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The Camilleri's fans club

(Associazione Culturale)




La stampa 17.09.199
Montalbano odia i telefonini
e risolve i gialli anche per posta


Maurizio Assalto
UN po' di gloria anche per Catare'. Catare', l'agente Catarella: il bersaglio segnato delle ire (dei fermacarte) del suo capo, quello che parla parla, in uno stralunato gergo siculo-italiano, e non viene Mai al dunque, che ha il deserto nel "ciriveddro". Ebbene, anche in questo deserto puo' accadere che s'avventuri coraggiosamente un pensiero: e Catarella risolve un caso, come si intitola il racconto a cui subito correra' incuriosito il lettore che ha dimestichezza con i personaggi di Andrea Camilleri.
La raccolta a giorni in uscita da Mondadori - venti storie inedite, salvo quattro rielaborate - prende invece il titolo da un altro racconto, Gli arancini di Montalbano, pubblicato l'anno scorso dalla Stampa. Una (non piccola) dose, per i montalbano-dipendenti in crisi d'astinenza, che dal '97 ormai attendono un nuovo romanzo. Una sorta di "vita quotidiana" nel commissariato di Vigata (il paese immaginario facilmente identificabile con Porto Empedocle, dove Camilleri e' nato), fitta intrighi e di caratteri.
C'e', come sempre, l'ansioso angariato vicecommissario Mimi' Augello, ci sono i fidi agenti Fazio, Gallo e Galluzzo, l'infido Jacomuzzi della Scientifica, il vecchio preside Burgio e "mogliere", Adelina la "cammarera", Ingrid la svedesona. E naturalmente lui, il ruvido protagonista, apparentemente cinico, fedele a distanza alla sua Livia che sta a Boccadasse, Genova, con la quale intrattiene brevi telefonate e lunghe lettere; il commissario amico dei ladruncoli e nemico dei farabutti, che sa sempre con certezza quello che per gli altri e' ancora soltanto un sospetto, un'ipotesi, magari un'impressione imprecisata o neppure quello; insofferente, insonne, buongustaio, meteoropatico, dotato di una capacita' di osservazione implacabile, di uno spirito deduttivo che lo mette in grado, perfino, di risolvere un caso a giro di posta (in "Salvo amato..." "Livia mia...", una sfida investigativa-letteraria tutta giocata sullo scambio epistolare, sulla falsariga del felice romanzo di ambiente ottocentesco pubblicato l'anno scorso, La concessione del telefono).
Da un racconto all'altro Camilleri carica il protagonista di sfumature, ne mette a punto la psicologia, ribadisce gusti, abitudini e idiosincrasie (imprestandogli, probabilmente, i propri). Montalbano e' tranchant con i "giudici guerci" di qualche anno fa, che avevano un occhio solo, inflessibile, per i reati comuni, mentre tenevano ben chiuso quello con cui avrebbero dovuto inquadrare la mafia e la corruzione dei politici; non ama i telefonini ); odia firmare le carte, e tutte le altre incombenze burocratico-impiegatizie che attentano all'esercizio della sua intelligenza; non puo' sopportare i libri di certi storici revisionisti (ama invece Pessoa, Gogol, Lewis Carroll, oltre al quasi omofono spagnolo Montalban, che ha ispirato il suo autore); detesta i giornalisti che dicono giustiziato per ammazzato.
Lo sfondo e' quello abituale, la Sicilia, preferibilmente quella riarsa e pietrosa della canicola estiva, dura e insieme capace di imprevedibili squarci azzurri, ardua e ammaliante come l'impasto lessicale in cui e' trascritta. Camilleri sa graduare la lingua con maestria, con invenzioni a volte strepitose. Con un talento particolare nel ricreare i sapori, gli odori, i colori, la semplice bellezza di un mattino marino di sole. Tanto che alla fine viene la voglia di essere li' davvero, nella casa sulla spiaggia, quando Montalbano pensa a Livia e prende in mano la penna: "e' l'una di notte, ti scrivo seduto nella verandina, c'e' la luna e il mare e' una tavola. Quasi quasi mi faccio un bagno".


il messaggero 17.09.199
Anticipazioni/Esce il nuovo libro dello scrittore siciliano
con le avventure del commissario. Ne pubblichiamo un divertente brano
Camilleri, Montalbano
e la malafemmina

QUELLA mattina, mentre andava in macchina in ufficio, Montalbano notò un nutrito gruppo di persone che, coll’aria divertita, commentava una specie d’avviso impiccicato sul muro di una casa. Tanticchia più in là, quattro o cinque persone si morivano dalle risate davanti a un altro foglio impiccicato che gli parse uguale al primo. La facenna l’ammiravigliò, in genere c’è picca da divertirsi davanti a un avviso pubblico e quello pareva il tipico, ricorrente annunzio della sospensione dell’erogazione dell’acqua. Quando vide la stessa scena ripetersi poco dopo, non resistette alla curiosità, fermò, scinnì e andò a leggere. Era un quadrato di carta autoadesiva di una quarantina di centimetri per lato. I caratteri erano di quelli che si compongono a mano adoperando lettere di gomma da bagnare su un tampone d’inchiostro.
REFERENDUM POPOLARE
LA SIGNORA BRIGUCCIO È UNA P...?
(Ogni cittadino potrà rispondere al referendum scrivendo la sua libera opinione su questo stesso foglio)
Non conosceva la signora Briguccio, non l’aveva mai sentita nominare. Perciò la prima cosa che fece fu di parlarne con Mimì Augello, il più fimminàro di tutto il commissariato.
«Mimì, tu conosci la signora Briguccio?».
«Eleonora? Sì, perché?».
Evidentemente non aveva visto i manifesti.
«Non sai niente del referendum popolare?».
Quale referendum?» spiò Augello pigliato dai turchi.
«Sono stati impiccicati manifesti in paìsi che indicono un referendum per decidere se la signora Briguccio, Eleonora, come la chiami tu, sia una "p" o no. E quella "p" evidentemente sta per puttana».
«Stai babbiando?».
«Perché dovrei? Se non mi credi, vatti a pigliare un caffè al bar Contino, nelle vicinanze ci sono almeno tre manifesti».
«Vado a vedere» disse Augello.
«Aspetta, Mimì. Dato che la conosci, tu come risponderesti al referendum?»
«Quando torno ne parliamo».
Augello era uscito da manco cinque minuti che la porta dell’ufficio del commissario s’aprì violentemente, sbatté contro la parete, Montalbano sobbalzò e Catarella trasì.
«Mi scusasse, dottori, la mano mi scappò».
Il solito rituale. Lucidamente, il commissario seppe che un giorno o l’altro su qualche giornale sarebbe apparso un titolo così: Il commissario Salvo Montalbano spara a un suo agente.
«Ah dottori, dottori! Il signori e sinnaco Tortorigi tilifonò. Aiuto chiama! Dice accussì che nel municipio c’è un quarantotto!».
Montalbano si precipitò seguito da Fazio.
Quando arrivò, un cinquantino fora dalla grazia di Dio, invano trattenuto da alcuni volenterosi, stava pigliando a calci e a pugni una porta contrassegnata da una targhetta: Ufficio del Sindaco.
«Tu lo conosci a quello?» spiò Montalbano a Fazio.
«Sissi. E il signor Briguccio».
Montalbano si fece avanti.
«Prima di tutto si calmi, signor Briguccio».
«Lei chi è?».
«Il commissario Montalbano sono».
«Chi la chiamò? Il sindaco? Quel grandissimo cornuto del sindaco?».
«Sasà» fece uno dei volenterosi, «il signor commissario ha ragione. Prima di tutto calmati».
«Vorrei vedere a tia se scrivessero sulla pubblica piazza che to’ mogliere è una buttana!».
«Sasà» continuò il volenteroso, «ma chi ti dice che quella "p" per forza deve significare puttana?».
«Ah, sì? E che significa secondo te?».
«Mah. Pasticciona, per esempio».
«Oppure paziente, tanto per farne un altro» intervenne un secondo dei volenterosi.
Le due interpretazioni fecero arraggiare di più, e con ragione, il signor Briguccio che, sfuggito a quelli che lo tenevano, sparò due poderosi calci alla porta.
«Levalo di qua» ordinò Montalbano a Fazio.
Fazio, con l’aiuto dei volenterosi, trascinò il signor Briguccio in un’altra càmmara. Il commissario, tornata la calma, tuppiò discretamente.
«Montalbano sono».
«Un attimo».
La chiave girò, la porta si raprì. Assieme al sindaco Tortorici c’era un ometto, un sissantino grasso e calvo che s’inchinò.
«Il vicesindaco Guarnotta» lo presentò Tortorici.
«Che vuole da lei il signor Briguccio?».
«Eh, commissario, è una faccenda lunga che si trascina da trent’anni. Briguccio, io, e il qui presente dottor Guarnotta abbiamo militato assieme in quel vecchio, glorioso partito che ha garantito la libertà nel nostro Paese. Poi è capitato quello che è capitato, ma tutti e tre ci siamo nuovamente ritrovati nel nuovo partito rinnovato. Senonché, per questo maledetto gioco delle correnti, io e il dottor Guarnotta abbiamo avuto sempre certe convinzioni non condivise da Briguccio. Vede, commissario, quando De Gasperi...».
«Mi scusi, sindaco, ripeto la domanda: perché Briguccio ce l’ha con lei?».
«Mah... cosa vuole che le dica. Lui tenta di cangiare il fatto d’essere stato chiamato pubblicamente cornuto - perché questo significa in fondo la domanda del referendum - in una questione squisitamente politica».


Il corriere della sera 17.09.199

ANTICIPAZIONE Sta per uscire un nuovo libro dello scrittore siciliano: una raccolta di racconti brevi ambientati tra Vigata e New York. Con una parentesi «cannibal»

CAMILLERI I venti casi di Montalbano


«Gli occhi sono fritti al punto giusto. Ne vuoi uno?», «Sì, se tu assaggi un pezzo di polpaccio». Non sono battute di Hannibal the Cannibal, ma di due òmini che il commissario Salvo Montalbano sta spiando per conto del suo creatore Andrea Camilleri: finché il poliziotto di Vigata non prende il telefono e chiama il sittantino (cioè il suo autore di 74 anni), per dirgli che rifiuta questo racconto. Camilleri replica che lo accusano di buonismo («uno che conta storie mielate e rassicuranti») e che cerca di aggiornarsi («Tanticchia di sangue sulla carta non fa male a nessuno»): ma il commissario butta giù la cornetta.

Così, negli altri 19 racconti che compongono la seconda raccolta di storie brevi di Camilleri (la prima, Un mese con Montalbano, uscì da Mondadori nel '98), la trama si dipana in quella fetta di Sicilia che si estende tra le immaginarie (ma realissime) Vigata e Montelusa, con digressioni a Roma, Genova, New York: fra commissariato e trattoria, fìmmine più o meno virtuose, gente di rispetto poco rispettabile, borghesi piccoli e medi con loro bagaglio di vergogne e ossessioni private. Insomma, quel caleidoscopio d'umanità che Camilleri ha reso un classico non solo del poliziesco alla siciliana (malgrado i pastiche linguistici ricamati sul dialetto), ma di una letteratura di genere che è sempre meno tale quanto più l'intrigo diviene lente d'ingrandimento per osservare la commedia umana.

Così, Camilleri non cede a tentazioni splatter e va per la sua strada senza assilli di buonismo (in realtà, quando prevale la vena ironica, il sittantino sa distillare veleni), confortato dalle classifiche dei bestseller. Resta da chiedersi se il romanzo gli sia più congeniale del racconto breve o viceversa. Personalmente, siamo convinti che una trama distesa premi di più le sue virtù evocative, la sua capacità di coinvolgere il lettore in un'atmosfera.

Nel racconto, invece, l'affresco rischia di rimanere bozzetto. Lo stesso Camilleri ci disse di essersi cimentato nel giallo «come esercizio di disciplina» per «verificare se era capace di organizzare un intrigo secondo linee logiche». L'esercizio è più che riuscito, ma nelle storie brevi l'organizzazione dell'intrigo rimane contratta e spesso tutto si risolve in un colpo d'astuzia.

Il racconto non consente, è ovvio, vaste architetture: ha bisogno di quello scarto dell'inventiva capace di creare una crepa nella normalità, miracolo non facile da rinnovare ad ogni prova ma che, in alcune storie, Camilleri riesce a compiere mirabilmente. Da quella crepa, per esempio, escono i due vecchi attori che ogni sera mettono in scena le proprie morti; il vedovo allucinato che riconosce la propria moglie defunta in una puttana sittantina; la fìmmina oggetto del referendum popolare («La signora Briguccio è una P...?») e che nasconde le proprie mutandine fra i tomi di un letterato; l'ex giudice che accumula in casa quintali di faldoni per vedere se mai ha tradito la verità.

Tutte storie, cioè, dove l'inatteso conferma un pensiero di Montalbano, per quale «nell'anormalità del delitto due più due può fare cinque».

di CESARE MEDAIL,


La Repubblica 17.09.199

Camilleri tra i cannibali

INTERVISTA
Esce una nuova raccolta di avventure del commissario Montalbano mentre continua il successo senza precedenti dello scrittore


Il fenomenale successo letterario-editoriale di Andrea Camilleri deve essere visto negli altri paesi europei come un ennesimo segno della diversità italiana. Questa non è una terra di estroversi festaioli che leggono poco? E le tirature dei libri non sono tradizionalmente modeste, e spesso gonfiate dagli editori per evitare disperazioni e crisi di depressione negli autori e per attirare i lettori in fuga? Allora come si spiega che un solo scrittore rimanga per mesi nei primi cinque o sei posti delle classifiche di vendita con le sue storie scritte per metà in dialetto siciliano? E che un suo libro, Il corso delle cose, già pubblicato anni fa, e ristampato ora dalla Sellerio in 150mila copie, si sia esaurito in poche settimane?
Quest'estate Camilleri è entrato ufficialmente nel tour siciliano delle cose e persone da vedere, come Piazza Armerina e la Cappella Palatina, passando le sue brevi vacanze a Porto Empedocle, la Vigata dei racconti, a rispondere alle domande dei giornalisti tedeschi. "Erano nove, come una visita guidata", racconta lo scrittore. "E siccome appartenevano alle testate più diverse, le domande andavano dai cannoli all'influenza di Pirandello. Li ho portati al Caos e al ristorante del commissario Montalbano. Si devono essere molto divertiti. Erano arrivati ben messi, ben pettinati, ben vestiti, anche un po' rigidi, soprattutto le donne. E poi, dopo due o tre giorni, il caldo, il sole, il vino, il pesce, quello che si chiama il Sud, hanno operato l'abituale metamorfosi. Li ho visti letteralmente liquefarsi e alla fine ci davamo le pacche sulle spalle. Una ragazza mi ha chiesto dove erano sistemate durante la guerra le batterie contraeree: il padre aveva combattuto da queste parti e a casa ripeteva sempre il nome di Porto Empedocle. Le ho spiegato che lo sbarco alleato in Sicilia non è stata un'operazione particolarmente cruenta, perché i picciotti avevano provveduto già a tutto. E a Villalba, a dare il benvenuto all e truppe americane, c'era il sindaco, don Calogero Vizzini, incidentalmente il capo della mafia".
Martedì prossimo in Italia uscirà l'ultima raccolta delle indagini del commissario, pubblicata da Mondadori e intitolata, un po' turisticamente, Gli arancini di Montalbano. Da numerosi anni Camilleri ha scelto la tecnica del doppio binario, alternando le storie poliziesche con altre che si svolgono lontano dai commissariati. Credo che abbia un certo timore dell'invadenza di Montalbano e di vedere classificata sbrigativamente la sua opera come di "genere poliziesco". Ammiratore come tanti di Simenon, che rilegge continuamente, ha sempre detto che non poche storie di Maigret non stanno in piedi, e quando manca anche "quella certa atmosfera", il risultato è molto modesto. Mentre i libri senza Maigret, come Il testamento Donadieu, sono sempre di una qualità impressionante.
I racconti degli Arancini seguono l'abituale schema dei precedenti,con due eccezioni. Un racconto è epistolare. Un altro è molto più curioso. Al commissariato di Vigata la bonomia di fondo dei poliziotti, scemi o intelligenti che siano, è stata improvvisamente sostituita da una durezza e anche da una ferocia venute non si sa da dove. Il vice di Montalbano terrorizza un povero vecchietto e minaccia di tagliargli le palle con un rasoio. Lo stesso commissario assiste poco dopo a una scena che i cronisti definirebbero raccapricciante, durante la quale una ragazza viene violentata e poi sezionata, per essere divorata in un rito cannibalico. Allora Montalbano si mette una mano in tasca, pesca una scheda telefonica e va incazzatissimo verso una cabina a chiamare uno scrittore di 74 anni che sta a Roma a battere a macchina ancora alle due di notte. Come riconosce la voce del commissario, lo scrittore si altera: il protagonistanon lo può chiamare così, deve rientrare immediatamente nella storia. Ma Montalbano è deciso a rifiutare la parte e dice che non è cosa. Queste storie Camilleri le lasci ai giovani autori antropofagi.
Lo scherzo è benevolo verso i giovani autori, più risentito verso il mondo letterario e critico. L'enorme successo di Camilleri, veramente qualcosa che non si era mai visto dal dopoguerra a oggi, continua a innervosire molti che non si capacitano. "Alcuni hanno spiegato che racconto storie mielate e che sono consolatorio. Se ritengono consolatorio La mossa del cavallo, beati loro", dice lo scrittore. "Altri, che l'eccesso di vendite non mi ha fatto bene - e quando mai le vendite che non riguardano i propri libri fanno bene? E dunque sarei diventato ripetitivo, con l'occhio alla cassa e ai diritti d'autore. Gli americani dicono che non c'è cosa di successo più del successo, ma io stesso non ne ho mai compreso le ragioni. Esistono scrittori che compilano dei gialli tecnicamente migliori, dal punto di vista poliziesco. I miei libri sono scritti con un linguaggio misto, italiano e dialetto siciliano, non facilmente comprensibile. Dove sta la chiave?".
"Posso solo azzardare qualche ipotesi. Come per tutti gli scrittori siciliani, le mie storie non escono dall'isola. Gli scrittori lombardi non parlano sempre della Lombardia, gli scrittori romani evadono ogni tanto dalla loro città. Invece gli scrittori siciliani continuano a rimestare la loro terra ossessivamente perché in realtà non la conoscono e di conseguenza non sanno nemmeno chi sono loro. Nell'Almanacco Bompiani dedicato a Leonardo Sciascia è stata pubblicata una lettera di Calvino. Sciascia stava scrivendo Il giorno della civetta e Calvino lo sconsiglia di scrivere un giallo in Sicilia, dove tutto è prevedibile come nel gioco degli scacchi. Evidentemente Calvino non era mai stato in Sicilia e non giocava nemmeno a scacchi, perché è esattamente il contrario. E se vuoi conoscere il mondo, devi conoscere la Sicilia, come ha scritto Goethe e altri dopo di lui".
"Que sto fascino, questa attrazione che la Sicilia riesce a emanare, può essere una delle ragioni del successo. Si potrebbe osservare che in tempi recenti Sciascia l'aveva descritta e raccontata in modo impareggiabile. Impareggiabile sì, ma anche con una sottilissima ironia, con una sottigliezza che a molti nel continente sfuggivano. Le mie storie non sono ironiche, sono umoristiche, scritte in modo da passare lo stretto. Curiosamente, sono stato difeso da due critici molto differenti l'uno dall'altro: Carlo Bo e Angelo Guglielmi. Riferendosi all'atteggiamento davanti alla letteratura che il lettore percepisce nello scrittore, Bo ha detto che il mio potrebbe essere definito di non sacralità, di sdrammatizzazione, simile a quello di Graham Greene e di Simenon. Un atteggiamento valutato positivamente dai lettori. Guglielmi si è ricordato che ho lavorato per trent'anni alla Rai. Dietro la mia scrittura, c'è una tecnica, una capacità di sceneggiare apprese in decine di lavori teatrali".
"La leggenda che io sia nato scrittore a un'età veneranda mi manda in bestia. Una nota docente di letteratura, che non ha mai letto un mio libro, ha fatto sapere che il vero, giusto successo si conquista lentamente, faticosamente, non di colpo, come sarebbe accaduto a me. Ma se per venticinque anni sono rimasto a pietiner sur place. Ho iniziato a scrivere il mio primo libro a quarantadue anni, nel 1967: si chiamava Il corso delle cose, quello ristampato ora in 150.000 copie esaurite, e venne letto da Niccolò Gallo, che promise di publicarlo entro diciotto mesi per la Mondadori. Poi Gallo morì, la Mondadori lo rifiutò e per dieci anni non trovai un cane di editore che avesse voglia di farne qualcosa. Non riuscivo più a scrivere, il rifiuto mi aveva bloccato e se non fosse stato per l'iniziativa di Dante Troisi, che lo sceneggiò per la televisione, sarei rimasto fermo a quell'unico lavoro. Non so se il successo me lo sono meritato, ma certament e me lo sono sudato".

Ha venduto due milioni di copie




FENOMENO editoriale fra i più sorprendenti, Andrea Camilleri non ha solo venduto tantissimo (e tantissimo continua a vendere). A differenza di molti suoi colleghi autori di straordinari successi (dalla Tamaro a Umberto Eco a Oriana Fallaci), Camilleri trascina i suoi precedenti libri ogni volta che ne pubblica uno nuovo. Di fatto, da due anni e più, è presente nelle classifiche di narrativa italiana con quattro, cinque, anche sei titoli contemporaneamente. E, a detta di tutti gli esperti di vicende editoriali, questo è un fenomeno mai accaduto.
Dati precisi su quanto Camilleri abbia venduto non si hanno. I titoli pubblicati da Sellerio, una decina, si aggirano intorno al milione e mezzo, un milione soltanto dal giugno 1998 al giugno 1999. Mondadori, che ha pubblicato Un mese con Montalbano, ha venduto 450.000 copie, con venti tirature. Lo scorso anno è uscito da Rizzoli La mossa del cavallo, che si aggira sulle 180.000. Il totale fa poco più che due milioni.


http://www.stradanova.net
ANDREA CAMILLERI SCRISSE IL CORSO DELLE COSE più di trent'anni fa. Sembra incredibile, alla luce del successo che l'ha investito con la violenza di un tornado alla veneranda età di 73 anni, ma dovette pubblicarlo a sue spese.
   Il creatore del commissario Montalbano continua ad occupare contemporaneamente diversi posti delle classiche di vendita. Ogni volta che esce un suo nuovo libro trascina tutti i titoli vecchi: Il ladro di merendine, La forma dell'acqua, La voce del violino, la Concessione del telefono (tutti pubblicati da Sellerio) e l'antologia di racconti Un mese con Montalbano (Mondadori).
   Quest'estate Camilleri ha deliziato i suoi numerosissimi lettori con La mossa del cavallo (Rizzoli), giallo storico che prende spunto da un'inchiesta sulle condizioni economiche della Sicilia dello scorso secolo. E a fine ottobre, proprio perché l'astuto Camilleri non vuole scontentare nessun editore, Baldini & Castoldi pubblicherà una sua raccolta di pensieri, o meglio un diario intimo, intitolato Sicilianità. Qualunque altra persona avrebbe perso la testa, lui invece può permettersi di fare dichiarazioni azzardate:
Nei miei confronti trovo che ci sia un eccesso di consensi. Per fortuna io me ne frego, altri si troverebbero in difficoltà a scrivere un nuovo romanzo.

Quando ha capito che le cose stavano cambiando?
   Ho avuto dieci anni di rifiuti dalle case editrici, ma non facevo drammi. Pensavo, in virtù della mia concretezza, che quella non era la mia strada. Quando Garzanti mi ha pubblicato Un filo di fumo, le tremila o cinquemila copie mi andavano bene.

A quel punto si considerò uno scrittore professionista?
   Una volta Aldo Busi in una trasmissione, col suo consueto amore per il paradosso, disse che un scrittore può dirsi tale quando ha venduto cinquemila copie. Perciò io sentivo di avere la patente. E quando Elvira Sellerio mi disse che Il Birraio di Preston era arrivato a diecimila copie, esultai.

Adesso sta scrivendo un altro romanzo?
   No e non so quando lo farò. E' appena uscito La mossa del cavallo, senza Montalbano e non ambientato a Vigàta. Poco prima era uscito Il corso delle cose, forse il mio lavoro migliore.

Che tipo di infanzia ha vissuto a Porto Empedocle?
   Splendida, ed è per questo che alla fine mi sono ribellato ai miei genitori. Ero figlio unico, erano morti due fratelli prima di me, quindi si può immaginare come venivo trattato. Mio padre era un ispettore generale delle capitanerie di porto e i miei compagni erano figli di pescatori e contadini. Volevo essere pari a loro e ho fatto ogni genere di cattiverie, da vera carogna. E sono finito in collegio.

La Sicilia aiuta la produzione narrativa?
   Credo che sia il clima. Basti pensare a Bufalino, Sciascia, Pirandello o Tomasi di Lampedusa. Senza l'humus siciliano cosa sarebbero stati?

Il commissario Montalbano come ha preso forma nella sua testa?
   Il mio modo di scrivere è anarchico, metto su carta uno stimolo e non so che sviluppo avrà. Comunque sia sono convinto da sempre che la gabbia più forte per un narratore, come dice Sciascia, è lo schema del giallo.

Attraverso di lui si prende qualche rivincita?
   Visto che non posso mangiare, sogno attraverso lui di fare scorpacciate luculliane. Per il resto non condivido tante sue idee.

Dai suoi romanzi sembra bandita la proverbiale omertà dei siciliani.
   Sì, perché i siciliani non sono omertosi, basta solo saper "decrittare" il loro modo di ragionare.

Perché scrive impastando l'italiano e il siciliano?
   Io racconto storie. E questo è il modo in cui le hanno raccontate a me, lo stesso che uso per raccontarle ai miei nipoti.

Mariano Sabatini  16 settembre 1999



16.09.1999
Civiletti interpreta Camilleri

Nell'ambito del ciclo di spettacoli Avviso ai naviganti (sul molo del porto di Palermo, via Cristoforo Colombo) in chiusura, ci sara lo spettacolo di Giacomo Civiletti "Avrebbe tentato di alzare la moschittera?" tratto da Il birraio di Preston di Andrea Camilleri



Stradanova.net 16.09.1999

"Nei miei confronti trovo che ci sia un eccesso di consensi. Per fortuna io me ne frego, altri si troverebbero in difficoltà a scrivere un nuovo romanzo"

ANDREA CAMILLERI SCRISSE IL CORSO DELLE COSE più di trent'anni fa. Sembra incredibile, alla luce del successo che l'ha investito con la violenza di un tornado alla veneranda età di 73 anni, ma dovette pubblicarlo a sue spese.
   Il creatore del commissario Montalbano continua ad occupare contemporaneamente diversi posti delle classiche di vendita. Ogni volta che esce un suo nuovo libro trascina tutti i titoli vecchi: Il ladro di merendine, La forma dell'acqua, La voce del violino, la Concessione del telefono (tutti pubblicati da Sellerio) e l'antologia di racconti Un mese con Montalbano (Mondadori).
   Quest'estate Camilleri ha deliziato i suoi numerosissimi lettori con La mossa del cavallo (Rizzoli), giallo storico che prende spunto da un'inchiesta sulle condizioni economiche della Sicilia dello scorso secolo. E a fine ottobre, proprio perché l'astuto Camilleri non vuole scontentare nessun editore, Baldini & Castoldi pubblicherà una sua raccolta di pensieri, o meglio un diario intimo, intitolato Sicilianità. Qualunque altra persona avrebbe perso la testa, lui invece può permettersi di fare dichiarazioni azzardate:
Nei miei confronti trovo che ci sia un eccesso di consensi. Per fortuna io me ne frego, altri si troverebbero in difficoltà a scrivere un nuovo romanzo.

Quando ha capito che le cose stavano cambiando?
   Ho avuto dieci anni di rifiuti dalle case editrici, ma non facevo drammi. Pensavo, in virtù della mia concretezza, che quella non era la mia strada. Quando Garzanti mi ha pubblicato Un filo di fumo, le tremila o cinquemila copie mi andavano bene.

A quel punto si considerò uno scrittore professionista?
   Una volta Aldo Busi in una trasmissione, col suo consueto amore per il paradosso, disse che un scrittore può dirsi tale quando ha venduto cinquemila copie. Perciò io sentivo di avere la patente. E quando Elvira Sellerio mi disse che Il Birraio di Preston era arrivato a diecimila copie, esultai.

Adesso sta scrivendo un altro romanzo?
   No e non so quando lo farò. E' appena uscito La mossa del cavallo, senza Montalbano e non ambientato a Vigàta. Poco prima era uscito Il corso delle cose, forse il mio lavoro migliore.

Che tipo di infanzia ha vissuto a Porto Empedocle?
   Splendida, ed è per questo che alla fine mi sono ribellato ai miei genitori. Ero figlio unico, erano morti due fratelli prima di me, quindi si può immaginare come venivo trattato. Mio padre era un ispettore generale delle capitanerie di porto e i miei compagni erano figli di pescatori e contadini. Volevo essere pari a loro e ho fatto ogni genere di cattiverie, da vera carogna. E sono finito in collegio.

La Sicilia aiuta la produzione narrativa?
   Credo che sia il clima. Basti pensare a Bufalino, Sciascia, Pirandello o Tomasi di Lampedusa. Senza l'humus siciliano cosa sarebbero stati?

Il commissario Montalbano come ha preso forma nella sua testa?
   Il mio modo di scrivere è anarchico, metto su carta uno stimolo e non so che sviluppo avrà. Comunque sia sono convinto da sempre che la gabbia più forte per un narratore, come dice Sciascia, è lo schema del giallo.

Attraverso di lui si prende qualche rivincita?
   Visto che non posso mangiare, sogno attraverso lui di fare scorpacciate luculliane. Per il resto non condivido tante sue idee.

Dai suoi romanzi sembra bandita la proverbiale omertà dei siciliani.
   Sì, perché i siciliani non sono omertosi, basta solo saper "decrittare" il loro modo di ragionare.

Perché scrive impastando l'italiano e il siciliano?
   Io racconto storie. E questo è il modo in cui le hanno raccontate a me, lo stesso che uso per raccontarle ai miei nipoti.

Mariano Sabatini

Appunti sparsi ...
Marcello, Fois 
Sempre caro (Feltrinelli-Il maestrale)

Il Bustianu protagonista di questo libro non è un personaggio inventato. Non avrei potuto inventarlo per una serie di ragioni, non ultima il fatto che è realmente esistito, si chiamava Sebastiano Satta, è nato a Nuoro nel 1867 e vi è morto nel 1914, faceva il poeta ed era uno dei pilastri del foro nuorese come avvocato difensore. Ho ritenuto uno spreco inutile di energie provare a inventarmi un personaggio dal momento che la storia della mia città ne aveva uno bell'e pronto. Credetemi sulla parola: non capita tutti i giorni. Bustianu, come la sua, e la mia, città lo chiama tuttora con affetto, era il personaggio perfetto e calzava come un guanto alla mia idea di "eroe". Perché per costruire una serie di romanzi che abbiano lo stesso protagonista ci vuole un eroe... E Sempre caro rappresenta, per così dire, il primo gradino, un'indagine per un reato di abigeato, che trasporterà Bustianu dalla realtà alla fìction. Un caso semplice quello narrato, tutto giocato sull'intuizione e la passione di un uomo che è a metà fra la tradizione e la modernità, in un tempo in cui non c'era il telefono, il fax, il computer né si conosceva l'uso delle impronte digitali. In un mondo, la Barbagia della fine dell'Ottocento, dove l'annessione a una nazione moderna, l'Italia appena nata, era spesso sentita, non sempre senza ragione, come una prevaricazione. Un romanzo dove gli elementi della tradizione letteraria, anche ottocentesca, si mischiano al taglio "cinematografico" nella scansione della vicenda. Il linguaggio è giocato sulla particolarità bilingue della terra che ambienta e informa Sempre caro. Linguaggio che non è italiano sardizzato né sardo italianizzato ma, per citare Kundera a proposito di Chamoiseau, "l'espressione della libertà di un bilingue che nega l'autorità assoluta di una delle due lingue e ha il coraggio di disobbedire a entrambe". Bustianu avrebbe avuto questo coraggio.



Marcello Fois è nato a Nuoro nel 1960. Scrittore e autore teatrale, attualmente vive e lavora a Bologna. Ha pubblicato Ferro Recente (1992, con prefazione di Carlo Lucarelli); Meglio Morti (1993); Falso gotico nuorese (1993); Picta (Premio Calvino, 1995); Gente del Libro (1996); Il silenzio abitato delle case (1996); Sheol (1997); Nulla (Premio Dessì, 1997).



PREFAZIONE

di Andrea Camilleri



Davanti alla prefazione di un libro mi comporto in tre modi: la salto; la prendo in considerazione dopo aver letto il libro; la leggo prima solo se penso di trovarvi notizie e dati utili alla comprensione del testo. Quindi, venendomi a trovare nella posizione di prefatore, consiglio il lettore di far ricorso al secondo dei miei sistemi. Dia un'occhiata alla prefazione dopo aver letto questo romanzo di Marcello Fois, così io non avrò avuto la pretesa di guidare in qualche modo colui che legge, guadagnandoci invece la libertà d'esprimere la mia opinione che consiste in una sorta di commento personale alla lettura. Una prefazione che vorrebbe essere una postazione.

Premetto due cose. Ho incontrato Fois solo due volte, abbiamo scambiato poche parole. Non avevo mai letto nulla di suo prima di questo Sempre caro.

Dirò subito che la mia sorpresa è francamente notevole. E non lo dico per ragioni di circostanza. Dunque: in Sempre caro Fois racconta la storia di un'indagine, quella compiuta da un avvocato che deve difendere un giovane accusato di abigeato. Il giovane, inspiegabilmente, non solo si è dato alla latitanza, ma pare voglia distruggere le possibili prove a suo favore. Si tratterebbe perciò di un "giallo" sui generis, la cui particolarità è accentuata dal fatto che la vicenda ha luogo alla fine del secolo scorso ed è ambientata tra le aspre campagne sarde. Come si sa, un "giallo" non urbano è veramente perla rara. Ma da questo momento non parlerò più di "giallo", dire che questo di Fois sia un romanzo "giallo" suona riduttivo. Romanzo, semplicemente. E con tutte le carte in regola. Considerate, ad esempio, la struttura. Essa si avvale di almeno tre voci narranti: quella dell'autore, quella del padre dell'autore (che è colui che narra la storia) e quella dell'avvocato-investigatore. Questo comporta una singolare giustapposizione di angolature prospetticbe (spia ne è il passaggio continuo dalla prima alla terza persona) e un'affascinante scomposizione del tempo narrativo.

Poi c'è il fascino della scrittura di Fois, che consiste in una sapiente, calcolatissima commistione tra lingua e dialetto. "Quando cerco una parola che abbia un suono diverso, che porti anche una specificazione più precisa, uso il sardo. Credo che questo sia il contributo che ogni etnia regionale dovrebbe portare." Queste sono parole di Sergio Atzeni. L'abilità di Fois consiste nell'usare la lingua come una sorta d'incastonatura atta a ricevere la parola dialettale per renderla appunto di "specificazione più precisa" senza però che quella parola brilli come un diamante solitario e sia invece perfettamente innestata nel continuum del racconto.

Infine, rileggetevi, che so, la sequenza che inizia con "Me ne andavo così, apparentemente senza una meta precisa", oppure l'ultima, che inizia con "Ed ecco un'altra estate". Bene, qui, sornionamente, Fois lascia travedere l'altro suo volto, quello di un poeta autentico. Non mi era capitato, negli ultimi tempi, d'imbattermi in un narratore che avesse un così profondo, lucreziano direi, senso della natura e insieme la capacità di trasmettercelo.



"Raccontare Trieste 1997" e' un "libretto" realizzato a cura degli editori triestini, tirato in 2000 copie e distribuito gratuitamente in occasione della manifestazione "Piazza Gutenberg. Da Gutenberg al Laser" tenuta a Trieste in Piazza dell'Unita' d'Italia dal 29 maggio al 8 giugno 1997. In questo libretto ci sono 7 racconti di cui uno solo e' di Andrea Camilleri (che e' quello incluso nel libro "un mese con Montalbano"). Gli alri sei sono di Roberto Barbolini, Matteo Galiazzo, Lucio Klobas, Francesca Mazzuccato, Giulio Mozzi e Bruno Ventavoli.

Guido

Il messaggero 13.09.1999
Premi. A Ischia l'edizione "clonata" del riconoscimento
A Camilleri il Morante bis

DUE isole per un premio dedicato a un'autrice che ha fatto la storia della nostra narrativa: a Elsa Morante e al suo romanzo L'isola di Arturo, ambientato proprio in quel mare del Sud d'Italia profondamente amato dalla scrittrice. Conteso a colpi di carte da bollo e, infine, "clonato" per essere riprodotto a poche miglia di distanza. Nato tredici anni fa a Procida, il premio quest'anno, con tutta la giuria, presieduta da Dacia Maraini, si e' duplicato a Ischia dove ieri sono stati annunciati i vincitori della prima edizione. Andrea Camilleri per la narrativa con La mossa del Cavallo (Rizzoli), Philippe Sollers (Il mirabile Casanova, Il Saggiatore) ex aequo per la saggistica con Giorgio Ficara (Casanova e la malinconia, Einaudi). La sezione di traduzione e' andata a Giovanni Giudici per Onieghin di Puskin (Garzanti), il premio speciale dell'amministrazione lo ha vinto Sandro Onofri, con L'amico d'infanzia (Mondadori).
"Le isole nel nostro arcipelago, laggiu', sul mare napoletano, sono tutte belle", ha scritto la Morante nel libro. Certamente incantevoli, ma litigiose. E, anche a polemiche superate, l'amarezza rimane. "Il sindaco ci ha cacciato", tuona Tjuna Notarbartolo da Ischia, "ma la cultura non ha confini: da Procida e' venuta una nave con una delegazione. Speriamo il prossimo anno di organizzare un premio allargato alle due isole". Meno conciliante il sindaco di Procida, Luigi Muro, puntando il dito proprio contro la Notarbartolo: Ha partecipato nel '98, in concorrenza con il Comune, al finanziamento dell'Unione europea sui parchi letterari. Sollevata dall'incarico di organizzatrice del premio, ne ha creato uno simile a Ischia, spiega. E continua: Il nostro premio si svolgera' il 18 settembre. La nuova giuria sara' presieduta da Fernanda Pivano. (La Pivano, pero', ha detto che non partecipera' per motivi di salute). A luglio, il sindaco Muro ha rinunciato al ricorso fatto contro l'associazione Elsa Morante che aveva trascinato in tribunale per impedirle la celebrazione del premio svoltosi ieri a Ischia. Era il 1957 quando il libro fu pubblicato da Einaudi, aggiudicandosi lo Strega. E quelle vie tutte vicoli senza sole, fra le case rustiche, e antiche di secoli, che appaiono severe e tristi, sebbene tinte di bei colori di conchiglia, rosa o cinereo di Procida ebbero un sussulto di celebrita' letteraria. Che ora passa a Ischia premiando uno scrittore, Camilleri, che si e' dichiarato soddisfatto di ricevere un riconoscimento dedicato a una delle piu' grandi scrittrici del Novecento.


Il messaggero 12.09.1999

...Andrea Camilleri è un leggerista che non si dà le arie e non si atteggia a decodificatore del mondo. E anche per questo (oltre al fatto che i suoi libri hanno la colpa di vendere) il sottobosco letterario italiano, gravido di apocalissi commerciali e di piccole supponenze, non lo sopporta granché e non lo premia mai. Quasi considerandolo un nonnetto siciliano che racconta storie e non certo uno Scrittore. Ce ne fossero di tipi come Camilleri ...




Bella 07.09.1999

Alla fine e' ... successo!

Un posto d'onore spetta certamente allo scrittore siciliano Andrea Camilleri. Nato a Porto Empedocle (Ag) nel 1925, ha lavorato a lungo come sceneggiatore e regista teatrale e televisivo, passando quasi inosservato. Ha esordito come narratore gia' nel 1978, vincendo poi vari premi letterari. Pero' e' soltanto nel '94, con il libro La stagione della caccia, che vicino ai 70 anni e' stato baciato dal grande successo. Tutto grazie al simpatico eroe uscito dalla sua penna: il Commissario Montalbano, fortunato protagonista dei suoi gialli serializzati che, ristampati piu volte, vendono in media circa 60 mila copie ciascuno. I quotidiani intervistano Camilleri ... su tutto, Costanzo lo vorrebbe ogni sera al suo talk show. Tanta buona sorte.h, secondo i critici piu' severi, come Giuseppe Petronio, abrebbe finito per impoverire lo stile di Camilleri. Ma lui, conversando via internet con un fan a proposito della sua ascesa, ha replicato ai malevoli con un pizzico di sarcasmo tipicamente siculo. "Ho qualche centinaio di lettori in piu', e' vero, e la cosa mi fa un enorme piacere. Ma continuo a scrivere esattamente come quando a leggermi erano solo mille. Credo che questo sia il massimo di responsabilita' Ci sono critici che stroncano i miei libri piu' recenti, dicendo che il successo mi ha dato alla testa. Me la prendo non per la stroncatura, ma per la motivazione. E mi viene da dire, con ironia andreottiana, che il successo logora chi non c'e' l'ha". Giuseppe Piacentino

la Repubblica - Venerdì, 3 settembre 1999 - pagina 40
di EDMONDO DIETRICH

Tutti i gialli previsti per l' autunno
ROMANZI POLIZIESCHI UN FIUME IN PIENA

Sarà un autunno da brividi gialli, neri, perfino anche di colore rosso sangue. Le case editrici sono pronte a inondare le librerie con un fiume di romanzi polizieschi d' ogni genere. E' partita davanti a tutti la Mondadori con Hannibal di Thomas Harris del quale tanto si è parlato in questi giorni. Ma c' è anche in serbo una nuova Patricia Cornwell, La cena di Natale, dove si presenta Kay Scarpetta ancora più "privata" e melodrammatica del solito. Subito a ruota, John Le Carré con Single e Single (Feltrinelli) del quale il nostro giornale ha anticipato i primi capitoli. La Bompiani propone il suo autore forte, cioè James Ellroy (Tijuana, mon amour), sempre più ossessionato dalla corruzione del cinema di Hollywood negli anni ' 50. Occhio a Michael Connelly con Il ragno (Piemme), a Jeffrey Deaver, La lacrima del diavolo (Sonzogno), l' italo-americana Sandra Scoppettone con Un mare di guai (e/o). Ma non ci sono soltanto gli americani. Ecco così Passato remoto di Leonardo Padura Fuentes (Tropea) con il tenente Mario Conde, sempre più sbrindellato e sempre più cinico e duro, oppure lo scozzese Irvine Welsh, quello di Trainspotting, in un durissimo romanzo, Il lercio (Guanda). Per gli italiani, per ora, è in arrivo, ma a novembre, un altro Camilleri (Gli arancini di Montalbano) e Piero Soria con Cuore di lupo, entrambi editi da Mondadori. In breve: James Patterson, Dove soffia il vento (Longanesi), Vazquez Montalban, Storie di fantasmi (Feltrinelli), Derek Raymond, Come vivono i morti (Meridiano Zero), Jakob Arjouni, Un amico (Marcos y Marcos) e John Ridley, Cose che capitano solo a Los Angeles (Garzanti).



Il Resto del Carlino 01.09.199

A Catania lo scrittore siciliano e' tornato al teatro, suo vecchio amore. Ma ha gia' pronti due nuovi libri

Il dottor Camilleri e Mr. Montalbano

"Mi riconosco nel mio commissario? Per certi aspetti si'... Se parlo della politica o della mafia mi guardo bene dal montare in cattedra: mi basta mettere una pulce nell'orecchio, libero poi ognuno di ragionare"

di Ugo Ronfani

Se non fosse per lui saremmo travolti, alla rentrèe editoriale, dall'alluvione dei thriller americani. Ma a fare argine c'e' lui, Andrea Camilleri. Con la foga del settuagenario arrivato tardi alla letteratura e con il gusto, forse, di prendersi una rivincita sugli editori che fino a qualche anno fa lo ignoravano, Camilleri pubblichera' da Mondadori, una nuova raccolta di racconti di Montalbano mentre, fedele a chi ha creduto in lui, sta ultimando per Elvira Sellerio un nuovo romanzo il cui protagonista e' il celebre commissario. Finiti i tempi in cui Camilleri, come giallista, era soltanto lo sceneggiatore e il regista delle serie televisive del tenente Sheridan e del commissario Maigret: ora lo si considera il Simenon italiano (definizione che poco definisce), l'autore di polizieschi ad alto tasso di dignita' letteraria. Ma e' sbagliato dimenticare che Camilleri -agrigentino di Porto Empedocle - e' stato fino all'improvvisa ed irresistibile ascesa letteraria uomo di teatro e di televisione: un passato di cui non sa e non vuole disfarsi, tanto che ha finito per accettare l'invito del sindaco di Catania, Bianco, di assumere - succedendo alla strana coppia Battiato-Sgalambro - la direzione del festival dell'estate catanese Suoni di Versi insieme al londinese Michael Nyman per la parte musicale. Un modo, anche, per farsi perdonare il gran rifiuto di assumere la direzione dello Stabile di Catania al posto di Baudo (" Montalbano mi tiranneggia, ormai viene prima di tutto").

Parliamo, prima di tutto, del suo commissario. Dei racconti presto in libreria.
"Sono 20; Mondadori spera che finiscano sotto l'albero di Natale degli italiani, ed io con lui. Il primo titolo doveva essere proprio 'I racconti di Natale di Montalbano', il che faceva un po' Dickens. S'intitolera' invece 'Gli arancini di Montalbano', dal primo dei racconti: fa Sicilia, fa festoso e ricorda che Montalbano non disprezza la buona tavola".

Visto che di racconti si tratta: vogliamo accostarli ai Racconti del maresciallo del compianto Soldati?
"Nessuna obiezione, Soldati ed io ci siamo conosciuti proprio grazie alla televisione. Sono stato un suo lettore assiduo. 'I racconti del maresciallo' hanno contribuito a fare entrare il poliziesco all'italiana in letteratura".

La Sellerio attende con impazienza il suo nuovo romanzo: vogliamo sapere.
"Sara' il quinto della serie Montalbano. E' mia intenzione dedicarlo a Orazio Costa mio maestro. Fu lui, insieme a Silvio D'Amico, a decidere della mia vocazione teatrale. Prima di diventare insegnante all'Accademia fui suo allievo; e' da lui che ho imparato il mestiere. Quanto al titolo, salvo ripensamenti,

'L'albero della ragione'. Non e' troppo serio?» Impegnativo. Fa pensare a Graham Greene: «Il fattore umano», «Il potere e la gloria»... Se allude all'opportunità che la Sicilia, e il paese, questo albero lo irrobustiscano, benissimo. In fondo Montalbano, anche se la retorica non gli piace, crede nella societa' civile.

"Sa, certe cose cerco di dirle in sordina. Se parlo della politica, o della mafia, mi guardo bene dal montare in cattedra. Attraverso Montalbano vorrei mettere la pulce all'orecchio: alludere. Libero poi, ognuno, di ragionarci sopra".

Se l'aspettava questo successo a scoppio ritardato?
"Assolutamente no. Tant'e' vero che a meta' degli anni '70, dopo inutili tentativi di fare stampare il mio primo romanzo, 'Il corso delle cose', dove il commissario Montalbano si chiamava maresciallo Corbo, mi ero convinto che scrivere non era affar mio. Il rifiuto degli editori mi blocco'"

Vogliamo fare la storia delle peripezie editoriali di quel primo romanzo?
"Acqua passata. Senza rancore. Il titolo veniva da una citazione di Merleau- Ponty: 'Il corso delle cose e' sinuoso'. Cosi' e' stato. Dissero no, per varie ragioni, Lacaita, Marsilio, Bompiani, Garzanti, Feltrinelli, gli Editori Riuniti e altri. Poi dal romanzo si fa uno sceneggiato tivu' e un editore toscano a pagamento, Lalli, lo pubblica senza chiedermi un soldo purche' nei titoli di coda appaia il suo nome. Nel '98 Sellerio lo ripubblica, due edizioni in un anno. Stendiamo un velo pietoso sulla perspicacia degli editori.

Ma il successo, allora: come spiegarlo?
"Non so, forse e' vero quello che ha ipotizzato Carlo Bo: che 'Il cane di terracotta', il primo Montalbano, rinnovava il poliziesco all'italiana, in un' ambientazione 'ideale' come la Sicilia. Proponeva un personaggio diverso da quelli di Doyle o di Simenon".

C'e' altro, c'e' la lingua dei suoi romanzi. Come lei sa, l'hanno chiamato il Gadda siculo.
"Con tutto il rispetto per Gadda, il cui esempio mi libera da remore ed esitazioni, credo di dover poco o nulla al suo stile. La lingua gaddiana muove da piu' lontano, persegue scopi piu' vasti".

Pare che Gadda cerchi il senso della parola in un labirinto del linguaggio alla Borges, mentre per lei la verita' della lingua e' antropologica, ha radici in un luogo.
"Quando cominciai a scrivere, giovanissimo, acerbi racconti, mi resi conto che usavo parole che non mi appartenevano. Le stesse con cui avrei potuto compilare una domanda in carta bollata. Invece, le parole giuste le trovavo nel mio dialetto. Capii che per essere vero dovevo usare il linguaggio della tribu'".

Cioe'?
"Il lessico famigliare della mia gioventu', quel misto di dialetto, linguaggio notarile e lingua colta, impastato di ironia e sottintesi, con cui comunicava la piccola borghesia siciliana. I romanzi di Montalbano cercano di approfondire la ricerca di questa lingua".

Un esercizio facile, fra istinto e memoria?
"No, difficilissimo. Ho riscritto 'Il corso delle cose' 4 o 5 volte. Non so lavorare su schemi, per me la preparazione di un romanzo e' soltanto mentale. Di un libro finito non conservo un appunto. Ma torno molto sulla pagina. L'ultima verifica e' la lettura a viva voce. A mia moglie".

Una leggenda la sua naturale facondia?
"Nello scrivere tutto e' pazienza, ricerca, fatica. Lo diceva Flaubert".

Sbaglio dicendo che, in lei, l'uomo di teatro da' una mano al narratore? Nel taglio delle situazioni, nell'incastro dei dialoghi, nelle didascalie ambientali.
"S'e', inevitabilmente. I 40 Pirandello che ho allestito, le 8 commedie di Eduardo che ho prodotto in tv ma anche gli Adamov, i Durrenmatt, i Beckett che ho messo in scena mi hanno aiutato a trovare le scansioni e i ritmi del racconto".

Intorno a Montalbano si parla anche napoletano, veneto, milanese, genovese, piemontese.
"Si', il gioco delle 'lingue della tribu' mi ha preso fino in fondo. Qui devo dire grazie ai maestri dei nostri dialetti: i De Filippo, il Goldoni, il Porta, il Bertolazzi, Firpo e Govi, il Bersezio".

Modelli linguistici a parte, si riconosce in qualche maestro?
"Potrebbe un siciliano ignorare Pirandello? Un giallista Simenon? Ma faccio due nomi che vengono prima degli altri: Gogol, cioe' Brancati in versione siciliana, e Flaubert".

Flaubert?
"'Madame Bovary' e 'L'educazione sentimentale' sono strutture narrative perfette. Flaubert e' l'arte della 'nuance', la levita' del racconto. Ora, io vorrei che Montalbano fosse riconosciuto come il contrario del poliziotto tutto d' un pezzo. Come uno che si puo' invitare a cena senza timore, come diceva Durrenmatt".

Identikit del commissario.
"E' leale anche con gli avversari. Gli piace indagare non per la carriera ma perche' i conti tornino. Non e' come Maigret, che ha un po' la fissa del mestiere. Ama la buona tavola e le donne, quelle che lo sopportano, come Livia. Crede nell'amicizia fra uomo e donna. E la flaubertiana leggerezza, se si vede, viene dal suo essere siciliano".

Direbbe, Camilleri, "Montalbano c'est moi"?
"Per certi aspetti si'. Ma questo bisognerebbe chiederlo a chi mi legge e mi conosce. A mia moglie, per esempio".

Il suo festival si sgrana con successo nelle notti di Catania. Vogliamo parlarne?
"Per la musica, con Nyman, la voglia di rompere le barriere fra classico e popolare, folk e rock, ritmo e melodia. Per gli incontri culturali, i politici che si mettono al servizio degli scrittori: Bertinotti che legge Ammanniti, Veltroni che legge Riotta, io che leggo Montesano. Per il teatro, la regola dell'incontro fra il testo e il luogo. Cortili, piazze, sagrati, scorci di vie dove gli allestimenti trovano radici. La scelta e' caduta su tre testi di siciliani che sono altrettanti modi di raccontare la Sicilia. Il primo, 'La Messa della misericordia' ripropone un catanese misconosciuto del primo Novecento, Pietro Mignosi, con una straziante parafrasi liturgica intorno alla fede degli 'ultimi', che la giovane regista Maria Luisa Bigai, mia allieva, ha trasformato, protagonista Anita Bertolucci, nel teatro grottesco dell''esperpento' dello spagnolo Valle Inclan. Giuseppe Di Pasquale, con Giuseppe Pambieri, cura la versione teatrale del 'Don Giovanni in Sicilia' di Brancati nei luoghi stessi evocati nel romanzo, tra la via Etnea e la via Crociferi; e Armando Pugliese, a Palazzo Platamone, racconta con Giulio Brogi il viaggio, mitico e sapienziale, del padre e del figlio nelle 'Citta' del mondo' di Vittorini: dal romanzo postumo al film alla scena. Ho voluto i tre eventi come proposta di una cultura siciliana ricollocata nei luoghi in cui e' nata: cosi', secondo me, dovrebb'essere un vero festival, se vuole essere dalla parte della gente".

Email: camilleri_fans@hotmail.com