Cartasicilia 30.11.2001
Le parole raccontate. Piccolo dizionario dei termini teatrali
Le parole raccontate, da cui viene fuori il Camilleri, uomo di teatro,
nasce da una proposta di Roberto Scarpa, amico e collega dello scrittore
siciliano, autore della "prefazione fuori posto", che chiude il volume.
Si tratta di un dizionario "incredibilmente lacunoso", come lo definisce
in maniera simpatica lo stesso Camilleri, in cui ad ogni parola corrisponde
non una definizione, ma una storia, da cui emerge l'esperienza professionale
e personale di Camilleri.
(a cura di Fabrizio Piazza e Loredana Mancino - Libreria Modusvivendi)
Il Corriere della sera, 28.11.2001
CAMILLERI Viaggio al termine del teatro
Da "Arlecchino" a "sottopalco": attraverso le parole-chiave l'inventore
del commissario Montalbano racconta il suo rapporto con il palcoscenico.
Pubblichiamo di seguito le voci «Attore» e «Critico
(teatrale)» tratte dal volume di Andrea Camilleri «Le parole
raccontate, piccolo dizionario dei termini teatrali» a cura di Roberto
Scarpa, pagine 158, lire 25.000, euro 12,91. La raccolta pubblicata da
Rizzoli, in libreria da oggi, contiene anche un «colloquio con il
pubblico» dello scrittore.
ATTORE
Messi l’uno sull’altro, i libri dedicati all’attore (arte, avviamento
al mestiere, storia, psicologia, sociologia e via bellamente processionando)
credo superino l’altezza del più svettante grattacielo di New York.
Qui di necessità mi limiterò a tre modesti e trascurabili
contributi alla fenomenologia dell’attore, data per scontata la premessa
che «l’attore è colui il quale, in un funerale, vorrebbe essere
il morto».
1. In un film di Don Siegel l’attore Ronald Reagan viene colpito a
morte da un killer professionista. Muore malissimo, gran strabuzzamento
d’occhi, tremito convulso del capo, gesti sconnessi, insomma pare la scena
di un film muto per di più recitata da un pessimo attore. In un
documento cinematografico di molti anni dopo, trasmesso in tutto il mondo
dalle Tv, Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti, viene colpito in
un attentato. Cade a terra ferito. Ma che eleganza! Che compostezza! Che
sobrietà! Da grandissimo attore.
2. Nella Cena delle beffe di Sem Benelli, il protagonista, nel finale,
impazzisce e «si avvia, barcollando verso il Nulla», così
scrive Benelli che non risparmiava gli endecasillabi nemmeno nelle didascalie.
Come allora usava, fu l’autore stesso a dirigere le prove. Ma Benelli,
incantato dai suoi stessi versi, dava pochissime indicazioni sulle battute
e nessuna sui movimenti. Sicché, arrivato alla prova generale senza
sapere da che parte uscire, l’attore che interpretava il protagonista,
rivolto all’autore che sedeva in platea, domandò, senza neanche
il sospetto di una pur minima ironia: «Scusi, Maestro, ma il Nulla
è a destra o a sinistra?».
3. A una delle ultime prove di una novità di Diego Fabbri, che
doveva debuttare in un teatro milanese, assisteva il critico Renato Simoni
che era un uomo di teatro completo, regista e autore di commedie in dialetto
veneziano. C’era un attore di grande esperienza che non riusciva a entrare
nella parte, faceva un prete di campagna al quale una giovane coppia era
andata a domandare un aiuto spirituale.
«Ti do un suggerimento» fece dalla platea il regista, ch’era
un intellettuale. «Hai presente Bernanos? Bene tu sei un prete di
quelli. Comportati con questa giovane donna esattamente come il prete di
Bernanos si comporta con Mouchette...»
L’attore, che non aveva mai inteso parlare né di Bernanos né
di Mouchette, uscì, rientrò e fece peggio di prima.
«Forse non mi sono spiegato bene» disse il regista. «Ti
dico una cosa che ti semplificherà tutto. Tu, come personaggio,
hai molti debiti col giansenismo. Chiaro? Dunque agisci di conseguenza.»
L’attore atterrito, uscì, rientrò e si ridusse quasi
alla balbuzie.
Allora Simoni, che era un uomo molto grasso, pesantemente si alzò,
si avviò verso il palcoscenico. L’attore si chinò ad ascoltarlo.
Simoni, come sempre faceva, gli parlò in veneziano:
«Senti hai mai visto come si comporta uno di quei cani di guardia
a un gregge di pecore?»
«Sì».
«Che fa?»
«Be’, insegue la pecora scappata e abbaiando la costringe a rientrare
nel gregge».
«La morde?»
«Mai».
«Bene, quel cane è il tuo personaggio, il prete.»
All’attore s’illuminarono gli occhi, si diede una manata in fronte,
uscì, rientrò e recitò benissimo.
CRITICO (TEATRALE) Quando realizzai la mia prima regia, nel 1953, esistevano
ancora i grandi critici teatrali (Bertuetti, Chiaromonte, Contini, D’Amico,
De Feo, Prosperi, Radice, Simoni e qualche altro), che scrivevano le loro
recensioni la sera stessa della «prima» di uno spettacolo in
modo che venisse stampata il giorno appresso. Le loro parole erano lette
tanto dalla gente del mestiere quanto dal lettore comune: quelle di apprezzamento
portavano spettatori a teatro, servivano assai più della pubblicità
a pagamento. I loro giudizi, i più severi, non erano mai supponenti
o sprezzanti: consistevano in un esame attento, netto, lucido, intelligente,
anche ironico a volte, di ciò che avevano visto. Se si trattava
di una novità, questi critici si facevano mandare a casa, due o
tre giorni avanti lo spettacolo, il testo per poterlo leggere in anticipo
e farsene un’idea non condizionata dalla rappresentazione. Arrivavano in
teatro con la prima parte dell’articolo, quella che riguardava il testo,
la vicenda, già scritta, e alla fine telefonavano alla redazione
le dieci o quindici righe che si riferivano propriamente allo spettacolo
visto. C’erano critici che chiedevano, addirittura, di poter assistere
a qualche prova. Certe recensioni erano letterariamente pregevolissime,
potevano esser lette e godute indipendentemente dallo spettacolo di cui
parlavano. Silvio D’Amico, per esempio, scrisse la critica alla Cena delle
beffe di Benelli in endecasillabi, esattamente come la tragedia recensita.
Un divertissement sopraffino. E tu, regista o attore, dopo la «prima»
passavi una nervosa notte insonne in attesa dell’apertura delle edicole
per comprare i giornali odorosi d’inchiostro che puntualmente avrebbero
parlato, bene o male, del tuo spettacolo, del tuo lavoro. Lentamente questi
critici scomparvero come i mammut, e i direttori dei giornali, visto e
considerato che le parole dei nuovi critici non influenzavano il pubblico,
cominciarono a pubblicare le recensioni teatrali con giorni e giorni di
ritardo. Dato che non facevano danno, tutti diventarono critici teatrali:
i cronisti di nera provvisoriamente a spasso, i fattorini,i poeti in perenne
crisi d’ispirazione, i nipoti dei direttori, i raccomandati dalla proprietà,
i cugini di campagna di passaggio in città. Dal sottosuolo emersero
critici di parte, faziosi, saccenti, ignoranti e violenti, che si sprecavano
in urla di osanna per i loro beniamini e massacravano freddamente gli altri.
A teatro, nel corso dello spettacolo che dovevano giudicare, i più
sprofondavano in un sonno piombigno, altri ascoltavano la radio, altri
ancora intraprendevano interminabili partite a morra, a scassaquindici,
a zecchinetto. Mi successe di veder recensito, del resto assai positivamente,
un mio spettacolo che non era mai stato rappresentato per intero. Capitò
al Mercadante di Napoli e si trattava di una novità di Luigi Lunari
con la mia regia. Alla fine del primo atto, il procuratore capo, presente
in teatro, insorse violentemente contro lo spettacolo, lo fece sospendere
chiamando la Pubblica Sicurezza e mi denunziò, assieme all’autore,
al direttore del teatro e al primo attore, per «vilipendio delle
forze armate» e «spettacolo osceno». Bene, i quotidiani
nazionali, la mattina dopo, raccontarono l’accaduto. Ma ci fu un critico
napoletano che invece recensì la rappresentazione come se ci fosse
stata, lodando autore, attori, regista, musicista, costumista, scenografo,
e scrivendo di «nutriti applausi» e di «numerose chiamate
alla fine». Il critico era venuto a una prova, non era tornato per
assistere alla prima e malauguratamente nessuno l’aveva informato di quanto
era accaduto.
Il Piccolo, 28.11.2001
CINEMA Film, attori e personaggi protagonisti della manifestazione,
in programma a Courmayeur dal 6 al 12 dicembre
Le nuove paure a «Noir in Festival»
Fra gli ospiti John Le Carrè, maestro della spy story, e Andrea
Camilleri
ROMA - Personaggi come John Le Carrè, Kathy Reichs e Andrea Camilleri,
film come «Domestic Disturbance» di Harold Becker (con John
Travolta, Steve Buscemi, Vince Vaughn) e «Spy Game» di Tony
Scott (con Robert Redford, Brad Pitt, Catherine McCormack): sono le credenziali
del «Noir in festival» in programma a Courmayeur dal 6 al 12
dicembre.
Diretto da Giorgio Gosetti, Emanuela Cascia, Marina Fabbri, il Mystery
& Noir Festival vuole raccontare quest'anno le nuove paure di un'epoca
tra le più drammatiche e incerte che il mondo abbia vissuto negli
ultimi 50 anni. Lo slogan dell'anno - «il coraggio di capire»
- indica lo spirito con il quale si è voluta indagare la realtà
tra cinema, letteratura, cronaca.
«Un festival del noir - dicono gli organizzatori - ha senso
solo se riflette nel suo particolare specchio scuro le paure, l'inconscio
collettivo, la speranza di riscatto del mondo contemporaneo. Per queste
ragioni, del resto, il thriller, il giallo, la spy story, fanno parte del
genere più amato, visto, letto, copiato negli ultimi cento anni».
Il programma del festival si presenta compatto, fitto di collegamenti
e rimandi tra le sezioni: il cinema dell'anno (concorso ed eventi speciali),
i libri dell'anno (i grandi autori stranieri e italiani del momento), gli
incontri (dalla cronaca alla televisione), l’omaggio ad una cinematografia
(quest'anno l'Iran Noir dagli anni '50 ai giorni nostri).
Protagonista assoluto della giornata d'apertura - e idealmente del
festival - è John Le Carrè, il maestro delle spie ma anche
l'inquieto osservatore delle guerre segrete di oggi come nel suo ultimo
romanzo, «Il giardiniere tenace» (Mondadori Editore), a cui
va il più importante premio del festival, il Raymond Chandler Award.
Era una decina d'anni che lo scrittore non parlava in pubblico dei suoi
libri. Andrea Camilleri sarà invece premiato come «Testimone
del tempo» per la sua attività di scrittore al di fuori della
serie di Montalbano.
Protagonista dell'omaggio dell'anno è invece Eddie Bunker, autore
«maledetto» nella vita e nell'arte, erede dei grandi scrittori
noir americani, attore-feticcio di Quentin Tarantino, sceneggiatore e attore
da «Le Iene» a «Animal Factory».
La selezione cinematografica presenta 13 anteprime internazionali in
corsa per il LeoneNero: dalla coppia Robert Redford & Brad Pitt di
«Spy Game» a quella Juliette Lewis & Gina Gershon di «Picture
Claire»; dal ritorno del superviolento Takashi Miike con «Ichi
the Killer» al film australiano più premiato dell'anno, «Lantana»
con Barbara Hershey; dal vincitore di Sundance, «The Believer»,
al film tedesco candidato all'Oscar, «Das Experiment», agli
italiani «Quello che cerchi» e «Malabana», fino
al sorprendente «Soul Survivors» e «Domestic Disturbance»
di Harold Becker con John Travolta.
La retrospettiva Iran Noir con otto film inediti dagli anni '50 ad
oggi, il programma DocNoir con cinque documentari, la selezione di polizieschi
televisivi francesi degli anni '90 per Tv in Giallo e Noir, completano
il programma che quest'anno si svolgerà per la prima volta al Forum-PalaNoir
oltre che all'Hotel Royal e al Centro Congressi.
La Repubblica, ed. di Napoli, 27.11.2001
Spy story anni '30
Riscoperto Pizzuto questorenarratore
Atterrò nel porto di Napoli con un idrovolante
Stella Cervasio
Aveva un solo lettore a Napoli, il commendator Antonio Pizzuto, questore
tra il '45 e il '50, scrittore per sempre, anche mentre ricopriva una carica
cruciale: quella di presidente dell'Interpol, chiamato a Roma dal «viceduce»
Bocchini. Quando gli spedirono i dati delle vendite dei suoi libri, Pizzuto
— morto a novembre di 25 anni fa — fu informato che sotto il Vesuvio avevano
comprato una sola copia, e volle conoscere l'acuto fan dei suoi non facili
scritti. Non si sa, però, se Pizzuto sia venuto a Napoli in quell'occasione.
Di sicuro ci arrivò in maniera avventurosa nel mese di giugno del
1930, quando appunto, chiamato a Roma a presiedere la polizia internazionale
per la sua conoscenza delle lingue straniere, partì a bordo di un
idrovolante da Palermo e fece tappa a Napoli. A Roma avrebbe avuto mansioni
non da poco: controllare le lettere di Mussolini ai familiari scritte in
tedesco. Non era un poliziotto qualsiasi, uno che conobbe Kappler e Roosevelt.
Antonio Pane, curatore delle opere e biografo di Pizzuto, rintraccia l'episodio
(Pizzuto non specifica mai luoghi, date, fatti) nell'ottavo pezzo di Pagelle
1 (Il Saggiatore 1973) dal titolo L'idrovolante. Attacca: «Dal piccolo
molo cittadini schierati, nonché di tolda picchetto…». E via
così. L'atterraggio che ci interessa sembra accadere su un'isola
deserta, in un Porto di Napoli che ancora non ha la Stazione Marittima:
sarà inaugurata nel '36 (al centro, una foto del febbraio 1932 dell'Archivio
Carbone tratta da "Storia fotografica di Napoli", edizioni Intra Moenia).
Pizzuto finisce in una locanda contrabbandiera e, a suo modo, accenna ai
traffici del Porto.
Napoli contribuisce alla pubblicazione di un'opera omnia che meriterebbe
un Meridiano, che ha molti più appassionati di un tempo, ma esce
a singhiozzi. L'editore Cronopio, innamorato da più di due anni
di questo autore che raccoglie intorno a sé una setta di «incantati»
fedelissimi tra i quali Gabriele Frasca, ha fatto uscire Ultime e penultime,
pagine, flash, folgorazioni e anche qualche bel rebus. Nel «narrare»
(e non raccontare, teneva a dire Pizzuto) il questorescrittore scoperto
da Gianfranco Contini, amato da Vittorio Sereni e frequentato da Oreste
Del Buono, disseminava trappole per il lettore, che veniva continuamente
depistato e aveva bisogno di «chiavi» per capire la storia.
Queste vengono tutte fornite nell'edizione critica di Gualberto Alvino
che impreziosisce il libro di Cronopio, al secondo titolo pizzutiano, dopo
i racconti intitolati Narrare. Diario criptato, lo chiama Pane. Se amate
le emozioni letterarie forti e cercate l'arrosto invece che molte odierne
minestrine accompagnate da grandi pubblicità, non mancate all'appuntamento
col questore Pizzuto. Che pare stia per avere una introduzione formato
bestseller da uno che per biografia gli somiglia molto e che l'ha anche
nominato in un suo libro: Andrea Camilleri. Mauro Pagliai dell'editore
fiorentino Polistampa (redazione@polistampa.com) prepara l'uscita di tutta
l'opera e forse a Signorina Rosina, il più noto romanzo insieme
con Si riparano bambole (Sellerio) toccherà l'illustre padrinaggio.
Continua Pane: «Per moltissimi resta ancora un oggetto misterioso.
Il Pasticciaccio di Gadda fu più fortunato perché si presta
a una lettura più ampia, attraverso il risvolto giallo». E
il questore, che di mestiere si rivela poco vocato allo spionaggio, amava
la detectivestory? «Adorava Nero Wolfe — dice Maria Pizzuto, la figlia
che anima la Fondazione Antonio Pizzuto (via Fregene, 6 — 00183 Roma) —
I thriller gli piacevano, ma si distraeva dalla storia concentrandosi solo
sull'immagine».
Il Tirreno, 26.11.2001
«Io e Montalbano, due gocce d'acqua»
Luca Zingaretti sta girando la quarta serie della fiction. Romano,
40 anni, calciatore mancato e attore per caso
di Maria Antonietta Schiavina
Presta da tempo la sua maschera disincantata e umana all'atipico poliziotto
di Andrea Camilleri, il commissario Salvo Montalbano e ha compiuto 40 anni
l'11 novembre. Contrariamente a quanto si possa pensare sentendolo parlare
nella serie tv che gli ha dato la popolarità, Luca Zingaretti non
è siciliano, ma romano autentico, innamoratissimo della sua città
e della Roma, la squadra del cuore.
Tanto che, quando gli impegni di lavoro glielo permettono, va a tifare
allo stadio per Totti, il suo giocatore preferito. E, appena può,
scende lui stesso in campo a tirare quattro calci al pallone, per scopi
benefici poiché fa parte della Nazionale degli attori, ma anche
per dar sfogo a un sogno mai realizzato: quello di diventare calciatore.
«A diciassette anni - confessa - mi sottoposi a un provino per la
Ternana e lo superai. Avrei dovuto far parte della squadra ed ero felicissimo,
ma proprio quell'estate m'innamorai di una ragazza di Roma e per amore
rinunciai alla carriera».
Si è pentito di quella scelta?
«No, perché poi mi iscrissi all'Accademia Silvio d'Amico
ed iniziai il mestiere d'attore».
In vent'anni di carriera, tra cinema e televisione ha interpretato
più di 25 film e ha recitato in una ventina di spettacoli teatrali.
Ma è al commissario Montalbano che deve la sua popolarità.
«E' vero. La televisione è un mezzo che offre a un artista
una grande, a volte improvvisa, notorietà. Bisogna però,
essere preparati ad affrontarla, altrimenti può nuocere in maniera
irreversibile».
Lo scrittore Andrea Camilleri, il padre di Montalbano, è stato
il suo insegnante all'Accademia?
«Sì e io, quando ho saputo che volevano trasformare i
suoi libri in una serie tv, mi sono presentato subito per un provino».
Ha avuto difficoltà col dialetto siciliano?
«Ho studiato a lungo, lavorando sulle intonazioni, per non creare
una caricatura del dialetto, fastidiosa e poco credibile e cercando di
inserire qualche parola in "lingua" che fosse d'effetto, ma che risultasse
comprensibile a tutti».
Quanto c'è di Montalbano in Luca Zingaretti?
«Molto, forse tutto. All'inizio mi sono adeguato al personaggio
assumendone i tratti essenziali, come il carattere schivo e riflessivo,
ma anche impetuoso e passionale all'occorrenza. Poi, sequenza dopo sequenza,
ho trovato la sua identità e l'ho fatta mia al punto
che Camilleri mi ha confessato di aver scritto le nuove avventure poliziesche
di Montalbano prendendo me, come punto di riferimento».
A quando i nuovi episodi?
«Li stiamo girando, nel Ragusano e andranno in onda a maggio.
Sono tratti dai racconti "Gli arancini di Montalbano", il primo prenderà
nome proprio dal titolo del libro, il secondo sarà "Amore e fratellanza",
nel quale il commissario avrà come compagno,
silenzioso ma tenerissimo, un cane».
Si tratta quindi della quarta serie della fiction. Lei però
aveva dichiarato di voler chiudere con Moltalbano. Ha cambiato dunque idea?
«Sono stato frainteso. Ho detto, infatti, che mi piacerebbe chiudere
questa mia esperienza artistica in bellezza, perché è difficile
mantenersi sulla cresta dell'onda per lungo tempo».
Non teme di rimanere legato al personaggio del commissario televisivo
a discapito della sua «immagine» d'attore?
«Anche questo è un rischio che va valutato, ma dipende
tutto da me. Sono io che devo rinnovarmi, cercando di dare freschezza al
personaggio pur continuando ad interpretarlo. Ubaldo Lay ha fatto per anni
il tenente Sheridan, ma era conosciuto anche come grande attore teatrale
e lo stesso Gino Cervi, che ha impersonato il commissario Maigret, non
è rimasto succube del personaggio di Simenon. Per quanto mi riguarda,
ho appena terminato le riprese di "Incompreso" con Margherita Buy, la versione
televisiva del romanzo di Florence Montgomery, che andrà in onda
il prossimo anno su Canale 5, mentre tra breve, dovrebbe essere trasmesso
dalla Rai un altro film sulla storia di Giorgio Perlasca, l'italiano che
salvò in Ungheria più di cinquemila ebrei dai lager. Due
interpretazioni diversissime tra loro che mi hanno permesso di cimentarmi
in personaggi complessi e di diverso spessore».
Corriere della sera, 27.11.2001
Costanzo: «Anche lui progettava un salotto tv. Risse, trovate
e dolore in 20 anni»
«Il mio show nato per battere Arbore»
«Chiamai il mio programma "Maurizio Costanzo show" per tre ragioni.
Per sfida: era un modo di riaffermare la mia innocenza, il mio nome, perché
non avevo da vergognarmi di niente davanti a nessuno. Per distinguere questo
talk show dagli altri che avevo fatto in Rai. Per battere sul tempo la
concorrenza: avevo sentito dire nell’ambiente televisivo che Renzo Arbore
aveva in animo di fare la stessa cosa». Così si legge nelle
prime pagine del libro da oggi in vendita «Maurizio Costanzo show.
Vent’anni di storie e di personaggi», scritto dal giornalista, in
collaborazione con Flaminia Morandi.
[...]
In questi vent’anni non ha mai rinunciato alla sua passione di talent
scout, soprattutto di comici .
«Vero. Ricordo che i primi sei mesi invitavo Bergonzoni e ridevo
solo io. Poi Iacchetti, Riondino, Covatta. E Ricky Memphis che faceva il
muratore. Fino all’ultima "creatura", Platinette, uomo di grande intelligenza.
Infine lo scrittore Camilleri. Lo lanciai e dissi al pubblico: "Comprate
i suoi libri, se non vi piacciono vi ridò i soldi"».
[...]
Maria Volpe
La Stampa, 26.11.2001
QUALCHE IMPREVISTO QUALE LA PARTENZA IMPROVVISA DI TAHAR BEN JELLOUN
MA ANCHE ARRIVI A SORPRESA COME QUELLO DI DOMINIQUE LAPIERRE
Tutto esaurito alla «Festa degli Autori»
Cuneo, 15 mila partecipanti alla tre giorni di incontri con gli scrittori
CUNEO «Isole» il tema della manifestazione che, tra giovedì
sera e ieri, ha coinvolto tra le 15 e le 20 mila persone (oggi la conta
dei biglietti) che hanno incontrato scrittori, visitato mostre, acquistato
libri, partecipato a dibattiti, caffè letterari, serate di «dopo
teatro». Un successo per questa terza edizione della «Festa
Europea degli Autori» soprattutto per la nutrita partecipazione di
scrittori, poeti, cartoonist, giornalisti. Ottantaquattro le «firme»
che avevano garantito la presenza, cento le adesioni grazie ad alcuni arrivi
dell´ultima ora. E´ il caso di Dominique Lapierre che si è
presentato ieri e per un´ora ha firmato copie dei suoi libri, o del
disegnatore albanese che attualmente lavora a Rimini, Agim Sulaj che è
intervenuto per la mostra di «Eurohumor» e stasera sarà
ospite a Boves dell´incontro alla Scuola di Pace sull´«Umorismo
che unisce» con il cubano Ares Guerrero. Qualche defezione c´è
stata come quella di Andrea Camilleri che, infermo, ha aderito alla serata
che gli ha attribuito il premio «I Provinciali» con una telefonata
amplificata al teatro Toselli [che, a quanto ci raccontano, ha divertito
per dieci minuti le 400 persone presenti, NdCFC] o quella di Tahar Ben
Jelloun, costretto a ripartire per l´aggravarsi delle condizioni
della madre prima dell´incontro con Alain Elkann e Daniel de Bruycker
che si è tenuto ieri mattina in Provincia. Bagno di folla per Crepet,
Piumini, Dacia Maraini e la Littizzetto, sale esaurite ai convegni e nei
confronti sui vari temi legati alle isole. Un successo gli incontri con
scrittori e artisti di Cuba, Santo Domingo, delle Canarie così come
si sono dimostrati insufficienti gli spazi per i caffè letterari
disseminati in varie parti della città.
Gianni Martini
La Repubblica, ed. di Palermo, 25.11.2001
Camilleri di scena
Cinema, lirica e tv è il festival dello scrittore
di Mario Di Caro
Potrebbe chiamarsi "Camilleri di scena" questo festival di trasposizioni
e adattamenti che porta lo scrittore superstar a cinema, in televisione,
in teatro e, adesso, anche nella lirica. L'ultimo colpo di piccone in questa
miniera d'oro che è la produzione camilleriana lo dà il regista
Giuseppe Dipasquale che porterà nei teatri d'opera "Il birraio di
Preston". Dipasquale ha firmato il libretto assieme allo stesso Camilleri
mentre la musica è di Paolo Furlani. Un primo esperimento era stato
presentato a Venezia ma adesso, come dice Dipasquale «è in
fase pre operativa» e aspetta solo la firma sul contratto con un
teatro lirico, molto probabilmente siciliano.
Un'operazione che si abbina a quella di Rocco Mortelliti, che in primavera
girerà un film tratto da "La scomparsa di Patò", e di Marco
Betta, che sta mettendo in musica il racconto "Il fantasma della cabina",
diretto sempre da Mortelliti. E intanto Alberto Sironi a Marina di Ragusa
completa per Raidue i due nuovi episodi della serie "Il commissario Montalbano".
Insomma, non c'è linguaggio artistico che non si prepari ad ospitare
i commissari nirbusi e le signore camurriuse che hanno reso celebre questo
asso pigliatutto di Porto Empedocle.
«Per il fenomeno Camilleri la letteratura non basta più
— conferma Dipasquale, che ha già adattato per lo Stabile di Catania
"Il birraio di Preston" — A questo punto si sente il bisogno di fargli
occupare altre sfere artistiche che abbiano una matrice popolare. Io credo
che questo desiderio di portare i suoi libri in scena o sullo schermo sia
lo stesso che spinge i lettori ad amarlo: Camilleri è uno scrittore
che ha saputo rinnovare il genere popolare e che più di ogni altro
interpreta l'aspirazione della letteratura di andare incontro alla gente».
E il "Birraio" in musica? «È il romanzo che più si
presta ad aprire le porte di un teatro lirico — conclude Dipasquale — Saremo
di fronte a un'opera nell'opera».
Secondo Marco Betta, il compositore che sta musicando "Il fantasma
nella cabina" per il teatro Donizetti di Bergamo, «le suggestioni
di Camilleri sono l'immediatezza e la profondità, caratteristiche
che si sposano con la mia concezione musicale». «Quelli di
Camilleri sono testi chiari, nitidi, profondissimi — continua Betta — Dietro
ogni parola c'è un universo di emozioni e rifrazioni. Io per lui
immagino una musica che si inserisca nelle pieghe della narrazione, diventando
una sorta di testo parallelo».
Il regista Rocco Mortelliti, genero dello scrittore, sostiene che lo
sforzo di portare Camilleri fuori dalle sue pagine è ridotto al
minimo. «Andrea è uno scrittore molto cinematografico, i suoi
libri sembrano già dei film quando si leggono — dice — E così
se in genere un regista che fa un film tratto da un libro cerca di essere
infedele al testo, io sarò il più fedele possibile. Nella
sceneggiatura di "Patò" ho cercato di mantenere il suo linguaggio
mentre per il libretto de "Il fantasma nella cabina", a metà tra
prosa e rima baciata, ho lasciato alcuni termini dialettali e ho inserito
il personaggio di un barman siciliano. Vediamo come funzionerà sul
piano musicale». "La scomparsa di Patò" sarà girato
in primavera nell'Agrigentino e sarà prodotto dalla Palomar, la
stessa del "Commissario Montalbano". «Il film si aprirà con
la scena della ricerca del cadavere al cimitero e si comporrà come
un puzzle attraverso dei flashback — spiega Mortelliti — È la prima
volta che faccio qualcosa tra da un libro di Andrea: è stato lui
a darmi le bozze di "Patò" e a dirmi: "Questo è per te, è
nelle tue corde"».
Il Resto del Carlino, 25.11.2001
Il genio italico è morto
Poiché i miei maggiori mi dicono che la guerra ha stufato, sfoglio
un Almanacco della Terza Pagina pubblicato nel 1963 da Canesi dedicato
agli scrittori, ai poeti, agli intellettuali italiani attivi nel secondo
dopoguerra e trovo i nomi di Corrado Alvaro, Giovanni Arpino, Riccardo
Bacchelli, Giorgio Bassani, Giuseppe Berto, Romano Bilenchi, Massimo Bontempelli,
Vitaliano Brancati, Dino Buzzati, Italo Calvino, Giorgio Caproni, Vincenzo
Cardarelli, Carlo Cassola, Giovanni Comisso, Giuseppe Fenoglio, Carlo Emilio
Gadda, Tommaso Landolfi, Curzio Malaparte, Giuseppe Marotta, Paolo Monelli,
Eugenio Montale, Elsa Morante, Alberto Moravia, Aldo Palazzeschi, Pier
Paolo Pasolini, Cesare Pavese, Guido Piovene, Vasco Pratolini, Salvatore
Quasimodo, Umberto Saba, Leonardo Sciascia, Ignazio Silone, Ardengo Soffici,
Giovanni Testori, Mario Tobino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Giuseppe
Ungaretti, Elio Vittorini.
Il senso che si ricava da questo elenco è di una straordinaria
vivacità creativa, culturale, intellettuale. Esisteva, allora, una
società letteraria che si interfecondava nell'incontro delle diverse
personalità e delle varie scuole di pensiero e che aveva peso e
influenza sulla società italiana, contribuendo a orientarla e formarla.
A petto di quella ricchezza, che cosa c'è oggi? E' uno scrittore
Baricco? E' uno scrittore quella che ha scritto Va' dove ti porta il cuore?
E' uno scrittore Lara Cardella? E' qualcosa di più di un modesto
narratore, rispetto a quelli, Camilleri? I soli che potrebbero stare, senza
sfigurare in quella compagnia sono Guido Ceronetti, forse Tabucchi, forse
Pontiggia, forse la prima Barbara Alberti poi bruciatasi nelle sue paranoie,
vere o finte. In poesia c'è Mario Luzi, sopravvissuto a se stesso,
forse Giovanni Giudici e probabilmente, poiché è una delle
poche branchie della cultura a non essere mercificata, anche qualche altro,
che però non si vede, non conta, non ha influenza alcuna.
Dove sono operatori culturali come Pavese, Vittorini, Calvino, che
fecero la fortuna dell'Einaudi degli anni migliori? Dove sono provocatori
intellettuali e polemisti della forza di Malaparte, di Maccari, di Longanesi,
di Pasolini, di Sciascia? Montanelli è morto da poco e ha lasciato
un grandissimo vuoto, ma era, anch'egli, un sopravvissuto non annoverabile
al tempo presente. Oggi gli opinion maker si chiamano Angelo Panebianco,
Ernesto Galli della Loggia, Barbara Spinelli, Michele Serra, Adriano Sofri,
cioè l'ovvio dell'ovvio dell'ovvio di destra e di sinistra.
L'Italia è stata terra fertile di riviste culturali e politiche.
Certo negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta era finita la straordinaria
fioritura primonovecentesca de Il Leonardo di Papini. La critica di Benedetto
Croce, la mitica Voce di Giuseppe Prezzolini, da cui uscì il meglio
del fascismo e dell'antifascismo, Lacerba di Papini e Soffici, L'ordine
nuovo di Gramsci, La Rivoluzione liberale di Gobetti, La ronda, Prospettive
di Malaparte dove durante il regime si rifugiò buona parte della
cultura che sarebbe poi stata antifascista. Ma nel secondo dopoguerra riviste
degne di questo nome esistevano ancora dal Politecnico di Vittorini a Officina
ai Quaderni piacentini. Oggi cosa c'è?
Col pensiero filosofico siamo all'encefalogramma piatto, con estensori
di compitini da terza liceo, come Veca, Giorello, Viano, Givone, un modesto
sistematizzatore come il tanto decantato Norberto Bobbio e, solo leggermente
meno scontato, Manlio Sgalambro. C'è, è vero, Emanuele Severino
che ha una certa originalità, ma ripete da trentacinque anni lo
stesso pensiero che potrebbe essere riassunto in una riga e mezzo.
Domina il pensiero unico liberal-democratico-industrial-capitalista-popperiano,
condito in tutte le salse e di cui è stato raschiato anche il fondo
della botte.
In Italia, in Europa, in America, in Occidente, esiste solo la Tv che,
come ha detto la signora Ciampi, che non mi pare precisamente un eversore
del sistema, è «deficiente». E allora meglio usarla
per guardare la guerra afgana e il tentativo inquietante, bizzarro ma anche
affascinante, dei talebani e del mullah Omar, che Allah l'abbia sempre
in gloria, di fermare la Storia.
Giornale di Sicilia, 24.11.2001
Camilleri: "Gli attacchi delegittimano i giudici"
Convegno MD. Lettera dello scrittore
Diretto, esplicito come il protagonista dei suoi romanzi, Andrea Camilleri,
grande assente al convegno «La mafia fra tradizione e innovazione»,
organizzato da Magistratura Democratica, ci tiene a fare conoscere il suo
pensiero. E, in una lettera, a cui affida i suoi saluti ai partecipanti
al seminario, disertato per motivi di salute, parla di “attacchi delegittimatori
alla magistratura da parte di rappresentanti del governo”.
Il padre del commissario Montalbano non è incline alle mezze
misure. «Mi si potrà obiettare - dice – che le parole non
sono pallottole. Io credo che lo siano. E credo che la mafia abbia sensibilissime
antenne pronte a captare ogni calo di interesse nei suoi confronti».
Camilleri parla di «semafori verdi aperti davanti alla mafia»
e fa riferimento alla nuova legge sulle rogatorie, l'abolizione delle scorte,
il progetto di separazione delle carriere dei magistrati. «Un pacchetto
regalo - aggiunge - posto ai piedi dell'albero di Natale di Cosa nostra».
Un saluto breve che interrompe per pochi minuti i lavori di un convegno
a più voci. Di mafia parlano in tanti. Storici, sociologi, magistrati.
Come Salvatore Lupo, docente di Storia moderna all'Università di
Palermo. L'analisi impietosa di «una società che - dice Lupo
- ha bisogno della mafia delle sue regole». «Settori delle
istituzioni, dell'imprenditoria e finanche della società civile
- aggiunge - sono tentati di mutuare certi sistemi mafiosi, avvertono l'esigenza
di prendere in prestito i sistemi di mediazione di Cosa nostra».
Pensieri che ricorrono nella relazione del sociologo Rocco Sciarrone.
Un intervento, il suo, che vuole essere un invito a tenere distinte le
posizioni degli operatori economici che subiscono il giogo mafioso da quelle
di chi si muove nella palude della contiguità. «Attenti a
dire che in Sicilia chi vuole lavorare è costretto a certi compromessi
- dice Sciarrone - le conseguenze delle affermazioni contenute in alcune
sentenze non fanno che isolare chi con la mafia ha deciso di non convivere».
Lara Sirignano
Giornale di Sicilia, 24.11.2001
Camilleri, dal cinema all'opera lirica. Nuove vie per i racconti
del siciliano
"La scomparsa di Patò" diventa un film e sarà girato
nell'Agrigentino. "Il fantasma nella cabina" invece un libretto su musica
di Betta. Le due regie firmate da Mortelliti
PALERMO. Patò è scomparso, è andato giù
nella sua brava botola e non si è più visto. Lo cercan tutti,
la moglie fa come una Maria, il poliziotto indaga, il carabiniere pure,
il politico si immischia, il sindaco santiona. Insomma, quel agglomerato
di tipi strani che escon fuori dalla penna di Camilleri, adesso si trasferisce
sul grande schermo.
Dopo la serie infinita, e adorata, dei Montalbano formato tv, dopo
«Il birraio di Preston» sul palcoscenico, ecco arrivare Camilleri
formato cinema. E formato lirica. Perché lo scrittore siciliano
intriga ormai su tutti i fronti: «La scomparsa di Patò»
diventerà un film in primavera, «Il fantasma nella cabina»
sarà sul palcoscenico in dicembre al Teatro delle Novità
di Bergamo. Per tutti e due i progetti la firma in calce è quella
di Rocco Mortelliti, genero e allievo di Camilleri, che ha già firmato
«La strategia della maschera», film di quattro anni fa girato
a Kamarina, con lo scrittore nelle vesti di attore.
Andiamo per ordine: in primavera le riprese de «La scomparsa
di Patò», produzione Palomar di Carlo degli Esposti (la stessa
dei Montalbano televisivi). E Mortelliti ha già fatto un suo personalissimo
tour di sopralluoghi nell'agrigentino.
«Girerò il film in quei luoghi che conservano l'800 -
spiega il regista -, mi farò violentare dalla Sicilia, ho cercato
di scovare il mondo di Camilleri, quello che dopo cento e più anni
non è cambiato, che serba in un cassetto il cucchiaino della nonna.
Il romanzo rientra nella mie corde, è molto teatrale, un tipo di
storia straordinaria sia per le descrizioni che per i personaggi: non ci
sono quasi dialoghi, solo rapporti, ambienti, magari colori. Ho inventato
un poliziotto piemontese, ma ho conservato il carabiniere siciliano; e
siciliani saranno i tantissimi attori che tra poco inizieremo a vagliare».
Cast in via di definizione, dunque, e set tra Licata ed Eraclea Minoa.
Passiamo ora all'opera lirica. La signora è coi capelli aggritta,
avvolta nella sua vestaglia di seta sta seduta in un angolo, accucciata
quasi in attesa di Cecé Collura, il commissario di bordo arrisbigliato
su due piedi. Collura non era un poliziotto abile con la pistola, piuttosto
cercava di dissuadere i malviventi con l'uso di un eloquio forbito ed elegante.
Ma questo gli provocò una pallottola nello stomaco: per questo un
suo amico stretto, il commissario Salvo Montalbano, gli consigliò
di farsi una bella convalescenza su una nave da crociera. Ma durante la
navigazione succede il fattaccio, la signora vede un fantasma, gli ospiti
danarosi della crociera entrano in agitazione...
Su questo incipit che più camilleriano non si può,
nasce «Il fantasma nella cabina» che è ancora poco più
di un racconto - della serie «Il commissario di bordo» scritta
per La Stampa -, ma che nel dicembre del prossimo anno sarà di scena
a Bergamo. Libretto e regia di Mortelliti, musica del direttore artistico
del Teatro Massimo di Palermo, Marco Betta.
«Ho raccolto le mie esperienze teatrali, soprattutto quelle insegnate
da Camilleri, di cui sono stato allievo all'Accademia, il teatro dell'assurdo,
certe povertà beckettiane, i campi lunghi di Strehler - racconta
ancora il regista -, per mettere insieme un'opera moderna, maneggevole,
che si possa portare anche fuori dai teatri lirici; ci saranno parecchi
elementi cinematografici, ma resteremo comunque in ambito leggerezza».
«In generale, in questi ultimi anni ho elaborato un tipo di linguaggio
che parte dalla tradizione e si proietta verso il futuro, superando però
le problematiche delle avanguardie - spiega Marco Betta che sta lavorando
al libretto-. Mi interessa riscoprire immediatezza e profondità
del teatro musicale. ma è un’opera del nostro tempo, nuova, leggera,
“da valigia”, che può girare con facilità: sarà un’opera
in cui i personaggi canteranno e reciteranno, senza però ammiccare
al musical. E’ un testo divertente, profondo, pieno di sostanza: e come
musicista mi devo porre il problema di non tradire il pensiero di Camilleri».
Simonetta Trovato
La Repubblica, ed. di Palermo, 24.11.2001
"Attacchi terroristici ai magistrati"
Lo scrittore Andrea Camilleri critica pesantemente il governo Berlusconi
«Si rinfocola con brutale violenza terroristica l'attacco delegittimatorio
alla magistratura». Non usa metafore lo scrittore Andrea Camilleri
per criticare, come lui stesso dice, «l'atteggiamento dei rappresentanti
dell'attuale governo, a tutti i livelli, che accusano i magistrati di adoperare
carte false per mandare in galera i loro perseguitati o che invocano le
manette per chi interpreta la legge con un'ottica non gradita».
Avrebbe dovuto esserci anche lui, il papà del commissario Salvo
Montalbano, al seminario organizzato da Magistratura Democratica, ma ragioni
di salute lo hanno trattenuto a Roma.
«Sono uno scrittore e quindi ben conosco il peso delle parole
— scrive Camilleri in una lettera inviata ai magistrati — se ho definito
terroristica violenza l'attacco ai magistrati è perché, in
quel momento tragico nel quale il mondo vide colpite le torri gemelle di
New York, in me personalmente si ripropose un senso di smarrimento e d'angoscia
già patito. E compresi che quella scena, nel corso della quale venivano
polverizzati due simboli, io da cittadino italiano, siciliano, l'avevo
già atrocemente vissuta quando erano state abbattute altre due torri
gemelle, Falcone e Borsellino».
Amara l'analisi di Camilleri ma anche dei due esperti "esterni" invitati
al seminario, lo storico Salvatore Lupo e il sociologo Umberto Santino.
Il primo taglia corto: «Nella società e nel mondo economico
c'è un forte bisogno di mafia, prendiamone coscienza». Il
presidente del Centro Impastato propone una profonda verifica per l'antimafia:
«Palermo è stata proclamata capitale mondiale della cultura
della legalità, ma a dire il vero, nonostante le buone intenzioni
e le manifestazioni antimafia, non c'è forse città in Occidente
in cui l'illegalità sia così diffusa e tanto religiosamente
praticata».
Camilleri denuncia un pericoloso calo di tensione nella società
civile così come nei palazzi delle istituzioni: «Quanti semafori
verdi, oggi come oggi, si aprono davanti alla mafia, dalla legge sulle
rogatorie, all'abolizione delle scorte, dall'incitamento alla convivenza,
al progetto di separazione delle carriere o di riforma del Csm».
E lo scrittore ammette di stupirsi: «Si rimane addirittura meravigliati
— scrive — del fatto che la mafia immediatamente e largamente non approfitti
di sì generoso orientamento governativo: ma forse è ancora
sommersa da un felice stupore, ha bisogno di quel minimo di tempo indispensabile
per valutare appieno la ricchezza, la varietà di quei pacchetti
dono che sono stati posti ai piedi del loro albero del prossimo Natale».
La Repubblica, ed. di Palermo, 24.11.2001
LIRICA. Betta compone per Camilleri. Sarà un "Fantasma" in
musica
Un commissario c'è di mezzo anche stavolta, ma non è Montalbano.
Si tratta semmai di Cecè Collura, poliziotto poco avvezzo alle armi,
tanto che, dopo una pallottola «nella panza», proprio Montalbano
gli ha consigliato una tranquilla crociera da commissario di
bordo.
È il protagonista de "Il fantasma nella cabina", l'opera tratta
da un racconto di Camilleri alla quale sta lavorando Marco Betta. Il compositore
ennese, direttore artistico del Teatro Massimo, firma la musica di questo
progetto del regista Rocco Mortelliti che andrà in scena al Donizetti
di Bergamo. Insomma, Camilleri dopo letteratura, teatro e tv conquista
anche la lirica; e lo fa con Marco Betta, col quale ha già collaborato
per "Magaria", una fiaba in musica per voce recitante e orchestra eseguita
a Ravenna nello scorso febbraio. Betta corteggiava da tempo Camilleri per
musicare uno dei suoi romanzi, tipo "La stagione della caccia".
"Il fantasma nella cabina" racconta che una notte il commissario di
bordo Cecè Collura viene svegliato dal suo vice perché una
passeggera della nave giura di aver visto uno spettro. Un bel guaio per
il comandante, dato che a quel punto tutti i crocieristi si suggestionano
al punto di vedere anch'essi i fantasmi. Ma Cecè saprà smascherare
la donna, che in realtà è un'attrice ingaggiata per mettere
in crisi gli armatori della nave.
Il Messaggero, 24.11.2001
Dizionari. Camilleri: «Esclusioni, un gioco al massacro»
di PIETRO M. TRIVELLI
SE AVETE una biblioteca di lusso, belle copertine per testi complicati,
non invitate Andrea Camilleri. A dispetto del suo arzigogolato linguaggio
siculo-italico, il papà del commissario Montalbano predilige edizioni
sbrigative, che diano subito l'informazione giusta. «Mi capita con
sempre maggiore frequenza che il libro da consultare, una volta trovato,
presenti insormontabili difficoltà alla sua consultazione in quanto
si struttura come una sorta di labirinto... Allora, disperato, abbandono
il periglioso viaggio tra le pagine dell'aggiornatissimo e raffinatissimo
libro e vado a cercare ciò che m'interessa gettando l'ancora nel
tranquillo porticciolo di un manuale Hoepli o di un libro di testo di qualche
mia nipotina».
Parola di Camilleri. A commento dei due volumoni che integrano e completano
la Storia della letteratura italiana, fondata da Emilio Cecchi e Natalino
Sapegno: Il
Novecento. Scenari di fine secolo (a cura di Nino Borsellino e Lucio
Felici, nelle grandi opere Garzanti-Gruppo Utet, 2.112 pagine, 460.000
lire). «Questi due volumi mi serviranno», garantisce Camilleri,
curioso dell'apparato informativo che correda i saggi critici di letteratura
vista anche in rapporto a musica, cinema, televisione, giornalismo, informatica.
Naturalmente gli sta bene pure di non essere escluso da queste fitte
pagine (e come potrebbe, uno che fa solo bestseller?), stigmatizzando il
"gioco al massacro" sulle
antologie di contemporanei. Per cui «essere stati esclusi equivale
alla trombatura, perdonate l'orrenda parola, di un candidato alle elezioni»,
dice Camilleri.
Qui, lui è citato fin dall'introduzione di Nino Borsellino che
lo definisce «fervido autore di storie criminali e insieme comiche».
E nel saggio di Giulio Ferroni: «La tenuta della scrittura di Camilleri
è data soprattutto dal dialogo, sempre mobile, sempre incalzante,
pieno di divertite caricature linguistiche».
Senza far tanto gl'impegnati. Perché «i letterati ingaggiati
dopo anni cinque si disingaggiano», come dice una favoletta di quel
pasticcione di Gadda, giallista mancato. E perciò niente bestseller.
L'Espresso, 29.11.2001 (in edicola dal 23.11.2001)
Un appello dello scrittore siciliano
Se convivi col mafioso diventi connivente
Un libro su Caselli e Ingroia. E una satira preelettorale. Da rileggersi
adesso. Contro l'indifferenza di chi ci governa
di Andrea Camilleri
Il libro “L'eredità scomoda”, curato da Maurizio De Luca, è
un lungo, intenso dialogo tra Giancarlo Caselli, capo della Procura di
Palermo dal 1993 al '99, e il suo sostituto Antonio Ingroia, ed è
stato pubblicato dalla Feltrinelli nel marzo di quest'anno, vale a dire
otto mesi orsono. Nel libro è ampiamente spiegato come Caselli sentì
suo dovere morale accettare l'eredità scomoda di Falcone e Borsellino,
sono raccontati i retroscena, i contrasti, le perplessità all'interno
della magistratura stessa di fronte a complesse operazioni antimafia, sono
esplicitati i rapporti non precisamente idilliaci coi poteri esterni a
cominciare dal potere politico, le posizioni assunte di fronte al fenomeno
dei collaboratoti di giustizia e via via fino alla conclusione del processo
al senatore Andreotti.
Tra la data di pubblicazione di questo libro e oggi nel nostro paese
è stata operata dagli elettori una precisa scelta politica. Questa
scelta non è la mia, ma appunto per questo molti di noi sentono
il dovere di mettere in guardia la parte più sensibile della classe
politica oggi al potere. La mafia si poteva battere purché lo si
fosse davvero voluto, dice Caselli. Oggi pare che non solo si continua
a non volerlo, ma che anzi a questa malattia mortale venga concessa più
ampia possibilità di metastasi. Gli esempi sono già tanti:
si va dalla legge sul falso in bilancio a un sottosegretario-avvocato che
voleva difendere un boss del contrabbando contro il quale lo Stato si era
costituito parte civile, a un ministro al quale scappa di dire che con
la mafia bisogna convivere. E meno male che non ha detto connivere. Non
c'è tanto da meravigliarsi: dalle mie parti un vecchio detto afferma
che u pisci feti sempri di la testa, il pesce comincia a puzzare
dalla testa. Sì, ci saranno ancora leggi contro la mafia, ma generiche
e formali, scritte con l'anima e il cuore totalmente assenti. E intanto
la polemica contro quello che la Procura di Palermo ha fatto in quegli
anni ancora dura, quasi a volerne eliminare anche la memoria.
Subito dopo le elezioni regionali in Sicilia che rinnovavano il successo
totalitario conseguito dal Polo alle politiche, il "Corriere della Sera"
pubblicò un articolo di fondo dovuto a un suo notista politico.
Quel voto, scriveva l'autore, rappresentava la protesta dei siciliani contro
lo strapotere della Procura e contro una letteratura, la mia, faceva il
mio nome e il mio cognome, che li diffamava in Italia e all'estero. Tralascio
quest'ultima fantascientifica affermazione per soffermarmi sulla prima.
Ancora, in Sicilia, ci si sta a leccare le ferite inferte dallo strapotere
della Procura! E quindi, secondo la logica del giornalista, quel voto significa
una richiesta precisa da parte della grande maggioranza dei siciliani al
nuovo governo: quando finalmente l'ordine, il loro ordine tornerà
a regnare a Varsavia? E uno che scrive questo ha il coraggio di affermare
che sono io che diffamo la Sicilia?
In prossimità del voto, collaborai con alcune "lettere dal futuro"
alla rivista "MicroMega" di Paolo Flores D'Arcais. In una di esse ipotizzai
che venisse emanata una proposta di legge tendente all'adozione di un mafioso
o due da parte di famiglie sane e abbienti: il quotidiano esempio avrebbe
redento i mafiosi conviventi. Sono bastati solo sei mesi per farmi prendere
atto che la mia ipotesi non era poi così paradossale, «con
la mafia bisogna convivere», la frase è stata detta. E mi
è venuta, a sentirla, una certa rabbia, avrei potuto scriverla io
ma me ne mancò il coraggio, mi parve eccessiva anche in uno scritto
satirico. No, per il bene del Paese nel quale sono nato e nel quale mi
riconosco anche quando sbaglia, mi rifiuto di credere che questo libro
di dialogo tra Caselli e Ingroia possa fermarsi a pagina 220. Continua.
Deve continuare.
La Repubblica, ed. di Palermo, 22.11.2001
IL CONVEGNO. La sottovalutazione di Cosa nostra, magistrati a confronto
con il ministro
La sottovalutazione della mafia, sparita dalle cronache e dai dibattiti
pubblici, la complessità del fenomeno mafioso, l'evoluzione di Cosa
nostra ed i suoi legami con il mondo delle istituzioni e le strategie di
contrasto alla criminalità organizzata sono i punti del convegno
«La mafia fra tradizione e innovazione».
Al dibattito, organizzato per domani e sabato a Palermo da Magistratura
Democratica nell'aula magna del Palazzo di giustizia, parteciperanno politici,
magistrati e docenti universitari.
A presentare il seminario di studi sarà il ministro della giustizia
Claudio Castelli. Il suo intervento aprirà i lavori domani. Sono
quattro le sessioni di studio: «L'evoluzione di Cosa nostra: nuove
forme di presenza nell'economia e nelle istituzioni»; «Le peculiarità
del processo per fatti di mafia»; «Le nuove strategie di contrasto
nei confronti della criminalità mafiosa» e «L'organizzazione
mafiosa come fenomeno transnazionale e le iniziative a livello europeo».
Alla due giorni su Cosa nostra parteciperanno, tra gli altri, lo scrittore
agrigentino Andrea Camilleri, i pm della Dda di Palermo Antonio Ingroia
e Franca Imbergamo, il procuratore di Palermo Piero Grasso, il procuratore
aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato, il procuratore nazionale antimafia
Pier Luigi Vigna, il rappresentante italiano a Eurojust Giancarlo Caselli
e il vice capo della polizia Antonio Manganelli.
La Stampa, ed. di Cuneo, 22.11.2001
«I Provinciali». Serata a sorpresa al teatro Toselli
«Serata con sorpresa» recita uno fra le decine di comunicati
stampa che la Festa Europea degli Autori sta diffondendo in queste ore
per aggiornare il programma di nuovi arrivi, di piccoli cambi negli appuntamenti,
di proposte nate «per caso» e qualche assenza che non era prevedibile
come quella di Mimmo Candido, inviato per «La Stampa» in Afghanistan
o del direttore Marcello Sorgi partito alla volta della Cina dove intervisterà
il primo ministro. La «sorpresa» è attesa nella serata
di domani, in occasione della consegna del premio «I Provinciali»
assegnato ad Andrea Camilleri ed Elvira Sellerio. Sul palco del teatro
Toselli, per argomentare la scelta e dialogare con i vincitori, ci sarà
il responsabile delle pagine culturali de «La Stampa» Alberto
Papuzzi, la scrittrice Gina Lagorio sotto la regia di Bruno Gambarotta.
Il biglietto d´ingresso (2 mila lire) va acquistato nel Centro incontri
della Provincia dove si svolgono il maggior numero di manifestazioni e
si possono incontrare gli scrittori e dove è possibile avere i biglietto
per ogni evento.
Il Tempo, 22.11.2001
La Sicilia cercata tra quelle pietre selvagge
[...]
C’è una incessante e dolente diaspora dei siciliani. Li trovi
dappertutto per il mondo, a cercare le occasioni e le possibilità
che la loro terra il più delle volte nega. Lo ritrovi dappertutto
l’orgoglio e lo spasmo di siciliani che vogliono farsi valere. Duri e romantici,
sanno le pene del vivere e sanno affrontarle. Maria Grazia Cutuli girava
il mondo come se fossero i quartieri della sua città natale, Catania,
una città da 400 mila abitanti; i libri di Andrea Camilleri sono
scritti a Roma ed editi dalla Mondadori di Milano; Francesco Merlo batte
al computer su una sua scrivania parigina; Marcello Sorgi dirige il gran
quotidiano piemontese; Piero Calabrese spulcia abitudini e consumi dei
vip su un mensile edito dalla Rizzoli a Milano; io mi guadagno il pane
andando in treno o in aereo tra Roma e Milano.
[...]
La Nuova Sardegna, 21.11.2001
Radio 2, torna Montalbano
Il commissario siciliano alle prese con un nuovo giallo
ROMA. A partire dal prossimo lunedì 26 novembre con «La
forma dell'acqua» ritorna «Il Commissario Montalbano»
personaggio amato dal grande pubblico televisivo - grazie a una fortunata
serie - e creato dallo scrittore siciliano Andrea Camilleri. Il giallo
si articolerà complessivamente in dieci episodi che andranno in
onda, ogni settimana dal lunedì al venerdì alle ore 8.45
su Radio 2 Rai.
In sintesi, per il commissario Montalbano, si tratterà ancora
una volta del caso di una morte misteriosa su cui dover avviare le sue
indagini: si tratta, in questo caso di quella dell'ingegnere Luparello,
il cui cadavere viene rinvenuto da due netturbini in un'automobile ferma
in un luogo appartato in cui prostitute di tutte le nazionalità
sono solite incontrare i loro clienti.
Tutto farebbe pensare ad una morte naturale, dovuta ad una prestazione
sessuale forse troppo impetuosa per una persona malata di cuore. Ma questa
morte ha invece «La forma dell'acqua».
La morte dell'ingegnere Luparello, un professionista molto in vista
nella sua città e assai impegnato nell'attività politica,
si spande, appunto come l'acqua, tra gli alambicchi ritorti e i vasi inopinatamente
comunicanti del comitato affaristico politico-mafioso che domina la cittadina
di Vigata. Se questa è la sua forma, la sostanza (ossia il colpevole,
il movente, le circostanze dell'assassinio) è invece più
antica, più resistente, forse di maggior pessimismo ma di gran lunga
più appassionante per un perfetto racconto poliziesco.
La colonna sonora originale dello sceneggiato radiofonico tratto dal
romanzo di Andrea Camilleri «La forma dell'acqua» i cui editori
musicali sono Rti Music srl e Rai Trade SpA, è stata scritta per
l'occasione dal maestro Franco Piersanti. La voce narrante è quella
di Michele Gammino.
La Nuova Sardegna, 21.11.2001
I sardi tra gli autori che parteciperanno alla tre giorni di Cuneo
Mannuzzu e Fois parlano di isole
Ci saranno anche i sardi Salvatore Mannuzzu e Marcello Fois, alla Festa
degli Autori che si tiene a Cuneo in questo fine settimana (da venerdì
a domenica): presenza quasi istituzionale perché per questa terza
edizione il tema scelto è quello delle isole. E con loro altri «isolani»
di rango come i siciliani Andrea Camilleri (che arriverà a presentare
il suo ultimo libro, «Il re di Girgenti») e l'editrice Elvira
Sellerio, entrambi premiati, insieme all'altra siciliana illustre, Dacia
Maraini. Isole geografiche o isole linguistiche, come il Paese Basco di
Xabier Kintana; isole (arcipelaghi) generazionali, come il mondo dei giovani
del quale parlerà Paolo Crepet; o l'insularità esistenziale
dell'Islam che si confronta con l'Occidente (Ben Jelloun ed Elkann). E
a parlare di altre isole ancora, altri scrittori e poeti come Leonardo
Padura Fuentes, Nico Orengo, Bruno Gambarotta, per citare solo alcuni degli
autori che si succederanno negli ncontri con il pubblico tenuti durante
l'arco della tre giorni cuneese.
La Nazione (ed. di Viareggio), 21.11.2001
Lirica: incontro al «Ridotto»
Così com'è nata, è rimasta, questa Società
lucchese dei lettori, creazione di pochi interessati alla letteratura con
in testa la scrittrice lucchese Francesca Duranti, presidente fino a qualche
anno fa, quando cedette la carica, per impegni al di là dell'Atlantico,
all'avvocato Ugo Frezza. Cioè da quando è nata nel 1988,
non ha perso la sua carattestistica principale, che è quella di
un'associazione che invita a partecipare al «Premio dei lettori»
quegli scrittori che il consiglio ritiene più meritevoli, senza
tante pressioni di case editrici. E lo ha fatto con criterio, se fra i
premiati si trovano nomi come: Tabucchi, Vassalli, Marianini, Todisco,
Pontiggia, Pressburger, Siciliano, Lodolo, De Carlo, La Capria, Culicchia,
Cotroneo, Consolo, Cerami, Camilleri, Busi, Bevilacqua, Bocca, Barrico,
per ricordarne solo alcuni.
[...]
Mario Rocchi
La Repubblica, ed. di Roma, 20.11.2001
Nasce la "G(i)alleria" omaggio d'arte al noir
E' l'unica libreria e galleria d'arte della Capitale dedicata esclusivamente
al «giallo». Si chiama «G(i)alleria» e oggi inagura,
con l'Ambasciata di Francia, la mostra «Vent'anni di letteratura
poliziesca francese». Si parte dal '45 quando la casa editrice Gallimard
pubblica con gli americani Chandler e Hammett, per poi nel '53 scoprire
i primi francesi come Albert Simonin e Pierre Leson e arrivare negli anni
'80 a Daniel Pennac. La mostra con libri, fumetti, video e proiezione di
film noir, vedrà anche una tavola rotonda sugli autori francesi
più conosciuti in Italia. Saranno presenti Andrea Camilleri, Dominique
Manotti e Serge Quadruppani.
Sulle pareti della galleria, a fare da specchio alla letteratura i
quadri di Felice Levini, Luca Patella, Salvatore Brancato, Sergio Lombardo,
Esteban Villalta Marzi, dedicati agli «Oggetti criminali».
Una corda da impiccagione di Levini, un coltello di Patella, le armi di
Esteban Villalta Marzi, il veleno di Sergio Lombardo, accentuano, con arte,
l'atmosfera «noir». Lungotevere dei Mellini 23. Tutti i giorni
10-13 e 16-20, chiuso sabato pomeriggio e domenica. Fino al 31 dicembre.
(linda de sanctis)
La Repubblica, ed. di Palermo, 20.11.2001
Continua la maledizione dei rigori "Ma che attore quell'Oliveira…"
L'ira di Montalbano "Lulù si è buttato e quando l'arbitro
ha fischiato mi ha pure preso in giro"
Per il commissario Montalbano l'ultimo caso non è certo un giallo
e il colpevole è già stato smascherato. Camilleri non c'entra
niente. Il Montalbano, suo malgrado salito alla ribalta, è il difensore
del Palermo che con il commissario più famoso del momento ha in
comune oltre al cognome anche l'essere originario della provincia di Agrigento.
Il caso nel quale è stato tirato in ballo il difensore rosanero
è quello del rigore concesso al Como dall'arbitro Nucini. Il colpevole,
sempre secondo le indagini di Vincenzo Montalbano, è Oliveira.
[...]
Massimo Norrito
Il Tempo, 19.11.2001
L’attore romano ha avuto come insegnante proprio Camilleri
di STEFANIA CERRAI
ROMA - Luca Zingaretti è ormai per tutti, persino per Andrea
Camilleri, il commissario Salvo Montalbano, il poliziotto protagonista
dei romanzi dello scrittore siciliano. Ma non bisogna lasciarsi ingannare
dall'accento sfoggiato in televisione: Zingaretti è un romano innamoratissimo
della sua città. Ogni volta che le riprese dei due nuovi episodi
della serie TV dedicata al commissario più famoso d'Italia glielo
permettono, Luca lascia Ragusa e vola nella capitale per andare allo stadio
a tifare per Totti, il giocatore della Roma, il suo preferito. A volte
scende egli stesso in campo con la Nazionale degli attori: per scopi benefici,
ma anche per dare sfogo a un sogno che non si è avverato, quello
di fare il calciatore.
«A diciassette anni - racconta - feci un provino per entrare
nella Ternana e lo superai. Ero felicissimo, ma proprio quell'estate m'innamorai
di una ragazza di Roma e per lei rinunciai a quella carriera».
Pentito della sua scelta?
«No, perché grazie a quella ragazza, che era iscritta
all'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, mi misi a seguire quei
corsi con lei. Quell'amore terminò presto, mentre l'amore per il
teatro e la recitazione continuò: ormai ho alle spalle quasi vent'anni
di carriera cinematografica, televisiva e teatrale».
Ma la sua grande popolarità è dovuta a un personaggio
televisivo, il commissario Montalbano.
«È vero. La televisione è capace di offrire una
grande, a volte improvvisa, notorietà. Più di tanti film,
più di tanto teatro. Io sono stato fortunato. Andrea Camilleri,
il "padre" di Montalbano, è stato mio insegnante all'Accademia.
Quando ho saputo che volevano trasformare i suoi libri in una serie TV,
ho chiesto di fare un provino».
Ha avuto difficoltà col dialetto siciliano?
«Ho studiato a lungo per riuscire a dare al personaggio quell'accento».
Quanto c'è di Montalbano in Luca Zingaretti?
«Molto, forse tutto. All'inizio mi sono adeguato al personaggio
assumendone i tratti essenziali, come il carattere schivo e riflessivo,
ma anche impetuoso e passionale all'occorrenza. Poi, sequenza dopo sequenza,
ho trovato la sua identità e l'ho fatta mia».
A quando i nuovi episodi?
«Li stiamo girando nel Ragusano e andranno in onda a maggio.
Sono tratti dai racconti contenuti in Gli arancini di Montalbano».
Si tratta della quarta serie della fiction. Ma lei non aveva dichiarato
di voler chiudere con Montalbano?
«Sono stato frainteso. Ho detto che mi piacerebbe chiudere in
bellezza questa mia esperienza artistica. Il successo ottenuto con questi
sceneggiati televisivi sono andati ben oltre le aspettative. È difficile
mantenersi a lungo sulla cresta dell'onda».
Non teme di rimanere legato al personaggio del commissario?
«Anche questo è un rischio che va tenuto in considerazione,
ma dipende tutto da me. Sono io che devo rinnovarmi, cercando di dare sempre
nuova freschezza al personaggio».
Il Giornale, 14.11.2001
Camilleri. Il cunto del maestro
di Pietrangelo Buttafuoco
Commovente, importante e dolce. Praticamente un vero libro: un vero
e proprio cunto con cui fare festa di malinconia e dolore. Sarà
pure un calepino di "dolenti tenerezze e corrotti desideri", ma Il re
di Girgenti (Sellerio, pagg. 448, lire 22mila) storia meravigliosa
dell'eroe Zosimo che aveva un ramo di albero duro tra le gambe, è
il secondo grande libro di Andrea Camilieri, secondo cronologicamente al
Birraio
di Preston, ma primo in perfezione artistica.
C'è tutto appunto, tutto in un impeccabile scheletro aristotelico.
C'è la risata spalancata nella pancia, la lacrima chiusa in gola,
il chissà come può andare a finire, la catena infinita dei
personaggi e infine il contesto: a metà tra Seicento e Settecento
in Sicilia, tra spagnuoli e savoiardi, "un pedi leva e l'autru metti" tra
popolo e epica. C'è il Diavolo, c'è un mago, c'è un
bandito, c'è uno sbirro di valore. C'è un prete, patre Uhù,
che fa la parte del precettore ardito, c'è un valletto puppo, c'è
un nobile suicida, c'è una bandiera, ossia una testa di toro e c’è
un sottinteso simbolo, non falce e martello, ma falce e zappuni, come s'addice
alla pratica di libertà di un popolo contadino. C'è il profumo,
l'ascella della madre dell'eroe che ha "sciauro della luna in una notte
d'austu".
SCENA DA ANTOLOGIA
E la madre Zosimo lo partorisce con l'aiuto di una gallina che regala
l'uovo, di una capra che offre il latte, di un cane che lecca l'infante
e infine mangia la placenta. C'è l'amore manco a dirlo: in due pagine
di miracolo sentimentale, Camilleri (che ci deve perdonare di tutte le
malaparte fattegli per tutte le volte che s'infila in politica), ha scolpito
una scena da antologia.
Quando l'eroe perde la sua donna - lei, incinta, muore cadendo da un
albero di pere - scannato dal dolore si tuffa tra i rovi di una grotta
dove da piccolo aveva imparato il punto esatto per guardare ciò
che c'è e ciò che non c'è. Taglia in fretta un flauto
di Pan, e con la forza della disdetta, con la paura di non riuscire a suonare
per il terribile bisogno di piangere, Zosimo soffia sul flauto la stridula
nenia della disperazione. soffia senza staccare un istante le labbra dalle
canne fino a quando rivede lei di spalle camminare verso il fondo del buio.
Soffia e non può chiamarla, sa bene che se smette la musica, se
la chiama senza l'incantesimo del flauto, smette pure l'apparizione e allora
soffia con ancora più disperazione e la chiama con gli occhi. Lei
se ne accorge, si volta indietro e non può allora dargli altra parola
che un'espressione, una sola espressione d'infinita tristezza: "Oramà!".
Ormai più niente.
C'è tutto in questo romanzo da cantastorie, con Zosimo che assomiglia
all'eroe, da sempre sognato da chi vuole gustarsi un'avventura. Anzi, una
lunga avventura che tocca più di una generazione. Un’avventura politica
con l'eroe che da "sociale" diventa "Re", re di un aquilone con cui potere
lasciare il cappio e andare oltre le nuvole, oltre il sogno di chissà
che. Con quel ramo d'albero duro tra le gambe Zosimo incarna l'archetipo
del capo popolo, precisamente il capo popolo di una causa veramente popolare.
Pratico di greco e di latino, alto d'ingegno e grande di cuore, Zosimo
che però si chiama Michele, è figlio di una razza attentata
fare il passo giusto: "Nui dobbiamo apprisentarci quanno il jorno non è
più jorno e la notti non è ancora notti". E chissà
come va a finire questa storia che adesso non vogliamo raccontare tutta
per non disturbare il piacere di scoprirsela perché infine, "si
cunta e si bocunta" sì, ma giusto in quel preciso momento quando
in una ciurma d'amici cala il silenzio che precede "il momento dei saluti".
La cifra di paragone è Miguel de Cervantes, ossia il romanzo scavato
in campagna intorno al miraggio di "una scanata di pane".
QUANDO NON PARLA DI POLITICA IL NARRATORE SICILIANO DA' IL MEGLIO
E’ un romanzo orale, parlato, urlato, sussurrato perfino. E’ un romanzo
di puro suono, ovviamente redatto in siciliano (con qualche inserto in
spagnuolo), forse difficile per un orecchio non aduso, ma a forza di "cunto
e di boncunto", a forza di suggestione, risulta facile e veloce, vertiginoso
quindi, anche in virtù delle continue sorprese drammaturgiche. Camilleri
ci deve assolutamente perdonare per tutte le volte che l'abbiamo pigliato
a sfottere, ma anche lui però deve convincersi che quando sprofonda
nel romanzo vero, senza concessioni alla facile propaganda di regime, senza
i sinistrismi del sinistrato conformismo, fa letteratura, anzi, assolve
al suo destino di artista.
Ovviamente Il re di Girgenti è edito da Sellerio e, si
dovrebbe dire a questo punto, con un libro così, era naturale che
il marchio fosse appunto lo chic blu Sellerio.
The Sicilian Cultural Society of Canada presents
SICILIAN DAY
A celebration of Sicilian Arts and Culture
Sunday November 11, 2001 - 10:00
am - 8:00 pm - Free admission
COLUMBUS CENTRE - 901 Lawrence Ave. West Toronto
La Sicilian Cultural Society of Canada attraverso la realizzazione della
giornata Siciliana presenta una giornata dedicata alla gloria della Sicilia
con conferenze, letteratura, danza, teatro, musica, tradizioni e sapori
siciliani da gustare in un'unica giornata. Il programma, ideato dal comitato
della Sicilian Cultural Society, ha puntato a ritrovare la dimensione dello
stare insieme che è un po' il cuore della vita siciliana.
Per la sezione LITERATURE & CULTURE segnaliamo:
Tuttolibri 10.11.2001
Noir in festival: una e-mail per scegliere il miglior giallo
Anche quest'anno i lettori di ttL saranno chiamati a scegliere il miglior
giallo italiano cui sarà assegnato il Premio Giorgio Scerbanenco
in occasione del "Noir in Festival" che si terrà a Courmayeur dal
6 al 12 dicembre. I loro voti si andranno a sommare alle preferenze della
giuria presieduta da Nico Orengo e composta da Graziano Braschi, Valerio
Calzolaio, Tecla Dozio, Ernesto G. Laura, Carlo Oliva, Gianfranco Orsi,
Sergio Pent, Cecilia Scerbanenco e Lia Volpatti.
Questi i dieci finalisti, in ordine alfabetico:
1) Fiorella Cagnoni, Arsenico. La tartaruga
2) Andrea Camilleri, L'odore della notte. Sellerio
3) Massimo Carlotto, Arrivederci, amore, ciao. E/O
4) Piero Colaprico, Pietro Valpreda, Quattro gocce d'acqua piovana.
Marco Tropea
5) Sandrone Dazieri, La cura del gorilla. Einaudi
6) Marcello Fois, Dura madre. Einaudi
7) Carlo Lucarelli, Un giorno dopo l'altro. Einaudi
8) Claudia Salvatori, Sublime anima di donna. Marco Tropea
9) Giampaolo Simi, Tutto o nulla. DeriveApprodi
10) Piero Soria, La donna cattiva. Mondadori
Si vota scegliendo il titolo preferito su http://www.noirfest.com
entro il 30 novembre 2001.
Grazie a Rasbank e a Garzanti, verrà ripubblicato un volume
di Giorgio Scerbanenco. Quest'anno toccherà a "Le spie non devono
amare". I lettori potranno ritirarne gratuitamente una copia dal 1 dicembre
nei Centri di promozione Finanziaria Rasbank. per gli indirizzi: rivolgersi
al sito di Noir in Festival oppure al Numero Verde 800.100.800.
Il Resto del Carlino 10.11.2001
Il romanzo giallo italiano, ovvero come raccontare l'attualità
filtrata dall'ironia
RAVENNA — Il giallo entra nelle scuole, ottenendo pari dignità
con la 'grande letteratura'. Questo grazie all'iniziativa Il giallo italiano:
nuovo romanzo sociale?, corso di formazione per docenti che si conclude
oggi a Ravenna (sala D'Attorre) e che ha visto le relazioni di famosi scrittori
da Loriano Macchiavelli a Carlo Lucarelli, da Eraldo Baldini a Danila Comastri
Montanari. Con loro esperti della materia, da Andrea Bruni a Loris Rambelli,
autore prima 'enciclopedia' del giallo italiano.
Rambelli, oggi il giallo può essere considerato il nuovo romanzo
sociale italiano?
«Il coordinatore del corso, Marco Sangiorgi, ha citato, fra gli
altri Corrado Augias, secondo il quale il giallo sarebbe romanzo sociale
per eccellenza, e Oreste del Buono che definisce il giallo un prodotto
artigianale. Nel mio libro del 1979, individuavo una svolta nel giallo
italiano che avveniva con Scerbanenco, o meglio con la pubblicazione di
'Venere privata', nel 1966. Forse proprio da quel momento il giallo può
essere considerato romanzo sociale, in Italia».
Come è arrivato a questa conclusione?
«Mi sono chiesto: da dove Scerbanenco ha potuto attingere una
violenza simile, come quella che descrive nei suoi romanzi? Ebbene, è
la stessa violenza che si ritrova in un film come 'Rocco e suoi fratelli'
di Visconti, che è del 1960. Ho capito allora che c'era un fondo
di verità nei gialli di Scerbanenco, che non erano esercizi di stile,
all'americana; che il libro e il film descrivevano entrambi una violenza
reale».
Scerbanenco è stato dunque il capostipite. E dopo di lui?
«La strada che ha aperto è stata percorsa da molti giallisti
italiani, una strada in cui si sono distinti Antonio Perria e Andrea Pinketts,
per limitarci alla scuola milanese».
Quali sono le caratteristiche che distinguono il giallo italiano?
«Da una parte c'è l'adesione alla realtà, cioè
si propone come romanzo sociale, dall'altra non rinuncia a un certo gusto
per la parodia, per l'umorismo, che troviamo già negli autori delle
origini, cioè negli anni Trenta. Queste due anime del giallo italiano
convivono oggi, per esempio, in un autore come Lucarelli, ma anche, con
esiti diversi, in Pinketts. E c'è, infine, l'attenzione per la qualità
della scrittura; basti pensare a De Angelis, D'Errico e Camilleri».
Il giallo è uno fra i generi che si adeguano con maggiore velocità
alla realtà. Anche la figura del detective è cambiata...
«Attualmente il genere ha mutato alcune caratteristiche. Assistiamo
alla scomparsa del detective 'classico', sostituito da un investigatore
che pensa prima a salvare la pelle e poi, magari, riesce anche a scoprire
il colpevole di un reato, cioè scompare quel tipo di giallo che
presuppone la certezza di ricomporre un ordine infranto dal criminale».
Se potesse riscrivere il suo saggio del '79, cambierebbe qualcosa?
«Tornerei a sottolineare la linea di sviluppo rappresentata dalla
parodia che percorre tutta la storia del giallo italiano e in cui si ritrovano
autori diversissimi fra loro: Achille Campanile, Carlo Manzoni, Giuseppe
Ciabattini, Sergio Donati, il Macchiavelli del 'La Rosa e il suo doppio',
Nicoletta Vallorani, Lucarelli e Pinketts. Questa componente umoristica
prima di Scerbanenco esisteva per motivi politici, perché era un
modo per sfuggire ai cappi della censura. E che dopo di lui si configura
come gusto per il divertimento, anche linguistico, ed è una risorsa
per controbilanciare gli aspetti più crudi della realtà».
Paolo Pingani
La Stampa 09.11.2001
«IL RE DI GIRGENTI»: NEL NUOVO ROMANZO DI CAMILLERI,
TRA STORIA E INVENZIONE, UNA RIVOLTA CONTADINA DI INIZIO `700 E IL SUO
ESAGERATO PROTAGONISTA
ANDREA Camilleri racconta in una nota come venne a conoscenza di Zosimo,
un contadino che nel 1718 capeggiò ad Agrigento una rivolta contro
nobili e borghesi, ottenendo dai suoi un effimero titolo di re. Erano poche
pagine, poche righe di storici locali che lasciavano nel vago la vicenda,
incompiuta la figura del personaggio. Sicché fu indotto a scriverne
di suo una biografia, «tutta inventata», a costruire il romanzo
intitolato appunto Il re di Girgenti. Biografia è definizione approssimativa,
come lo sarebbe quella di romanzo storico. La storia, si sa, ha avuto cultori
appassionati tra gli scrittori siciliani (da De Roberto a Pirandello, da
Lampedusa a Sciascia, Bufalino e Consolo) come se fossero costretti a misurarsi
con una ferita non rimarginata, con un groviglio inestricato. L´inventore
del commissario Montalbano per la prima volta ci si prova anche lui, costeggia
e tenta quel territorio che sembra tuttavia troppo limitato per la sua
esuberanza espressiva: per un romanzo che - tra memoria di genti e paesi,
risentimenti civili e allettamenti fantastici, echi letterari e scavi linguistici
- vuole essere un libro «totale». L´attenta ricostruzione
ambientale, l´aderenza a una realtà terragna e plebea che
inclina al grottesco, hanno bisogno di alimentarsi con altri succhi, che
derivano dalla cantata popolare, dal poema eroicomico, dalla favola (come
lasciano intendere certi incipit: «La matina istissa di quanno capitò
quello che capitò», «Si cunta e si boncunta...»).
Il re di Girgenti è un romanzo che procede dilatandosi, con digressioni
e invenzioni di sempre nuove storie e personaggi. Come appare dal lungo
antefatto, peraltro molto divertente, dove si raccontano i casi di Giosuè,
che anticipa, con tratti più elementari, appena scortecciati, il
figlio Zosimo. Entra in scena mentre strappa alla morte suo malgrado (la
prima idea era quella di depredarlo) un nobile precipitato in un burrone.
Salvo poi a dargli manforte quando si impicca per debiti di gioco. Cominciano
di qui le disavventure di Giosuè, che ne uscirà con l´aiuto
dei compaesani e con la sua furbizia bertoldesca (gli capiterà fra
l´altro di ingravidare una principessa, a richiesta del marito, afflitto
da «impotentia generandi»). E´ secondato dalla sua donna,
Filònia, sulla quale si appuntano le brame di un campiere. Ma se
ne sbrigherà concedendogli soltanto di annusare l´afrore delle
sue parti nascoste. Intorno, è un brulicare di «giornatanti»,
bravi, capitani di giustizia, preti: fra i quali si distingue frate Huhù,
asceta e negromante, amico dei contadini, che rotea la croce come una Durlindana
e manifesta una chiara vocazione all´auto da fé. E´
un mondo che si confronta a ogni passo (tra sottomissione e rivolta) con
l´alterigia e la prepotenza dei «grandi», che sono tra
l´altro i detentori di una sia pure artefatta, strumentale cultura.
Recitano «O animale grazioso e benigno», «Sembrano stocchi
d´erbaspada», mentre la principessa in foia declama a suo vantaggio
(con una implicita parodia) le espressioni d´amore del Cantico spirituale
di San Juan de la Cruz. La prospettiva cambia con la nascita meravigliosa
di Zosimo. Simile a Gargantua, appena uscito dal grembo materno ride a
gola piena; a tre mesi sputa il latte e mangia sarde salate; a sette mesi
si mette a parlare come un grande e, ancora ragazzo, legge i libri che
gli fornisce frate Huhù, vincendo le diffidenze della madre: «I
libra so´ cosa dannata, portano guerra, morti e malannata».
Più avanti compirà veri e propri prodigi (la lotta con il
terremoto) che, insieme alla precoce saggezza, lo designeranno capo della
sua gente. Zosimo si esercita come uomo di consiglio nel tempo della siccità
(che comporta un assalto sanguinoso ai viveri ammassati dal vescovo) e
della peste. Ma crede di trovare la sua grande occasione quando il potere
dei baroni sembra compromesso dallo scontro fra i savoiardi di Vittorio
Amedeo (diventato re di Sicilia in base al trattato di Utrecht) e gli spagnoli.
Con il suo esercito di villani occupa Agrigento, taglieggia nobili e borghesi
pur frenando la furia omicida dei rivoltosi, incide sul tronco di un sorbo
le leggi del suo buon governo, che si ispira a un moderato egualitarismo.
Non si illude sulla durata del suo esperimento, ma è convinto che
valga la pena «regalare un sogno» ai seguaci. Il tradimento
e la caduta dell´improvvisato regno lo conducono ai gradoni del patibolo.
Mentre giunge «al som de l´escalina», gli vien da dire
come trasognato: «Ara vos prec» (ora vi prego) ripetendo le
parole che Arnaut Daniel rivolge a Dante nel Purgatorio. E infilando il
collo nel cappio si aggrappa al filo di un aquilone, quello dei giochi
infantili, che lo solleva sopra la piazza ammutolita, sulla forca, sul
suo stesso corpo penzolante. La storia di Zosimo, così toccante
nei suoi momenti estremi, si conclude con una apoteosi, con un sogno a
occhi aperti che Camilleri ha voluto concedersi. E´ anche, in tutto
il romanzo, una apoteosi del dialetto siciliano, al quale siamo assuefatti
del resto dai suoi libri precedenti. Non so quanto sia normativizzato e
semplificato. Certo non comporta grandi difficoltà di lettura, le
parole più ostiche si indovinano a senso e talvolta Camilleri provvede,
senza parere, a darcene l´equivalente italiano. Parlano in dialetto
i villani e il narratore in terza persona che, anche da questo lato, solidarizza
con loro. Mentre i «vilains», che sarebbero le persone di riguardo,
parlano in lingua italiana, magari contaminata con il castigliano, come
conviene a questa storia ambientata in una Sicilia baronale, inquisitoriale
e spagnolesca. E´ una scommessa, quella del dialetto, che Camilleri
ripropone imperterrito e che, nel Re di Girgenti, riesce a una straordinaria
densità e felicità espressiva.
Lorenzo Mondo
Il Mattino 08.11.2001
Camilleri, il re dei best seller
Ineffabile Andrea Camilleri: il re dei best (e long) seller, ancora
una volta, ha colpito nel segno. Conquistando non soltanto un - pressoché
scontato - primo posto in classifica con il nuovo romanzo, ma sbaragliando
tutti anche con la persistenza, a pochi posti di distanza, de «L’odore
della notte».
Se il fenomeno Camilleri conferma così la sua popolarità,
insidiata solo dal «Ritratto in seppia» di Allende, altri narratori
italiani non sono però da meno: come l’ultimo Benni, che avanza
con brio, Casati Modignani, con la sua storia incentrata su Napoli, e il
nuovo, discusso De Carlo.
Dominio dell’attualità, invece, il versante saggistico: e qui
l’unica sorpresa è la comparsa, in classifica, di «Dio e il
mondo», opera di Ratzinger.
Il Messaggero 06.11.2001
Camilleri, l’utopia del re contadino
UNA breve, fulminante parabola di vita e di morte, dove si incontrano
“sciupafemmine" e maghi imbroglioni, nobili cornuti e nobili infoiati.
Una scheggia di storia remota come il petulante ronzio di una favola, riscritta
al di là delle sue poche e risicate fonti, e così salvata
dal buco nero della dimenticanza, sulla base dei pochi elementi su cui
si sono accaniti “omissioni, distrazioni, tergiversazioni di storici".
La forma de Il re di Girgenti (Sellerio, 448 pagine, 22.000 lire), ultimo
libro di Andrea Camilleri, è quella di un (finto) romanzo storico
ambientato nella Sicilia del ’700, nel mondo dei contadini e con la breve
esperienza di autogoverno degli agrigentini all’inizio del Secolo dei Lumi
per realizzare il sogno di una società senza classi e ingiustizie.
Al centro della “biografia tutta inventata", il giovane Zosimo che,
nel 1718, guida gli agrigentini, fa giustiziare guardie e funzionari, disarma
i nobili e si proclama re. Per poco tempo, come è capitato a tutti
i Masaniello e i Cola di Rienzo che hanno violentemente mosso il popolo
alla rivolta: con l'inevitabile resa dei conti, Zosimo viene portato lui
stesso al patibolo dai soldati monarchici che hanno ripreso il potere.
E, prima di essere impiccato, vede accanto a sé un filo sottile
che lo guida alla stella cometa in forma di aquilone da cui è sempre
stato accompagnato nella sua esistenza. E l’aquilone lo solleva in alto,
lontano da quel sacco vuoto che oscilla sotto di sé nella forca.
“Come fu che Zosimo fu concepito", “Quello che capitò negli
anni appresso", “Come fu che che Zosimo divento re", “Come fu che Zosimo
morì"... Il tratto popolare-contadino del “cunto" si mescola con
il “vibrato poetico" del récit-poème secondo l’acuta definizione
di Salvatore Silvano Nigro, autore di un minisaggio travestito da appetitoso
risvolto di copertina. Confezionando i capitoli come siparietti di un gran
teatro barocco con diavoli, vergini, briganti e santi miscelati in fisionomie
ora realistiche ora visionarie, ora grottesche ora scopertamente comiche
Camilleri amalgama la vicenda di Zosimo, da cui confessa di essere stato
“strammato", calandola dentro il tratto della sua inconfondibile scrittura.
Con il ritmo e la musicalità pastosa e miscelata che qui deborda
verso il registro siculo-spagnolo dalla maculata espressività, richiesta
dal contesto rurale e settecentesco della “storia".
L'eco di Bergamo 06.11.2001
Simile, quasi identico, praticamente copiato
In tribunale J. K. Rowling, la «mamma» di Harry Potter:
si ripropone il problema del plagio
Furto o riscrittura creativa? Il caso di Susanna Tamaro, assolta, e
di Al Bano, che accusò Michael Jackson di avergli «rubato»
un pezzo
«I poeti immaturi imitano; i poeti maturi rubano; i poeti mediocri
deturpano ciò che prendono, mentre i bravi poeti lo trasformano
in qualcosa di meglio, o almeno in qualcosa di diverso». Così
Thomas Stearns Eliot. A sentire l'autore di «La terra desolata»,
quindi, non ci sarebbe scampo: il legame truffaldino o anche «onesto»
tra un autore - non solo giovane o agli inizi - e un autore già
famoso o perfino sconosciuto, sarebbe sempre esistito e sempre esisterà.
[...]
Quest'estate lo scrittore Andrea Camilleri ha affermato che «il
mestiere dello scrittore equivale a quello del ladro... se è lecitamente
consentito imparare, ed affinare l'arte della scrittura, leggendo molto,
introiettando stili, regole e affinità, la "scopiazzatura sfacciata"
d'idee, trame e paragrafi letteralmente ricopiati, è da condannare
senza esitazioni».
[...]
Antonio Donadio
L'Unità 05.11.2001
Camilleri - Il vento freddo del potere
Dal nuovo romanzo "Il re di Girgenti" al cattivo governo italiano:
intervista a tutto tondo con lo scrittore siciliano
Il re di Girgenti lo si potrebbe definire come una summa dell’opera
di Camilleri, è un romanzo storico che racchiude il meglio della
sua produzione letteraria, ma per molti versi va oltre. Al centro di questa
produzione vi è la storia, come spunto o come punto di riferimento.
Dalla storia e dal valore di essa nella scrittura di Andrea Camilleri,
prende l’avvio il nostro dialogo con lo scrittore siciliano che rappresenta
un fenomeno sui generis nella storia della letteratura italiana della seconda
metà del ‘900 e di questi inizi del nuovo millennio.
“In tutta la mia produzione letteraria – spiega Camilleri – la storia
assume un valore importante. I miei romanzi hanno dei riferimenti storicotemporali,
che poi rielaboro in maniera del tutto soggettiva. Nel Re di Girgenti,
in particolar modo, la presenza della storia è un riferimento costante.
Una cornice che ha una funzione rilevante nel meccanismo del racconto”.
Qual’è la sua concezione della storia? Qualche anno fa lei parlò
di visione dialettica, hegelo-marxista…
“E continuo ad essere della medesima idea. La lettura dei processi
storici, priva di un supporto interpretativo, è inconsistente. la
storia senza una chiave di lettura sarebbe una successione incomprensibile
dei fatti Ritengo che l’importanza della lettura marxista della storia
sia essenziale per spiegare la struttura e la dinamica delle classi sociali”.
Nel Re di Girgenti scrive di rivoluzione e di controrivoluzione.
Qual è il suo concetto di rivoluzione?
“La rivoluzione la intendo come una forza propulsiva, come il convergere
di alcune situazioni storiche che determinano l’esplosione di tutte le
valvole di sicurezza. la rivoluzione è un avvenimento che cambia
il mondo. Pensi alla Grande Rivoluzione francese, ed ai mutamenti che ha
apportato nella storia dell’Occidente. Ed ancora, nell’antichità,
alla forza rivoluzionaria di Gesù Cristo”.
Nel suo romanzo vi è invece la storia di una rivoluzione impossibile?
“Esatto, una rivoluzione impossibile. Ma vede, Zosimo ha pienamente
coscienza di ciò. Sa benissimo che il suo è un tentativo
utopico. Il suo obbiettivo è quello di regalare un sogno ai contadini,
che vivono in condizioni disperate, ed in parte ci riesce. E’ chiaro che
poi arriva la controrivoluzione, la restaurazione, Zosimo la intuisce,
ma non arretra…”.
Determinante nella sconfitta della rivoluzione di contadini è
il gioco delle alleanze tra i nobili, o poteri forti dell’epoca. Lei descrive
uno Zosimo prudente, accorto, ma che nulla può contro le trappole
dei potenti.
“Ho voluto raccontare i meccanismi del funzionamento del potere, le
strategie e le alleanze”.
Così come ne La mossa del cavallo?
“Certo. Mi fa piacere che lei abbia colto questa connessione. Per me
è importante descrivere e raccontare i meccanismi di costruzione
del potere, che sono nodi cruciali dei passaggi e degli accadimenti storici.
Vede, le alleanze dei nobili, messe in atto solo quando i loro interessi
sono minacciati, esprimono lo spirito autentico di quello che possiamo
definire conservazione dell’esistente. L’esigenza che nulla cambi. Ma attenzione
questa posizione, che in altri termini è stata espressa nel Gattopardo,
non era quelle delle masse di diseredati siciliani. “Il basso verminaio”,
voleva cambiare, voleva migliorare le proprie condizioni di vita. Le parole
del principe Salina nel Gattopardo sono state assunte ad immagine
della cultura siciliana, hanno costituito l’esempio di uno stereotipo in
negativo, ma sono il frutto di un fraintendimento”.
Perché fallisce il sogno di Zosimo?
“Mancanza di un progetto politico realistico. Le speranze dei contadini
non avevano un collante programmatico, erano solo un sogno. Ricordiamoci
che la rivolta di Girgenti è un fatto realmente accaduto agli inizi
del Settecento, siamo molto lontani dall’elaborazione di culture politiche
che rappresenteranno in seguito le masse popolari. E vi è anche
un’altra cosa da dire. La legittimazione del potere nell’epoca presa in
considerazione avveniva dall’alto, ogni ipotesi rivoluzionaria era del
tutto utopica”.
Lei ha parlato di rivoluzione e non di semplice rivolta. Perché?
“Sul piano letterario non vi sono i vincoli del linguaggio storiografico,
ma vi è comunque una ragione sul mio insistere sul termine rivoluzione.
Molte rivolte contadine sono state considerate avvenimenti minori della
storia, roba da mettere quasi fra parentesi. Ora senza entrare nel merito
delle categorie storiografiche, ho letto studi seri e rigorosi nei quali
queste rivolte vengono rivalutate o meglio valutate per quel che realmente
sono state. Ho voluto ridare dignità ai moti contadini, spesso sottovalutati
e dimenticati”.
Dalla visione storica alla filosofia. In questo suo ultimo romanzo
storico, emerge una concezione della vita umana, quale esistenza individuale
affidata al gioco del destino. Mi riferisco alla metafora delle formiche…
“Non è la mia, è quella del personaggio. Il protagonista
Michele Zosimo, capisce di fronte alla morte, di essere una formica. Mentre
sale sul patibolo, su uno dei gradini vi è una fila di formiche,
lui può decidere quale far vivere o quale far morire. come Dio.
O come il destino, il caso. E’ un’immagine forte, relativa al romanzo”.
In questo scritto affronta in maniera evidente il concetto della morte.
L’idea della morte coincide con la metafora delle ossa del bambino che
“si sfarinano”?
“L’idea della morte è proprio quella della grande siccità,
nella quale vi è l’immagine delle ossa del bambino che si sfarinano.
E’ la metafora della morte passiva. Quella di Zosimo è invece una
morte attiva, rielaborata intellettualmente e vissuta istintualmente dal
protagonista del romanzo che ascende al patibolo, salendo i 5 gradini che
lo separano dalla fine della sua esistenza. L’affidarsi alla memoria, è
la volontà dell’uomo di non scomparire. E quando la conoscenza si
arresta, subentrano i sensi, che alimentano la fantasia”.
Crede nella metafisica?
“Non in quella classica, trascendente, che deriva dalla tradizione
greca, successivamente ripresa da quella cristiana. Credo in una metafisica
laica, che possiamo identificare nella memoria collettiva. Vede, una volta
Ruggero Jacobbi mi definì un materialista storico, il quale crede
che il materialismo sia una metafisica come le altre”.
Lei prima accennava in maniera critica agli stereotipi ed ai pregiudizi
culturali sulla Sicilia. Vi sono, però, autorevoli opinionisti,
che sostengono che Camilleri rappresenta nei suoi testi una visione in
negativo dell’isola. Qual è la sua posizione?
“Non ho mai rappresentato in negativo la Sicilia. I giornali tedeschi,
francesi, inglesi, hanno scritto che Camilleri evita i luoghi comuni, descrive
una Sicilia diversa da quella della Piovra, non utilizza vecchi
e triti stereotipi. Non capisco perché in Italia vi siano alcuni
autorevoli commentatori che scrivono il contrario. Siccome ho rispetto
culturale per alcuni di questi opinionisti, li invito a leggere con più
attenzione i miei libri. E non vi è alcuna intenzione polemica in
queste dichiarazioni. Non vi sono venature ironiche. Vorrei che lo scrivesse”.
Si è chiesto perché una parte della critica letteraria
snobba i suoi romanzi storici?
“Vede, la critica letteraria, o parte di essa, predilige le classificazioni
schematiche, dentro le quali si addormenta. Allora Camilleri è stato
classificato come scrittore di gialli. tutto deve rientrare in questo schemino.
Pensi, anche la biografia su Pirandello è stata definita un giallo.
La
concessione del telefono, un giallo, e così via. E’ uno schema
che viene applicato in maniera acritica e ripetitiva”.
Tempo fa disse che tirava una bruta aria in Italia. Dopo l’intervento
di Tabucchi pubblicato in Italia su l’Unità e le reazioni
che ha suscitato, qual’è la sua percezione?
“Che continua a tirare un vento peggiore. Tabucchi non è un
pèolitico e non ha usato mezzi termini. L’Unità ha
fatto benissimo a pubblicare il suo intervento. Mi ritrovo nelle posizioni
di Tabucchi e apprezzo moltissimo la scelta di Furio Colombo di pubblicarlo.
L’altro giorno c’era un intervento di Giovanni Sartori sul Corriere
della sera, che riprendeva lo stesso tema di Tabucchi. Usava un linguaggio
diverso, ma poneva lo stesso problema. E’ importante riflettere su questi
argomenti in maniera libera e critica”.
Ne deduco che è preoccupato per il clima che si è venuto
a creare in Italia.
“Tutto quello che attiene al modo di procedere di questo governo è
veramente pericoloso, a tratti inconsciamente pericoloso. Mi spiego meglio.
Si sono resi conto del valore di Tano Grasso solo dopo le polemiche, evidentemente
prima non lo avevano capito. Nessuno può pensare che un governo
intenda favorire l’usura, questo sarebbe assurdo. Ecco perché dico
che sono inconsciamente pericolosi, perché spesso non si rendono
conto di quello che fanno. Vi sono cose che appartengono ad un comune denominatore
di non conoscenza. Ad esempio quando il ministro Lunardi paragona i morti
per incidenti stradali ai morti per mafia. Diverso è invece il discorso
sulle rogatorie, il falso in bilancio, la non risoluzione del conflitto
di interessi, in questi casi si tratta di scelte strategiche, volute, perseguite”.
Qualche mese fa lei ha parlato di una capacità di resistenza
degli italiani. Dopo le elezioni nazionali vinte da Berlusconi il centro-sinistra
ha prevalso nelle grandi città. Qual è adesso il suo giudizio?
“ Sia chiaro, Berlusconi ha vinto legittimamente le elezioni, è
stato votato democraticamente dal popolo. Dunque governa. Su questo punto
la penso come Indro Montanell che diceva, lasciategli fare questa esperienza.
Come una sorta di vaccino. Poi gli italiani giudicheranno. Ora Berlusconi
sta operando, vedremo…”.
Come l’11 settembre ha cambiato il mondo?
“Io credo che si stia verificando una opposizione di civiltà,
e ritengo che questo sia un grave errore. Si è ampliato il concetto
di terrorismo, estendendo tale termine all’Islam. Non c’è dubbio
che Bin Laden ed i suoi seguaci siano dei terroristi, ma è sbagliato
legare il concetto di terrore sic et simpliciter al mondo islamico.
Ancora, mi chiedo il significato dell’espressione guerra lunga, non doveva
essere una azione di polizia internazionale? La guerra è uno scontro
tra Stati, l’azione di polizia internazionale è un’altra cosa. sulla
questione della lotta al terrorismo porrei un altro dubbio, la Spagna per
combatterlo nei Paesi Baschi non li ha di certo bombardati. E potrei fare
tanti altri esempi. le bombe non risolvono la questione, se non si eliminano
le radici dalle quali scaturisce il terrorismo”.
Ma come si colpiscono le basi del terrorismo?
“Guardi, sia chiaro, la reazione degli Stati Uniti è legittima
e comprensibile. L’opinione pubblica americana chiedeva una reazione, perché
è stata colpita in maniera orrenda e drammatica. Anzi a scanso di
equivoci, le dirò che i bombardamenti erano inevitabili e doverosi.
Non vedo però da parte degli Stati Uniti e degli alleati una azione
che tenda a risolvere il problema nella sua complessità. Le condizioni
affinché il terrorismo venga sconfitto non le sta creando nessuno”.
Non le sembra che gli Stati Uniti stiano lavorando per creare una alleanza
quanto mai ampia contro il terrorismo, dialogando con gli Stati arabi moderati?
“Mi sembra che i paesi arabi moderati siano alleati degli Stati Uniti
obtorto collo. Hanno i loro interessi a dirsi alleati degli americani,
ma nel contempo ripetono ”attenti al Ramadan”. Hanno dei gravi problemi
interni a livello di opinione pubblica. Non credo che il generale alla
guida del Pakistan non si accorge che tre quarti della sua popolazione
sta con i Talebani. Ebben, voglio dire che vi sono delle enormi contraddizioni,
e per risolverle non bastano le bombe. Se Bin Laden verrà catturato,
vi è il timore che altri prendano il suo posto, come per diritto
ereditario. Perché rimane il substrato, rimangono le condizioni
che permettono al terrorismo di attecchire”.
Salvo Fallica
Il Sole 24 Ore - Supplemento Cultura 04.11.2001
E Zosimo volle farsi re
Di Giovanni Pacchiano
Quella macchina a produzione continua che è Andrea Camilleri.
Eccolo, a pochi mesi di distanza dal suo ultimo "Montalbano", "L'odore
della notte", uscire con un romanzo storico, e per giunta scritto con larghissima
prevalenza di dialetto siciliano, "Il re di Girgenti".
Storia, ambientata in Sicilia, fra Seicento e Settecento, del contadino
Zosimo, capopopolo che per breve tempo fu, appunto, "re di Girgenti", in
seguito a una sollevazione popolare contro i Savoia, cui l'isola era stata
assegnata dopo i trattati di Utrecht (1713).
Opera ambiziosa, per la quale qualcuno ha già profuso lodi come
dinanzi a un capolavoro; libro discontinuo - vorremmo dire noi- come discontinua
è tutta l'abbondante (anche troppo) produzione di Camilleri. No,
non nascono spesso romanzieri come Simenon, capace di sfornare più
di un libro all'anno mantenendo un livello altissimo, e di alternare con
naturale sapienza la produzione poliziesca a quella "seria".
Quanto a Camilleri, ottimo intrattenitore letterario, amabile scrittore,
a volte anche giallista di razza (il suo recente "L'odore della notte"
è un libro godibilissimo), lui, saltella un po' affannato tra Montalbano
e le ricostruzioni storiche, tra il costume e il folklore: sempre con la
stessa prosa rotonda, ritmata: ritmo buono, fluido, accattivante, che trascina
tutto con sè, contenuti, personaggi, situazioni, senza farci soffermare
troppo sui dettagli. E sui difetti.
Per il fatto che è la stessa virtù espressiva, pregio
dei romanzi di Camilleri, a risultare, anche, nel contempo, il punto debole:
ogni volta che si trasforma in virtuosismo, fastidioso nel suo compiacimento
camuffato da spigliatezza e bonarietà. Così come l'espandersi
(ciò che accade nel "Re di Girgenti") del dialetto. Più che
pura necessità dello scrittore, che ritrovi nella matrice dialettale
la SUA forma, l'unica adatta a enunciare la materia rappresentata, il dialetto
appare, in Camilleri, vernicetta, colore, gioco virtuosistico, tacito ammicco.
Ed è proprio una più larga prospettiva virtuosistica a dilagare
nella storia dell'uomo che volle farsi re e che ne pagò, col patibolo,
la conseguenza. Dove aleggiano, implicitamente evocate dallo stesso autore,
grandi ombre del passato. Dal Boccaccio, per la gioia di raccontare: che
qui invece viene anche troppo esibita nella ridondanza dell'interminabile
storia narrata. Al Manzoni, per i capitoli su carestia e pestilenza: e
però sbrigativi, nè elevati dai drammatici sovrasensi etico-simbolici
che determinano l'assolutezza delle parti storiche dei "Promessi sposi".
Alla "Vita di Cola", nel comune utilizzo
del dialetto - siciliano contro romanesco- in una cronaca storica.
Oltre che per l'analogia dei destini di due capipopolo. Ma si avverte,
in Camilleri, un onesto, rispettabile desiderio di contendere con tali
antenati; e peccato che venga tradito dal candore artificiale di cui è
spruzzata la vicenda; non dissimile da quello, tanto più ingenuamente
naif, dei cantàri popolareggianti tre-quattrocenteschi. Ha, di fatto,
un buon attacco il romanzo:scanzonato e divertente. Raccontando, per tutta
la prima parte, di gran lunga la migliore (115 pagine: un romanzo nel romanzo),
gli antefatti alla nascita di Zosimo. La vicenda dei genitori, i "braccianti
agricoli stascionali" Gisuè e Filònia.
Coinvolti nelle traversie del principe don Filippo Pensabene, candidato
al suicidio per aver perso tutti i suoi beni al gioco contro l'orrido don
Sebastiano Pes y Pes. E' il disegno di una commedia degli errori, plebea
e paesana; una trama tra farsa e dramma, che si allarga al contrastato
rapporto fra popolo e aristocrazia, variegata e fitta di personaggi. Resoconti
di vite di agi e vite di fatica, che si incontrano sul terreno del sesso.
Tra le pagine più felici e ribalde, infatti, il congresso carnale
di Gisuè con la moglie dello sterile duca Sebastiano. O le smanie
del campiere don Aneto per gli afrori del corpo di Filònia. Meno
bene procede il romanzo quando entra in scena Zosimo: che è, sorprendentemente,
la figura più debole, perchè vista dall'esterno, pretesto
per narrare per il gusto di narrare più che persona concretamente
sentita e vissuta. Raccontata col tono favoloso ma officiante del cantafavole
colto che si veste dei panni del popolo, e calata in una serie prolungata
(anche troppo) di exempla: capitoli come riquadri statici, parabole. Anche
se si riprende nel finale, la leggenda di Zosimo, assumendo il sangue e
la carne del dramma del re tradito. Sino ai toni epico-lirici della morte,
in un'immaginifica, quanto figurale, ascensione al cielo: sogno sognato
dallo stesso Zosimo, che si libra su in alto, dopo l'impiccagione, ormai
svagatamente lontano dalle miserie degli uomini.
Il Gazzettino 04.11.2001
Andrea Camilleri dà alle stampe, ...
Andrea Camilleri dà alle stampe, dopo sei anni di duro lavoro,
Il re di Girgenti, libro già salutato dalla critica come sua opera
massima. Lo scrittore siciliano ha deciso di abbandonare per un momento
(in un'intervista pare abbia detto che finché non cadrà l'attuale
governo Montalbano non ricomparirà) le avventure del mitico commissario,
per raccontare una storia avvenuta nel primo quindicennio del Settecento
nella sua isola. Era il periodo in cui la Sicilia era con i Savoia, parentesi
di guerra e rivoluzioni. Per sei giorni Girgenti diventò un regno
indipendente, grazie all'impresa folle di un contadino, Michele Zosimo,
che ebbe l'ardire di proclamarsi re. Pare che bevesse vino mescolato a
polvere da sparo. Una volta sedata la rivolta, dopo soli sei giorni, il
re venne deposto e ucciso. Il volume, un connubio fra siciliano, spagnolo
e italiano, procede a dialoghi serrati, con un ritmo avvincente e personaggi
finemente cesellati, ciascuno con una particolarità eccentrica che
ricorda, a tratti, il mondo di Macondo di Marquez.
Lorenza Stroppa
KataWeb - Libri & Altro
Nonno Camilleri racconta
E' una favola bella e triste "Il re di Girgenti". Che narra la storia
di una "Repubblica degli eguali" nella Sicilia del Settecento
di Michael Landsbury
Siamo nel 1718, all’inizio di un secolo pieno di speranze che finirà
con una Rivoluzione «i cui effetti non sono ancora finiti»,
come amava dire il leader cinese Chou En Lai. Un giovanissimo capopopolo,
Zosimo, proclamato dai poveri di Agrigento “Re di Girgenti”, viene portato
sul patibolo dai soldati monarchici che hanno ripreso il potere dopo una
breve rivoluzione contadina. Un attimo prima di essere impiccato il ragazzo
vede comparire un filo sottile accanto al suo viso ancora di bambino. Alza
gli occhi e si accorge che è la stella cometa in forma di aquilone
che lo ha sempre accompagnato nella vita. Afferra quel filo. L’aquilone
lo solleva, lo porta in alto, lontano da tutto e da tutti. Vede sotto di
sé, appeso alla forca, solo un sacco vuoto.
È una favola quella che racconta Camilleri con “Il re di Girgenti”.
Una favola bella, assurda e un po’ stramba che ha all’origine una storia
vera dimenticata, quella della brevissima vita della Repubblica di Girgenti
(come si chiamava Agrigento fino a qualche secolo fa). Da anni il popolo
era affamato e stanco delle sopraffazioni dei nobili. Guidato da un giovane
contadino insorse e realizzò un sogno: una società di eguali
senza classi e ingiustizie. Il sogno, ovviamente, durò poco.
Il romanzo di Camilleri, ai primi posti della classifica dei libri
più venduti appena uscito, è la storia del giovane che guidò
le speranze di quelle donne e di quegli uomini. Zosimo era nato da una
famiglia poverissima, ebbe la fortuna di imparare a leggere e scrivere
grazie a un frate eremita, padre Uhù. Studiò il latino, le
sacre scitture. Fin da piccolo dimostrò un carattere forte, da condottiero.
Intorno a lui, nel romanzo, ruotano personaggi che sembrano usciti
da una favola: il valletto effeminato Cocò, il mago e imbroglione
Apparenzio, il padre “sciupafemmine” Gisuè, don Aneto che si eccitava
con le donne solo a sentirne l’odore, lo spagnolo Don Sebastiano Pes y
Pes, nobile e cornuto. Poi compaiono diavoli, vergini, santi e briganti.
I luoghi sono quelli da sempre cari a Camilleri: Montelusa, Vigàta
e Girgenti. Il mondo raccontato è fantastico, grottesco, colorato
e “infantile”: una piccola rappresentazione teatrale barocca.
Scritto come al solito in siciliano, “Il re di Girgenti” è di
facile lettura. L’autore non potrebbe usare un’altra lingua. A volte, leggendo
Camilleri, viene da chiedersi se i suoi libri avrebbero lo stesso sapore,
scritti in italiano. Non sarebbe banale il suo personaggio di successo,
il commissario Montalbano, se parlasse come Dante e Manzoni? Sì,
sarebbe pedante e noioso. Sarebbe come se un investigatore creato da Chandler
o Hammett non avesse il vizio del whiskey.
La Repubblica 03.11.2001
A casa Montalbano - Mafia, donne e un cane è la vita da commissario
Alberto Sironi gira a Marina di Ragusa i due nuovi film tratti dai
racconti di Camilleri: "Amore e fratellanza" e "Gli arancini di Montalbano"
DAL NOSTRO INVIATO SILVIA FUMAROLA
MARINA DI Ragusa - La casa di Montalbano è a Punta Secca, alla
fine della passeggiata, con la terrazza affacciata sul mare, di fronte
alla Torre Scalambri che, come dice l'insegna arrugginita «nel 1672
era ben armata e servita». Il mondo di Andrea Camilleri - le immaginarie
Vigata, Montelusa - rivive a pochi chilometri da Ragusa, in questo paese
pieno di villette fiorite di bouganville e ibiscus, dove i turisti chiedono
indicazioni per «la casa del commissario». Sotto un sole che
picchia, Alberto Sironi gira per la Rai i due nuovi film della serie, tratti
dal libro Gli arancini di Montalbano (Mondadori): il primo, che porta il
titolo del volume, e Amore e fratellanza, per la tv diventato "Il senso
del tatto".
Nella camera da letto la svedese Ingrid (Isabel Sollmann) si spoglia
lentamente, sotto lo sguardo assassino del commissario (Luca Zingaretti),
che piace pazzamente alle donne ma non si capisce mai se abbia ceduto o
no. Se insomma sia rimasto fedele a Livia (Katharina Bohm), la bionda fidanzata
residente a Boccadasse (Genova), ragazza d'acciaio, pazientissima e vincente,
con buona pace delle lettrici di Camilleri che avrebbero preferito per
lui una bella «carusa» siciliana.
Libri e cassette sono allineati nella libreria, ci sono foto di Montalbano
bambino che punta il fucile al tirassegno, stampe, un pianoforte che lo
scenografo Luciano Ricceri (braccio destro di Ettore Scola), ha voluto
mettere in salotto «perché mi piace pensare che uno come Montalbano,
ironico, riflessivo, nei momenti di relax si possa sedere al piano e strimpellare
qualcosa. La sua è una casa piena di ricordi, gli assomiglia».
Sulla terrazza, accanto alle poltrone di midollino, è spuntata una
cuccia di legno chiaro: è per Orlando, nel libro Rirì, il
cane che in Amore e fratellanza , dopo la morte del cieco Enea, il commissario
- prima riluttante poi moderatamente conquistato - si porta a casa.
Terranova di cinque anni, affettuosissimo, (allenato da Massimo Perla),
entrerà con discrezione nella vita di Montalbano «perché»
spiega Alberto Sironi «il commissario è geloso della sua solitudine.
All'inizio non sa che fare con questo cane, ma quando lo guarda negli occhi
si capisce che gli smuove qualcosa. Non sarà un rapporto fatto di
smancerie, magari una carezza gliela darà, ma di nascosto: Montalbano
non si lascia andare, ha pudore dei sentimenti. Il loro è un rapporto,
se si può definire così, virile».
Scritti da Francesco Bruni con Camilleri, i film, che fanno parte della
quarta serie di Montalbano, andranno in onda a maggio, o con altre due
storie - si lavora per portare sullo schermo L'odore della notte - l'anno
prossimo. I libri dello scrittore in tv, su RaiDue, hanno avuto un successo
popolare: oltre dieci milioni di spettatori per Il ladro di merendine,
che alla terza replica ha sfiorato i sette. «I primi episodi sono
costati 2 miliardi e 400 milioni a film», spiega il produttore Carlo
Degli Esposti «gli altri, ovviamente una cifra maggiore, ma è
dimostrato che la qualità si vede e alla fine si risparmia. Alla
terza replica, i film non sono mai scesi, su RaiDue, sotto il 23 per cento
di share, rappresentano quella che in Rai viene definita "l'utilità
ripetuta". Sono opere che restano, non si "bruciano" con la messa in onda.
Amo i libri di Camilleri, all'inizio portarli in televisione sembrava una
sfida impossibile, invece abbiamo lavorato con amore e rispetto della pagina
scritta, mi sono battuto perché fossero girati dal vero, in Sicilia,
e il pubblico ci ha dato ragione. Sono stati venduti in dodici paesi: Europa
dell'est, Olanda, Belgio, Spagna, Sudamerica, Hong Kong e anche in Russia.
La serie è andata in onda in Francia, in Germania, in Svezia paese
coproduttore sono impazziti. Pensare che li hanno visti in versione originale,
con i sottotitoli».
"Il mio alter ego Salvo oggi non ha più segreti"
"Mi piace perché usa la testa, non la pistola"
MARINA DI RAGUSA - «Nel ‘68 il futuro commissario, che aveva diciotto anni, fece scrupolosamente tutto quello che c'era da fare per un picciotto della sua età: manifestò, occupò, proclamò, scopò, spinellò, s'azzuffò», scrive Camilleri del suo personaggio. Luca Zingaretti nel ‘68 era un bambino, ma da quando è apparso in tv per tutti è Salvo Montalbano, più vero dell'originale, tanto che lo scrittore scrive pensando a lui. «Per quanto mi riguarda» racconta l'attore «ormai nel personaggio mi sento talmente a mio agio, che forse l'unico rischio è quello di farmelo calzare addosso talmente bene, che poi diventa difficile inventare qualcosa di nuovo. Quando sono sul set la sensazione è quella di mettersi un giaccone comodo. Invece Montalbano deve mantenere intatta la tensione morale, continuare a sorprenderci». Lo ha fatto nella "Gita a Tindari", quando per la prima volta, da uomo di giustizia, ha rischiato di trasformarsi in giustiziere. «Ma in quel caso c'era di mezzo un caso di pedofilia, e ci sono cose che Montalbano non può proprio sopportare: stupisce anche i suoi uomini quando lo trovano con la pistola in pugno, perché la forza di questo commissario sta tutta nel ragionamento». (s.f.)
"Io, l'eterna fidanzata una donna da imitare"
L'attrice tedesca interpreta Livia Burlando
MARINA DI RAGUSA - È la più odiata dalle italiane, e lo
sa. Katharina Bohm interpreta Livia Burlando, l'eterna fidanzata di Montalbano,
la «signorina del Nord» che le lettrici di Camilleri non possono
proprio sopportare. Bionda, solare, tedesca diventata popolarissima in
Italia con la serie "Amico mio", in cui era una pediatra ideale, Katharina,
grande viaggiatrice, un figlio piccolo che la segue sul set, ha una certa
stima per Livia. «Pensa che sia fuori dal mondo una donna come lei?
Anche a me sembrava così, all'inizio, però, riflettendoci,
Livia ha molte qualità che mancano alle donne di oggi. La sua forza
è la femminilità, lo stiamo capendo adesso che l'accoglienza
è diventato un valore... In realtà Livia è un modello,
ha un uomo che vive lontano, con cui non condivide la quotidianità,
ma continuano a volersi bene: lei ha la sua vita. In fondo dimostra che
ci si può amare meglio se ognuno mantiene e la propria autonomia,
se non ci sono obblighi». Ma Livia non è gelosa. «Certo,
perché sa che rischia di perdere nel momento in cui lo diventa.
Perde per se stessa perché è destinata a soffrire, e non
è una donna che ama soffrire, non è masochista». (s.f.)
La Stampa (edizione di Cuneo) 03.11.2001
Cuneo premia l´isolano Camilleri
Alla Festa europea degli Autori
FRA I PROTAGONISTI LO SCRITTORE FUENTES E LO PSICHIATRA-DISEGNATORE
CUBANO ARES GUERRERO. CAFFE´ LETTERARI
CUNEO «Quante metafore, immagini, simboli stanno in un´isola?
L´isola è il luogo ristretto da cui dobbiamo uscire per crescere:
ci dà il senso del limite e la necessità di superarlo. Ma
l´isola è anche il luogo dell´avventura, della fantasia,
del sogno, dell´utopia. E´ la favola del luogo incontaminato...
L´isola è un non luogo che comprende tutti i luoghi possibili».
Quello dello scrittore Ernesto Ferrero è uno dei tanti stimoli alla
riflessione sui quali si snoderà la terza edizione della «Festa
Europea degli Autori» che, dal 23 al 25 novembre, porterà
a Cuneo ottanta scrittori da tutto il mondo. «Isole» il tema
centrale della manifestazione culturale che avrà per protagonista
il più conosciuto e apprezzato tra gli scrittori isolani d´Italia:
il siciliano Andrea Camilleri. Con lui, venerdì 23, sul palco del
teatro Toselli a ricevere il premio «I Provinciali» ci sarà
Elvira Sellerio, presidente della Casa editrice palermitana; saranno intervistati
dal direttore de La Stampa Marcello Sorgi. Cuneo, città da sempre
considerata «isola» rispetto al resto d´Italia per posizione
geografica (di confine, stretta fra montagne e colline); «arroccata»
e difesa da imponenti mura; per le lingue e i dialetti ancora così
diffusi; per la storia che l´ha vista superare sette assedi, si propone
come palcoscenico per quanti sulle isole ci vivono, per quanti hanno raccontato,
scritto, immaginato «isole». Di qui il programma che per tre
giorni animerà la città con innumerevoli dibattiti, confronti
con gli scrittori, caffé letterari, riflessioni da «dopoteatro».
Mario Rosso, assessore alla Cultura di Cuneo, sintetizza: «La formula
sarà la stessa già sperimentata nelle precedenti edizioni,
con alcuni miglioramenti. Ci sarà una sede principale, nel Centro
congressi della Provincia, dove si svolgeranno il maggior numero di incontri
e confronti con gli scrittori. Qui troveranno posto delle piccole isole,
salottini dove accanto ai loro libri siederanno gli scrittori per incontrare
i lettori, confrontarsi, dibattere con loro. L´obbiettivo è
consentire il confronto diretto tra chi scrive e il lettore». Oltre
che nelle sale della Provincia in caffè, ristoranti, in alcune scuole,
in biblioteca e al teatro Toselli si svolgeranno incontri e dibattiti tematici.
Quarantatré, complessivamente, in tre giorni. Una maratona che nessuno
potrà seguire interamente «anche se abbiamo fatto il possibile
per evitare contemporaneità», spiega Mario Cordero, direttore
della «Festa degli Autori». Qualche «titolo»: «Isolati
segnali di fumo»; «Ricordo di Lalla Romano»; «Perché
Harry Potter? Anche la magia è un´isola»; «Incontro
di poesia»; «Isole di solidarietà metropolitana»;
«Gli uomini che amavano le donne»; «Riflessioni sulla
memoria»; «Storie fantastiche di isole vere»; «I
siciliani»; «L´avventura basca»; «A ciascuno
la sua isola»; «Abissi caraibici»; «Adolescenti»;
«Isole linguistiche»; «Isolati? I lettori e le riviste
di cultura»; «Maschere cubane»; «Mattino di zucchero»;
«Ricordi di guerra»; «Scrivere alle Canarie»; «L´isola
delle donne»; «Isole del nord». Spulciando tra le decine
di ospiti in arrivo da tutto il mondo da segnalare l´incontro con
Leonardo Padura Fuentes (anche lui scrive di un poliziotto, tale Conde,
che indaga a Cuba) e con Ares Guerrero, uno psichiatra-cartoonist cubano
considerato il migliore umorista dell´America Latina. Tra le novità
la premiazione dei vincitori del «Primo Romanzo», esordienti
letti da giurie popolari.
Gianni Martini
Le Soir 03/11/2001
Montalbano revient et démissionne
JEAN-MARIE WYNANTS
Andrea Camilleri est de retour, en compagnie de son incontournable commissaire
Salvo Montalbano. En quelques années, Camilleri est devenu un phénomène
en Italie où ses livres se vendent comme des petits pains. Traduits
en français par Serge Quadruppani, ils ont également trouvé
leur public chez nous. Ce n'était pourtant pas évident tant
la langue de l'auteur sicilien s'avère bourrée de chausse-trappes,
d'expressions tordues et d'utilisations déjantées de parler
populaire, d'argot local ou d'expressions simplement inventées.
Quadruppani s'en tire néanmoins à merveille et parvient
à nous livrer dans un français complètement explosé
le meilleur des aventures de Montalbano. Cette fois pourtant, on reste
un peu sur sa faim. « La démission de Montalbano » est
en effet une suite de courts récits au suspense tout relatif. Les
intrigues trop souvent cousues de fil blanc ne tromperont pas l'amateur
de romans policiers. Une fois sur deux (si pas plus), on devine dès
le départ l'issue de l'intrigue. C'est un peu décevant mais
pas trop grave dans le cas d'un auteur comme Camilleri dont le principal
talent réside plutôt dans l'utilisation de cette langue délirante
et dans la manière subtile de nous raconter, au travers d'intrigues
policières, la Sicile d'aujourd'hui. On regrettera donc que, cette
fois, plusieurs histoires se contentent de l'intrigue policière
sans vraiment nous entraîner sur le terrain humain si brillamment
exploré dans les ouvrages précédents.
Une conclusion inattendue
Cela étant dit, un Camilleri est toujours bon à prendre
et ceux qui découvriront l'auteur à travers cet ouvrage ne
devraient pas s'ennuyer. Ses lecteurs fidèles trouveront aussi de
quoi s'amuser avec notamment une enquête résolue par le calamiteux
Catarella en personne et une autre donnant à l'auteur l'occasion
d'utiliser
dans une aventure de Montalbano le style épistolaire dont il
s'est fait un spécialiste dans l'autre volet de son œuvre,
les récits à suspense historique. Sans oublier, au cœur
de l'ouvrage, la nouvelle donnant son titre au recueil. Une histoire courte
plutôt surprenante tant dans son style que dans son déroulement
et son contenu, l'auteur nous prenant carrément au dépourvu
avec une conclusion savoureuse et totalement inattendue.
« La démission de Montalbano » d'Andrea Camilleri,
éditions Fleuve Noir, 399 pp., 15 €
Famiglia Cristiana 04.11.2001
La peste di Camilleri
Il re di Girgenti
L'ultima fatica letteraria di Andrea Camilleri è un affascinante
romanzo storico ambientato nella Sicilia di fine Seicento e degli inizi
del Settecento, ai tempi della peste, dell'Inquisizione e delle carestie.
Il protagonista è il bracciante Michele Zosimo, che nel 1718 si
proclama a furor di popolo re di Girgenti, l'antica Agrigento. Ma il sogno
dei contadini al potere dura soltanto sette giorni, troppo poco per ottenere
la rivincita sui loro oppressori.
Attraverso una piacevole alternanza di dialetto siciliano, lingua spagnola
e italiana, Camilleri recupera dal dimenticatoio della storia quella vicenda
realmente accaduta, e la rielabora a modo proprio, con fantasia e ironia,
in un'atmosfera leggendaria, densa di presagi, prodigi e saggezza popolare.
Pietro Scaglione
Gazzetta di Parma 02.11.2001
Un libro e passa la paura
Gli italiani, dall'11 settembre, leggono di più. La vendita dei
libri, a partire dal giorno degli attentati negli Stati Uniti, è
aumentata, e soprattutto è cresciuta la voglia di riflettere, di
capire, di analizzare.
[...]
Da un giro in alcune importanti librerie, abbiamo tratto una conclusione
stupefacente: cioè che, se il Corano sta registrando un vero e proprio
boom di vendite, e assai apprezzati sono i titoli che parlano dell'Islam,
delle armi biologiche, del terrorismo (compresi i manuali su come difendersi
dai vari, possibili attacchi), sono proprio i testi che non trattano di
guerra o di catastrofi a riscuotere un successo travolgente.
[...]
La guerra ha fatto un gran regalo alla collezione Harmony, ai Gialli
Mondadori, ai vari campioni della risata, agli scrittori "leggeri", ma
pure ad autori come Camilleri, il cui nuovo romanzo "Il re di Girgenti"
rappresenta, per tanti lettori, un vero e proprio rifugio in una storia
lontana, in una Sicilia dei tempi andati: un antidoto di straordinaria
qualità contro la feroce, concitata realtà d'oggi.
[...]
Tommaso Debenedetti
Il Mattino 01.11.2001
Camilleri, avanzata annunciata
Se il «Ritratto in seppia» di Allende scavalca tutti raggiungendo
il primo posto in classifica, questa settimana anche il sornione Camilleri
avanza alla grande, piazzandosi secondo con il suo nuovo romanzo storico,
«Il re di Girgenti», che conferma la capacità dell’autore
di incontrare il favore del pubblico dei lettori.
L'Espresso 01.11.2001
Scrittore, perché non parli?
Non fa più opinione. Non va più in televisione. Scrive
poco per i giornali. Mentre escono due grandi opere sulla nostra letteratura,
indagine su un mondo in piena crisi
Dibattiti / Dov'è finita la società letteraria
Esiste una regola non scritta. Quando si celebra troppo qualcosa, vuol
dire che i conti non tornano. Nel caso dei romanzieri italiani questa regola
non scritta ora è davanti agli occhi di tutti.
Di Roberto Cotroneo
Con un "uno-due" formidabile l'Einaudi e la Garzanti mandano in libreria,
quasi contemporaneamente, due opere mastodontiche dedicate al romanzo italiano.
Garzanti due volumoni sul Novecento della "Storia della letteratura italiana";
Einaudi il primo volume di una ambiziosa opera curata da Franco Moretti,
fratello di Nanni, e italianista negli Stati Uniti. In tutto migliaia di
pagine che dovrebbero fare il punto anche sul romanzo italiano dell'ultimo
ventennio. Ma tutto questo impegno bibliografico e molto dotto non è
troppo ricambiato. Perché mai come di questi tempi i romanzieri
italiani si mostrano sfuggenti e poco incisivi, scarsamente riconoscibili
e poco seguiti dal pubblico. Basta guardare classifiche di libri, giornali,
programmi televisivi per capire che l'era di Moravia e Sciascia, Pasolini
e Calvino è pressoché definitivamente sepolta. Così,
se gli scrittori entrano facilmente nelle storie letterarie, non si può
dire la stessa cosa per la cronaca di tutti i giorni. Ma cosa è
accaduto? E perché gli scrittori non hanno più l'autorevolezza
e la capacità di fare opinione almeno quanto gli scrittori dei decenni
precedenti? Franco Cordelli, scrittore a sua volta, e critico scomodo,
scuote la testa: «Fino alla morte di Moravia», ripete sconsolato,
«una società letteraria esisteva. E gli scrittori erano anche
intellettuali. Poi è finito tutto».
Vediamo di non stare nel vago (difetto principale degli intellettuali
e degli scrittori). Cosa vuol dire che oggi gli scrittori non sono più
intellettuali? Lo abbiamo chiesto a uno che di queste cose se ne intende.
Edoardo Sanguineti, l'ultimo degli impegnati, critico, poeta, polemista,
con un'idea forte del mondo e della letteratura. Sanguineti dice: «Vuole
che le dica che questo è un risultato della fine delle ideologie?
Bene glielo dico. Ma le dico un'altra cosa: che la fine delle ideologie
è un'ideologia a sua volta. Con tutta una serie di regole. Quegli
scrittori di cui lei parla avevano un pensiero forte, per questo funzionava.
Oggi gli intellettuali sono altri: sono i presentatori, sono i giornalisti».
Sarà vero che la fine delle ideologie è una ideologia a sua
volta. Ma se questo si traduce in una letteratura sempre più intimista,
sempre più staccata dalla realtà poi non ci si può
lamentare che gli scrittori contano poco. Basti guardare cosa è
accaduto dopo l'11 settembre. Dove il punto di vista degli scrittori, eccezion
fatta per Oriana Fallaci e Umberto Eco, è stata poca cosa, in realtà.
Antonio Tabucchi, di solito schivo e riservato, ha una teoria: «Ho
l'impressione che un ruolo non ce l'abbiamo mai avuto. E lasciatemelo dire:
credo che dipenda anche da una classe politica poco colta, che non ha capito
quanto siano utili gli scrittori per capire in un modo diverso la realtà.
Così ora gli scrittori sono scomparsi quasi da tutto: dai giornali,
dalle trasmissioni televisive. E guardi che la colpa è anche di
una sinistra superficiale e disattenta».
Per uno scrittore impegnato come Tabucchi l'affermazione è di
quelle che fanno discutere. Anche la sinistra faccia autocritica. Ma anche
gli scrittori dovrebbero interrogarsi di fronte alla loro incapacità
di comunicare in un modo più moderno e sintetico, davanti al fatto
che per anni si sono preoccupati di promuovere soltanto i loro libri (tenuti
sotto il braccio) nei talk-show, oppure occupandosi esclusivamente delle
recensioni ai propri romanzi. Per non dire dei premi, che con il tempo
li hanno relegati a un teatrino di quart'ordine. Così il pubblico
ha cominciato a vedere negli scrittori non tanto degli osservatori acuti
e privilegiati della realtà, ma dei piazzisti delle proprie opere
e del loro valore: «Si sta notando da parecchio tempo», dice
Giulio Ferroni, storico della letteratura: «È proprio la comunicazione
che difetta, la letteratura è stata emarginata. Il pubblico dei
lettori si rivolge altrove. Ma fuori d'Italia le cose non vanno in questo
modo». Le sconsolate parole di Ferroni vanno a completare un lungo
capitolo che il critico ha scritto per la nuova "Storia della letteratura
del Novecento" di Garzanti: il capitolo dedicato agli scrittori contemporanei.
Uno sforzo quasi impossibile di trovare un nesso tra autori diversissimi,
scollegati tra loro, senza unitarietà. Luigi Malerba ci scherza
su: «Colpa del telefono. Prima ci si vedeva tutti. Poi abbiamo cominciato
a telefonarci. Ma a parte le battute, è vero che mai come oggi gli
scrittori incidono poco. E sa il perché? Perché il posto
degli scrittori è stato preso dai giornalisti. Sono loro a fare
gli opinionisti, e lo fanno bene. Gli scrittori si sono ritirati in un
minimalismo spesso sterile».
O forse è semplicemente una casualità. Ci sono epoche
più ricche di talenti, ed epoche meno fortunate. Uno scrittore che
non ha mai rinunciato all'impegno civile, come Corrado Stajano, autore
di libri come "Un eroe borghese" è più fatalista: «I
grandi maestri non ci sono più», dice, «sono invecchiati.
Tacciono. Se si pensa a chi era vivo, soltanto a Milano, negli anni Sessanta
e Settanta: Montale, Mattioli, Quasimodo, Enzo Paci, Musatti, Dal Prà,
Giò Ponti, Sergio Solmi, Paolo Grassi... Adesso tutto si è
come ristretto, le persone si sono chiuse in case prive di ponti levatoi».
Il solito "Cahier de doléance"? Ma è un grido di dolore che
non tiene conto di molte cose: «Oggi un giovane ambizioso e brillante,
per esprimere la propria creatività ha mille possibilità,
rispetto a vent'anni fa», dice Malerba. E prendiamolo un giovane
brillante. Niccolò Ammaniti, 35 anni, ottantamila copie vendute
del suo libro sul tema dell'infanzia, tra il favolistico e l'horror, "Io
non ho paura". Premio Viareggio. Dal suo ultimo libro trarrà un
film Salvatores, con la sceneggiatura dello stesso Ammaniti: «I lettori
forti», dice, «sono 30 o 40 mila. Il resto è una nebulosa
indistinta. È vero che la narrativa non ha più la forza di
un tempo, ma perché prevale esclusivamente l'aspetto commerciale.
E poi oggi per i più giovani il cinema attira moltissimo».
Altro tasto dolente: l'aspetto commerciale. Negli ultimi dieci anni
le classifiche dei libri più venduti si sono moltiplicate. Al punto
che l'ultimo degli scrittori impegnati, Alberto Arbasino, chiese pubblicamente
se per giudicare un ristorante si dovesse tener conto del numero dei coperti
per sera. Ovvero: meglio il motel Agip che Gianfranco Vissani. Un paradosso
che un tempo reggeva bene. Leggende raccontano che alla vecchia Einaudi
grandi autori come la Ginzburg, la Morante, Primo Levi abbiano sempre fatto
una certa fatica a capire quante copie vendessero dei propri romanzi. Non
era così importante, snobisticamente. Oggi conta di più.
Persino troppo. Non essendoci più un metro qualitativo di qualche
attendibilità. Ma il mercato è il mercato. Basta chiederlo
a Camilleri, scrittore amatissimo dalle élite intellettuali quando
vendeva poco, in quanto raffinato e bravo, e bistrattato dal successo commerciale
in poi.
Così non si capisce più se gli scrittori opinion leader
sono quelli che vendono molto e parlano molto, oppure se hanno la meglio
gli altri, quelli che non vendono e non si fanno vedere: «Abbiamo
bisogno di allargare i confini letterari del nostro paese, di aprirci.
Specie in questo momento, la letteratura è un collettore dell'immaginario
umano. E gli scrittori non devono demordere», aggiunge Antonio Tabucchi.
Ma non è facile, il grande nemico, per molti, anche qui, è
la globalizzazione. Nel senso letterario. La narrativa straniera si è
sovrapposta a quella italiana. Leggere traduzioni è del tutto identico
che leggere libri scritti nella nostra lingua. Così è per
i lettori di Ian McEwan, di Javier Marìas di Michel Houellebecq,
di Tracy Chevalier, e poi Paul Auster, Saramago, Sépulveda e tanti
altri: «Abbiamo una lingua minoritaria, che non capisce e legge quasi
nessuno. E così abbiamo perso di centralità», dice
Raffaele La Capria. Ma forse sarebbe meglio guardare ai nostri confini
con più severità. Un giurato del Campiello che non vuole
essere citato dichiara di non ricordare un solo libro delle cinquine degli
ultimi anni. Mentre Anna Maria Rimoaldi, segretaria del premio Strega,
si getta anima e corpo nella Fondazione Bellonci e nel lavoro di promozione
della lettura nelle scuole, piuttosto che esprimersi su un premio romano
che non porta più copie. «Hanno cominciato a premiare i romanzi
che vendevano. Per scongiurare la crisi», dice Malerba, «ma
c'è poco da resuscitare. Non è servito neppure questo».
Ma forse il più chiaro di tutti è Ammaniti: «Diciamolo,
la letteratura ormai è subalterna al cinema. Si scrive per il cinema,
si pensa in termini cinematografici. E via dicendo. Però debbo dire
una cosa. "Io non ho paura" l'avevo pensato come un film, come una sceneggiatura.
Poi mi sono accorto che solo attraverso il romanzo avrei potuto restituire
quella complessità che voleva un tema così importante. E
ho cambiato obbiettivo».
Ha ragione allora Tabucchi quando dice che «la letteratura non
deve riflettere la realtà ma restituire lo stato d'animo di un'epoca».
Oriana Fallaci lo ha fatto a proposito del terrorismo e della guerra. Non
ha cercato di fare l'esperta di Islam. Ha solo scritto quello che sentiva.
Anche Eco lo ha fatto, ognuno con punti di vista differenti. «Sì,
ma noi pensiamo a Eco soprattutto come a un filosofo, prima che come a
un romanziere, e la Fallaci è innanzitutto una giornalista»,
dice Sanguineti. E allora da questo problema non se ne viene a capo. I
romanzi italiani li leggono in pochi. Le storie letterarie riempiono migliaia
di pagine su una storia di assenti a cui pochi dànno credito. E
il dibattito è aperto. Dopo l'11 settembre il mondo è cambiato,
ripetono tutti, e ovunque. Succederà qualcosa anche nell'immobile
mondo letterario?
Sette, supplemento del Corriere della sera
Bertinotti e il terrorismo islamico
Tutto il vuoto che sta dietro a quei suoi slogan
di Francesco Merlo
[...]
Ma forse Bertinotti avrebbe già devastato la formidabile ferocia
dei talebani e avrebbe bombardato di verità il mondo di bin Laden
affidando l'inchiesta sul terrorismo al detective siculo Montalbano, ingaggiato
dall'ONU.
Oggi
Così Camilleri s'inventa il re del pruvulazzo
Nel suo ultimo straordinario romanzo lo scrittore siciliano ci racconta
l'epopea del «viddrano» Michele Zosimo
«Il popolo riuscì a sopraffare la guarnigione sabauda…
assunse il controllo di Girgenti... addirittura proclamando re il proprio
capo, un contadino di nome Zosimo». Da queste poche righe lette su
un volumetto dedicato alla città di Agrigento, Andrea Camilleri
ha tratto lo spunto per lo straordinario Re di Girgenti, biografia «tutta
inventata» di un «viddrano», un contadino, che si oppone
alle ingiustizie e alla violenza del potere tra la fine del '600 e gli
inizi del '700. In questo romanzo (subito in testa alle classifiche, come
ormai succede a ogni nuovo lavoro di Camilleri!) ancor più che nei
suoi precedenti, all’incredibile fantasia nel creare personaggi indimenticabili
fa da contraltare un'ambientazione dura e terragna, fatta di fame e «pruvulazzo»,
cioè la polvere che entra nelle narici lasciando la bocca impastata
d'amaro.
Nel lasso di tempo in cui si svolge l'epopea di Michele Zosimo, la
Sicilia è flagellata da siccità, carestia, terremoto e peste:
una miscela esplosiva per i poveri contadini, affamati e costretti a pagare
pesanti gabelle. L‘isola è governata prima dagli spagnoli, poi dal
principe sabaudo Vittorio Amedeo, e il potere è saldamente retto
da prelati grassi e insensibili, nonché da nobili proprietari terrieri,
gonfi di soldi e di «boria, strunzità e printenzione».
Al contrario, «il viddrano, da quando mondo è mondo, jetta
sangue sul tirreno tutti i trecentisissantacinco jorni dell'anno».
L’unica cosa che il contadino possiede è la fantasia, che «è
l'arma più pericolosa. Però bisogna sapiri quann'è
il mumentu giustu... ». E Zosimo, che grazie agli insegnamenti del
prete Uhù ha coltivato sin da «picciliddro» l'amore
per la cultura e i libri, con fantasia e intelligenza organizza una rivolta
per regalare un sogno ai suoi miseri compagni. E il sogno di una vita migliore,
di un pezzo di terra da lavorare per sé e del cibo per mangiare
per tutti, si realizza, ma solo per pochi giorni, perché «al
mondo c’è una sula cosa certa: unni vai vai, la giustizia è
torta».
Zosimo, che si è incoronato re, ma con una corona di spine,
viene arrestato e mandato a morte. Fondendo realismo e poetica visionarietà,
Camilleri raggiunge momenti altissimi con questo romanzo, che colpisce
cuore e cervello. I primi capitoli, dedicati alla storia d'amore che porterà
al concepimento di Michele, sono un vero capolavoro di arguzia e di quel
bello scrivere caratteristico della penna felice dell'autore, che non ci
abbandonerà lungo tutta la storia, fino alla salita al patibolo
di Zosimo, scandita gradino per gradino, come una laica Via Crucis, durante
la quale il condannato incontra le persone e gli animali che lo hanno accompagnato
dalla nascita. E alla fine Zosimo si librerà in cielo come «la
comerdia», l'aquilone che ha costruito la notte prima di essere impiccato:
leggero e sereno, in pace con se stesso, per aver cercato di regalare un
impossibile sogno. Sogno che lo scrittore siciliano regala a noi, con quello
che forse è il suo romanzo migliore. Alla prossima!
Alessandra Casella
Email: camilleri_fans@hotmail.com