica delle pose di sfida, rizzò il pelo, soffiò come mai aveva fatto in vita sua, poi mise la coda fra le gambe e scappò lanciando miagolii strazianti. Rimasi di sasso. Per un attimo pensai che lei l'avesse picchiato, ma l'avevo guardata tutto il tempo, e sapevo che non l'aveva sfiorato con un dito. Si girò verso di me con un sorriso divertito ma di scusa, dicendo:
"I gatti non mi amano molto, temo..."
Ma io non la ascoltavo; avevo visto di nuovo, mentre si girava lentamente verso di me, quegli occhi gialli e quel luccichio inquietante. Non pensai che potevo essermelo immaginato, non lo pensai mai.
E comunque neanche i cani l'amavano molto, scoprii col tempo.

Fu in quel momento, credo, che mi affascinò totalmente. Mi lasciai trascinare dalle mie stesse suggestioni. Ero così stufo di ragazze tutte uguali, bionde tinte, coi seni sollevati dai push-up, le borsette lilla e le punto blu. Ero stufo e non lo sapevo.
Quando vidi quello sguardo, quell'espressione cattiva nei suoi occhi... capii che era di una come lei che avevo bisogno.
Mi avventai su di lei a la baciai. Non so neanche io perchè, ma la baciai, e lei non si fece indietro. Non partecipò neanche, quella prima volta, semplicemente si lasciò baciare, aprendo docilmente la bocca, e io ne approfittai per esplorarla, per carezzare con la lingua ogni anfratto, per gustarne ogni sapore. Fu un bacio fantastico, lo ricordo come fosse ieri: il suo corpo abbandonato ma consistente fra le mie braccia, la bocca che dovetti forzare leggermente con la lingua... Non mi abbracciò, lasciò che fossi io a decidere quando smettere, ma la dolcezza di quella lingua, il fascino che aveva su di me quella ragazza così originale, mi impedivano di staccarmi da lei. Ricordo che mentre la baciavo, e neanche questo mi sembra troppo strano, adesso, mi vennero in mente immagini di boschi, di ruscelli... Fu il telefono a riportarmi alla realtà.
Mentre rispondevo, ancora confuso da quel bacio coinvolgente, lei sparì in cucina. Quando la andai a cercare, pieno di aspettative per la serata, mi trovai di fronte uno spettacolo allucinante. Beh, se devo essere sincero, allora fu fantastico. Si, insomma... mi eccitò a dismisura, non me ne voglio vergognare.

Tanka era in piedi davanti al tavolo, le mani affondate nel coniglio che avrei dovuto preparare quella sera. Mi guardava fiera, ma tradendo un leggero disappunto per la mia comparsa.
Ricordo perfettamente che il mio sguardo attonito seguì lo straordinario sentiero percorso dal sangue dell'animale; partiva dal tavolo, su cui era colato, imbrattava le sue mani e finiva sul volto, sporcandole di rosso la bocca e il mento.

Rimanemmo fermi per molto tempo, credo, non saprei dire con precisione. Io stavo cercando di accettare quello che era evidentemente appena successo e nel frattempo combattevo l'eccitazione che quello spettacolo, nonostante tutto, mi provocava; lei stava valutando la mia reazione. Poi fece l'inatteso: estrasse la mano dal coniglio e la portò alla bocca, fissandomi. La lingua che comparve fra le sue labbra era già rossa di sangue; la mosse intorno alle dita in una danza morbida e pazzesca. Il cazzo mi si fece durissimo, sentii come una fitta nel ventre e mi precipitai, per la seconda volta, dovrei dire, verso di lei.
Avevo urgenza, urgenza di possederla. Volevo penetrarla mentre ancora odorava di sangue, mentre la sua lingua ripuliva voluttuosa gli angoli della bocca da quelle gocce infami.
Mi misi dietro di lei e tirai fuori il cazzo, pulsante come non succedeva da tempo, con una fretta che ora potrei giudicare da invasato. Si, ero invasato, impazzito, niente mi avrebbe fermato, rispondevo al richiamo della carne come un animale. Al richiamo del sangue, dovrei dire...
Le abbassai i pantaloni e non mi sorprese trovarla senza slip. Le passai velocemente una mano sulla fica, e la sentii bagnata. Non ci pensai due volte.
Mentre la penetravo con un colpo secco, il mio sguardo fu catturato da quelle mani poggiate sul tavolo, sporche di sangue. E fu sempre sangue quello che mi affluì al cervello, a fiotti, stordendomi. Mi lasciai travolgere dalla sensazione di bestiale piacere che stavo provando, sentii appena il suo respiro ansante rispondere alle mie spinte.
La sua fica era stretta, molto stretta, ed esercitava una fantastica e costante pressione sul mio sesso. Se chiudo gli occhi posso di nuovo sentirla su di me... posso ancora sentire le pareti morbide che ogni volta sembravano richiudersi, rifiutarmi, e creavano l'illusione di doverle riaprire a forza, ad ogni affondo. Dio... questa cosa mi mandò fuori di testa, completamente, era come se ogni spinta fosse la prima. Non capita spesso, una cosa del genere...

La scopai con una brutalità di cui mi vergognai, subito dopo, ma avrei scoperto in seguito che era lei, a ispirarmela. Era il suo corpo, che lo richiedeva, che mi rendeva frettoloso e impaziente, violento, quasi. Era lei, era quella sua fica che sembrava non volermi. E io non riuscivo ad oppormi.
Mentre l'orgasmo montava inesorabile nella mia testa, mi resi conto che lei non avrebbe fatto in tempo a godere, ma ormai era troppo tardi. Venni con una potenza che non avevo mai provato, la inondai di sperma, infliggendole selvaggiamente le ultime spinte, urlando senza controllo.
Quando mi calmai e mi avvicinai al suo collo per baciarla, per farmi perdonare, sentii distintamente quell'odore. Selvatico.

Dopo quell'amplesso furibondo lei fu stranamente dolce, mi portò di là, in salone, mi fece sdraiare sul tappeto, si strusciò a lungo su di me, poi mi si accoccolò a fianco. La vidi portare una mano alla fica e annusare poi i nostri odori misti al sangue che ancora le imbrattava le dita.
Fu in quel momento, credo, che capii di amarla. O meglio... sentii che mi aveva come stregato, ma ne fui felice.
La nostra storia andò avanti senza intoppi per un paio di mesi. Evitai però accuratamente di invitarla a cena se la selvaggina non era ancora cotta: avevo avuto un po' paura di me stesso, in quell'occasione. E Bowling non ebbe più quella reazione esagerata, nonostante si tenesse sempre a distanza di sicurezza da Tanka e non riuscisse a sopportare il suo sguardo. Avrei dovuto far caso di più a questi segnali...

Imparai a conoscerla, in quei due mesi. Sapevo ormai che l'avrei fatta più contenta con un pollo arrosto che con un mazzo di fiori, e che aveva una passione tutta maschile per la fatica fisica, per le sensazioni forti. Scoprii che aveva una forza insolita, per una ragazza, ma che adorava il ballo, quello irregolare e illogico della danza contemporanea, non quello classico.
Era una ragazza strana, ma non solo per gli abiti scuri di velluto che metteva con gli anfibi, o per quello stile un po' retrò che sembrava amare. Si comportava in modo strano, come quando si accucciava vicino a me dopo le nostre scopate, un gesto che contrastava violentemente con l'ansia e la foga con cui si faceva prendere, o con cui mi prendeva.
Per non parlare degli strani capelli che portava in giro con indifferenza in una pettinatura corta e arruffata... un colore indecifrabile tra il castano e il grigio.
Per non parlare del terrore che metteva indistintamente a cani e gatti, e di mille altre cose che non voglio ricordare... una cosa però devo dirla: credo di non averla mai vista senza il suo ciondolo al collo, un vecchio ciondolo d'argento opaco che portava al contrario, voltato verso il petto, e che non permetteva a nessuno di toccare. Era una ragazza strana, ve lo dicevo.

Già la seconda volta che uscimmo insieme capii che non amava le domande personali, e che nel suo passato c'era un'ombra scura che non voleva rivelare. Così come non mi rivelò mai cosa fosse quel ciondolo, e chi le avesse dato quello strano nome.
Imparai a convivere con i suoi misteri, a lasciarmi affascinare dalle sue stranezze.

La portai fra i miei amici solo una volta, a casa di Valentina e Gianni, e in quell'occasione, oltre a spaventare a morte il gatto come d'abitudine, infastidì non poco anche la padrona di casa leccandola dietro il collo. Ne voglio parlare perché fu l'unica volta in cui la vidi veramente ridere, ridere da stare male.
Tanka era stata una ragazza quasi normale per tutto il tempo, nonostante non portasse quegli scialbi vestitini color pastello che le trentenni di oggi trovano tanto sexy; lei indossava, sopra gli immancabili anfibi, una gonna viola lunga e sfilacciata alla fine, una camicia nera anni sessanta e l'immancabile ciondolo. Era così meravigliosamente diversa da tutte quelle insipide donne che vedevo intorno a me, così misteriosamente taciturna.
I miei amici la guardavano ammirati pur essendo lei l'esatto opposto del tipo di donna che avevamo sempre cercato; aveva un fascino interiore fatto di mistero, di risate contenute, di un'intelligenza fuori dal comune. Le loro donne la trattarono con fredda gentilezza tranne Katia, la mia ex, che sembrò affascinata da Tanka almeno quanto me.
Dolce, perversa Katia... se non fosse per lei, non sari qui a scrivere, ora.
Dicevo dunque che era stata quasi normale per tutta le serata, ma poi, proprio a fine serata... leccò la padrona di casa come una cagna in calore...
Lo fece a tradimento, mentre la salutava a fine serata: evitò il bacio sulla guancia e deviò verso il collo, con estrema naturalezza. Vi posò la lingua aperta e la leccò, semplicemente. Si scatenò il putiferio, le ragazze rimasero allibite, Gianni e altri amici ridacchiarono mentre lei, la vittima, si strofinava la mano sul collo con espressioni di stizza. Non mi importava, Valentina era insopportabile. Una ragazza repressa e bigotta, credetemi.
Quando fummo in macchina lei cominciò a ridacchiare, prima sommessamente, poi sempre più di gusto, contagiandomi, fino a che ci ritrovammo entrambi piegati in due sul sedile. Alla fine glielo chiesi fra le lacrime:
"Come diamine ti è venuto in mente di leccarla, me lo spieghi?!"
"Mi ha guardato vogliosa per tutta la serata... e poi - aggiunse facendosi seria - aveva un buon odore." Poi sorrise.

E sorrido anche adesso, mentre lo scrivo, nonostante tutto. Mi vengono in mente le mille stravaganze a cui mi fece abituare, le tante figuracce che mi fece fare, tutte cose che io consideravo ormai parte di lei, del suo essere "diversa" da tutte le altre.
Davvero per amore si diventa cechi.

Da adesso in poi cercherò di essere obbiettivo, più obbiettivo possibile, ma non sarà facile, la mano mi trema leggermente, lo confesso.
Qualche settimana fa le proposi un week-end con me a casa di un mio vecchio amico, un riccone che conosco da quando eravamo in fasce, ma stranamente simpatico. Lui sarebbe partito per una settimana, saremmo stati soli, quindi. Accettò con entusiasmo dopo aver visto le foto della casa.
"La città mi pesa".
Si, disse proprio così. La città mi pesa. Adesso so cosa intendeva...
La villa in riva al lago, circondata da ettari di bosco intatto, era favolosa. Un piccolo paradiso.
La sera accendemmo il fuoco, e lei mi spinse sul pavimento e mi montò sopra, selvaggia e irrequieta come sempre. Mi bendò, come faceva spesso, e solo in quell'istante, mentre annodava con mani leggere il fazzoletto di seta sui miei occhi, mi resi conto che non l'avevo mai vista negli occhi mentre facevamo l'amore. Mi resi conto di averla scopata quasi sempre da dietro, in quel modo animale che le piaceva tanto e che, quelle volte in cui ci eravamo trovati di fronte, lei mi aveva sempre bendato. Sempre.
Pensieri sconnessi che se ne andarono trasportati dal movimento regolare del suo bacino intorno al mio cazzo, dalla sensazione dei piccoli seni ondeggianti fra le mie mani.
Il ritmo aumentò, in pochi minuti il suo corpo minuto sussultava sul mio come un cavallo imbizzarrito. Sentivo la sua voce roca riempirmi le orecchie, mentre con le mani sui suoi fianchi accompagnavo quel movimento che ricordava una danza tribale. Aveva questo modo di fare l'amore senza risparmiarsi, l'avevo sempre giudicato un modo molto "animale". E anche questo pezzo del puzzle va al suo posto, ora...
Come se fluttuassi al di fuori di me a un certo punto immaginai le nostre sagome agitarsi convulsamente, i miei muscoli tesi e tremanti per il piacere e la sua testa reclinata all'indietro e... mi resi improvvisamente conto di non avere idea di come mettesse la testa mentre mi scopava, e desiderai vederla, immediatamente. Disobbedendole mi levai veloce la benda... non aveva affatto la testa reclinata all'indietro, stava fissandomi, invece.

Anche adesso, mentre scrivo... ho questa sensazione di freddo, di gelo che mi attanaglia. Le dita sono rigide, non riesco a scrivere bene. Ma ci provo. Devo liberarmi ancora una volta di questo incubo. Forse un giorno cesserà di esserlo.

Tanka mi stava fissando, dicevo, e quando i miei occhi incontrarono i suoi, il sangue mi si ghiacciò nelle vene, e ora so che non è un modo di dire... Il cuore si fermò un attimo, poi riprese a battere furiosamente, impazzito. Non li avevo solo immaginati, quegli occhi gialli.
Tanka li aveva davvero, gli occhi gialli.

Un giallo sfacciato, senza sfumature. Un giallo che anche fra i riflessi del fuoco si vedeva benissimo che era giallo. E la pupilla non era come doveva essere, rotonda, no: era sottile, una linea leggermente bombata che li attraversava come una piccola, spaventosa luna nera.
Non ho parole per descrivere il terrore che mi prese in quel momento. La scaraventai via con violenza, alzandomi di scatto. Rotolò sul pavimento morbidamente, nonostante la forza con cui l'avevo spinta via, ed atterrò carponi, la schiena arcuata come un animale spaventato, la bocca aperta, ansante. Gli occhi sbarrati, inesorabilmente gialli.
Ero terrorizzato, e il terrore mi paralizzava. Restammo non so quanti minuti immobili, a fissarci. Poi sembrò cambiare, si modificò, mostruosamente, e tornò normale. La schiena si rilassò, la bocca si chiuse, gli occhi tornarono verdi.
Si alzò lentamente, evitando di guardarmi, e uscì dalla stanza, con i passi più silenziosi che avessi mai sentito...

Non ho ricordi di quello che successe nelle ore successive, forse rimasi seduto sul divano a smaltire l'adrenalina, non so. Dormii, questo è certo.
Mi svegliai ad un certo punto, e con fatica realizzai che era di nuovo sera, ma del giorno dopo.
Di Tanka non c'era traccia.
Un tizzone nel camino sfrigolava ancora e guardandolo, guardando il suo colore rosso e l'ombra gialla che proiettava intorno a se', io mi chiesi se non era stata invece tutta suggestione, se non fosse stata colpa del fuoco, dell'eccitazione... Mi chiesi se non fosse stato tutto un enorme scherzo, oppure se non mi avesse drogato, o se non mi fossi drogato io... Cominciai a sentire il rimorso di quello che avevo fatto montarmi dentro. I sensi di colpa presero il sopravvento. Corsi per la grande casa a cercarla. Chiamai il suo nome, non ottenni risposta.

Poco dopo ero fuori e attraversavo quel bosco che nel buio della sera aveva un che di magico, di fatato: ricordava un po' quelle immagini che si trovano nei libri degli gnomi. Le sagome degli alberi erano nere contro il cielo rischiarato dalla luna, e mi stupii quando cominciarono le prime gocce di pioggia. Mi chiesi dove fossero le nuvole.
Mentre la pioggia aumentava fino a diventare un muro d'acqua davanti a me, la vidi.

C'era una piccola radura illuminata dalla luce azzurrognola e bagnata della luna e lei era lì al centro, in piedi. Nuda e fiera come un predatore, vestita solo del suo ciondolo girato. Gli occhi chiusi, il volto leggermente alzato, riceveva quell'acqua come fosse stato un dono.
Il respiro le sollevava il petto, e potevo vedere le gocce di pioggia solcarle la pelle. Mi soffermai a seguirne alcune. Le sfioravano la bocca, scendevano leggere verso il mento, poi precipitavano sul seno, lo circondavano come in una carezza, e infine galoppavano verso il suo sesso. Le ero vicino, potevo sentire il suo odore "selvatico" mischiarsi a quello di suolo bagnato, di foglie intrise d'acqua, vedevo la sua pelle solcata a tratti da brividi di puro piacere.

Sembrava fatta per stare lì. Sembrava fare parte di quel bosco, di quell'acqua che le scrosciava addosso. Un piccolo sorriso le increspava le labbra, era felice, e si vedeva.
D'un tratto allargò leggermente le gambe. L'acqua ora le scorreva copiosa fra la peluria del pube. Allungò una mano fino a sfiorarsi. Trattenni il fiato, non volevo che mi sentisse, volevo godere dello spettacolo che mi stava involontariamente offrendo. Si carezzava dolcemente, dondolando piano avanti e indietro. Mormorava qualcosa che non riuscivo a sentire distintamente, sembrava una litania. In quel momento pensai a come era diversa da quando scopava con me. Non era mai stata così dolce, né con me, né con se stessa.
La mano si muoveva leggera sul suo sesso, in una movimento circolare e ripetitivo; a volte mi sembrava di vedere che lo aprisse e lo tirasse leggermente verso l'alto; pensai che così avrebbe sentito le gocce di pioggia come piccole staffilate sulla carne... e mi sembrò di impazzire.
Sentii quello strano, misterioso fascino di cui era dotata, serpeggiare verso di me. Come una strega che portava a termine il suo incantesimo, Tanka, nuda e lucida di pioggia, stava catturandomi ancora una volta. Stava tessendo la sua trappola intorno a me, circondandomi con appiccicose spire di seta.
Fu colpa sua...fu lei.
Fu lei che mi stregò, di nuovo, e mi fece scordare l'esperienza del giorno prima. Mentre la guardavo rapito, ebbi la precisa sensazione di essere stato terribilmente, assurdamente stupido.
Si, lo pensai. In quel momento, in quel preciso momento, avrei giurato che nessuna creatura era più umana e dolce di quella che si stava facendo coccolare dalla pioggia, in quella radura quasi incantata. Mi vergognai di quello che avevo anche solo immaginato...
Ma non ero pronto per quello che vidi dopo. O forse il suo incantesimo non era abbastanza forte...

La vidi chinarsi sulle gambe fino a sfiorare il terreno umido con le mani e reclinare la testa all'indietro, assurdamente all'indietro. Non scorderò mai la curva meravigliosa di quel collo piegato, di quel seno teso verso l'alto, come non scorderò la paura che quella assurda posizione in cui si era "accucciata" mi incuteva.
Paralizzato, sentii un suono uscire dalle profondità del suo essere, dalla parte più nascosta del suo corpo. Un suono che cominciò come soffocato nel petto, ma poi si aprì, si espanse e scaturì dalle sue labbra aperte con un'intensità che aumentò fino a lasciarmi senza fiato: la sentii ululare.
Non potrei definirlo in altro modo. Era un ululato. Un lamento che sembrava non finire mai, come una lama che perforasse il silenzio, che mi tagliasse l'anima a fette. Era un verso che non aveva più niente di umano. Ne ebbi la certezza.
Si accorse di me, alla fine, dal tremito dei miei denti, credo. Si girò lentamente, e mi fissò con quegli occhi da belva. Bellissima, ma assolutamente spaventosa.
Chiusi gli occhi, non riuscivo a reggere quello sguardo. Pregai che tutto finisse presto.

Passarono lunghi secondi, il tempo scandito solo dal suo respiro. Sentivo che mi stava guardando, sentivo quegli occhi assurdamente gialli puntati su di me.
Poi all'improvviso percepii, fra lo scrosciare della pioggia, quel lieve, inconfondibile rumore che fa un animale che corre sulle foglie umide di un bosco. Non so se vi è mai capitato di sentirlo. A me si, e lo riconobbi. Era il rumore di quattro zampe che correvano via leggere e sicure.
Sapevo che non erano piedi. Erano zampe.

..
La mia storia finisce qui, ora che l'ho scritta non so se mi sento meglio o peggio, ma non fa niente.
Sono passate alcune settimane da questi fatti. Tanka non l'ho più rivista, ovviamente. L'ultima immagine che ho di lei è irreale, pazzesca: una piccola sagoma nera accucciata nella penombra, e quegli occhi gialli non umani, mostruosamente o meravigliosamente incastonati in un viso fiero e dolce insieme.
Non credo che me la scorderò mai, finchè vivrò.
Nel frattempo ho superato un esaurimento nervoso solo grazie alla mia ex, Katia, che era venuta a trovarci nella speranza di combinare qualcosa a tre... Invece, ironia della sorte, mi ha trovato solo, in posizione fetale, tremante e piangente vicino a quella radura. Una larva. Ero incapace persino di parlare. Il terrore, credo, o l'inizio di polmonite, fate voi. Katia mi ha curato, ascoltato. A lei ho raccontato tutto, con dovizia di particolari, compresi altri fatti strani su
cui ho sorvolato qui, ma... non so se mi crede. Lo vedo dal suo sguardo compassionevole.

Ma io non sono pazzo. So di non essere pazzo.

Dimenticavo, al collo, anche adesso, ho un ciondolo d'argento opaco; Katia me l'ha trovato addosso, là nel bosco. Lo porto girato verso il petto, e non permetto a nessuno di toccarlo, ne sono stranamente geloso.
Forse perchè ora so cosa c'è dall'altra parte: c'è un'impronta di lupo.