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(Associazione Culturale)

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Dacci il nostro Maigret quotidiano
“La paura di Montalbano” raccoglie sei racconti di Andrea Camilleri. Gialli infarciti da ironiche note di costume "intorno all'immortale sicilianità".
Che il pubblico come al solito gradisce in massimo grado

Montalbano ha paura. Ce lo svela il titolo dell'ultimo libro di Andrea Camilleri, appena uscito e subito saltato ai primi posti della classifica dei libri più venduti in Italia. Sì, il commissario di Vigàta teme qualcosa in queste, come in altre indagini. Ha paura di se stesso, di finire coinvolto emotivamente in un'inchiesta che invece potrebbe risolvere burocraticamente in pochi giorni, ha paura di innamorarsi di una sospetta, ha paura di dare sfogo alla sua ribellione verso i potenti che la fanno sempre franca.
Il volume è composto da sei racconti, tre lunghi e tre brevi, uno dei quali dà il titolo alla raccolta. In due di essi Montalbano è in trasferta, ma sembra a disagio lontano da Vigàta. I suoi movimenti appaiono goffi, accetta inviti da persone che detesta, sbaglia strada, si fa addirittura prendere a botte da un balordo. Negli altri opera nel suo territorio ed è finalmente se stesso, con i colleghi che conosciamo e abbiamo imparato ad amare: Fazio, Catarella, il questore Bonetti-Alderighi.
Il fatto è che Montalbano è sempre di più il nostro Maigret. Da Simenon Camilleri ha imparato a costruire un personaggio che affronta gli omicidi con intelligenza, partendo dalla psicologia dei sospettati, dall'ambiente che ha provocato il delitto. Lo scrittore cuce intorno al protagonista un commissariato che è un piccolo mondo con tutti i vizi, i difetti e i sentimenti che gli sono consoni. Quello del commissariato dove opera l'eroe di gialli seriali è per molti scrittori un tema centrale: è il microambiente dove si coltivano i sentimenti, i rancori, i caratteri. Senza il commissariato di Vigàta, Montalbano non sarebbe nulla. Sarebbe un attore senza pubblico e palcoscenico, un cantante senza microfono.
I racconti più belli, per la suspense, i problemi sociali che affrontano e la profondità dei protagonisti sono "Ferito a morte" e "Il quarto segreto". Nel primo c'è una torbida storia sessuale che finisce in delitto. La protagonista è una bella ragazza rimasta orfana, domestica nella casa dell'anziano zio usuraio. La giovane assiste all'omicidio del vecchio e spara un colpo di pistola all'assassino che riesce a vedere solo di spalle mentre fugge. Dall'inchiesta vengono fuori tutti i loschi affari del vecchio e la sua ambigua vita sessuale.
Nel secondo Montalbano si trova di fronte alla morte apparentemente accidentale di un operaio albanese in un cantiere edile. In realtà un omicidio. L'extracomunitario, che a casa possedeva abiti eleganti e costosi, svolgeva una ben differente attività. Il racconto è una forte denuncia del mondo degli appalti in Sicilia, dove non si posa un mattone se le solite potenti famiglie e i loro burattini politici non vogliono.
Michael Landsbury
 
 

Donna Moderna, 31.5.2002
Perchè Montalbano ci fa impazzire
Il commissario più amato dai lettori è di nuovo in libreria. Ma cos'ha di speciale l'eroe di Camilleri? Ce lo spiegano sette fan eccellenti.

"Appena arrisbigliatosi, decise di telefonare in commissariato". Se fate parte della vasta cerchia di lettori di Andrea Camilleri, avete già capito di chi si tratta: del commissario Salvo Montalbano in persona. Tornato da protagonista nel nuovo libro di di Andrea Camilleri, "La paura di Montalbano" (Mondadori). Cinque racconti ambientati nell'immaginario paesino di Vigàta che, tanto per cambiare, stanno scalando le classifiche. Ma perchè il commissario piace tanto?
Per capirlo, lo abbiamo chiesto a sette grandi lettori diversi tra loro, ma accomunati da una grande passione: quella per Camilleri e per il più celebre dei suoi personaggi.
Patrizio Roversi, conduttore televisivo. "Montalbano mi piace da morire per almeno tre motivi. La lingua che usa, il luogo dove vive, le figure che gli stanno attorno, dall'aiutante Catarella alla fidanzata Livia. Si capisce che Camilleri ama il suo personaggio, che è un po' il suo doppio. E anche la sua arma segreta per catturare subito il lettore".
Giovanni Tinebra, magistrato, direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. "Sono tante le cose che mi piacciono di Camilleri e di Montalbano. Una per tutte, la capacità  di far rivivere eventi, luoghi, profumi che fanno parte del vissuto di ogni siciliano. Ma Camilleri è uno scrittore unico per un altro motivo. Perchè mentre ti intrattiene, riesce anche a farti riflettere sulla malvagità insita nelle cose umane. Sull'incongruenza del destino per cui troppo spesso i cattivi trionfano sui buoni. Anche se alla fine Montalbano, per quanto malconcio, esce da queste storie sempre a testa alta".
Angela Pintaldi, creatrice di gioielli. "Camilleri è uno scrittore che sa reinventare la realtà, senza però tradirla. In più, amo la sua semplicità. I suoi libri sono piacevoli e toccanti nello stesso tempo: proprio come Montalbano. E io che sono mezza siciliana, e attraverso il mio lavoro ho imparato a utilizzare la luce mediterranea, ritrovo sulle sue pagine le tinte forti del Sud".
Carlo Lucarelli, scrittore. "I romanzi con Montalbano sono sempre storie perfette, scritte in una lingua che, chissà come, diventa la tua, e con un protagonista che è quello giusto per raccontarle. Ma, soprattutto, Camilleri è divertente. Fa ridere. Anche dove è più dramamtico.
Valerio Di Carlo, chirurgo, professore presso l'Università Vita Salute dell'Istituto San Raffaele di Milano. "Trovo geniale, da parte di Camilleri, l'uso del dialetto siciliano. E' come vedere un film americano con i sottotitoli. Di Montalbano, poi, apprezzo la filosofia di fondo. La sua è l'ironia dei saggi. Un'arma straordinaria per affrontare la vita".
Maria Grazia Capulli, giornalista del Tg2. "I libri di Camilleri non sono semplici gialli, sono molto di più: è letteratura a tutti gli effetti. Si coglie perfettamente che tutto quello che è scritto è stato molto pensato. E poi, in un momento in cui tutti cercano di cancellare le diversità, apprezzo un personaggio come Montalbano, che fa della sua sicilianità una bandiera".
Ersilio Tonini, cardinale. "Di Camilleri mi colpisce la profondità. Sa cogliere la complessità dell'uomo, insieme di grandezza e di miserie, come dice il filosofo Pascal. Per il peso che dà alla psicologia e alla coscienza dei suoi personaggi mi ricorda due altri grandi autori siciliani, Pirandello e Sciascia".
Milly Carlucci, conduttrice televisiva. "Le storie di Camilleri ti avvincono per l'umanità dei personaggi. Montalbano è una persona in carne, ossa e sangue, con cui è facile identificarsi. Qualsiasi cosa faccia, o dica, è così immediato che sembra quasi di stare insieme a lui e alla sua gente".
Silvia Sereni
 
 

Book presentation: The Shape of Water by Andrea Camilleri

Istituto Italiano di Cultura presents

The Shape of Water -- A Salvo Montalbano Mystery
by Andrea Camilleri

Translated by Stephen Sartarelli
(Viking-Penguin, 2002)

Participants include:
Stephen Sartarelli, Translator; Geoffrey O'Brien, Author, Editor in Chief, "The Library of America," Contributor to "The New York Review of Books"; Kathryn Court, President and Publisher, Penguin Books.

Thursday, May 30, 2002 – 6:00 p.m.

Istituto Italiano di Cultura
686 Park Avenue @ 68th Street
New York City
212.879.4242
 
 

L'Unione Sarda, 30.5.2002
La ricetta del successo è far vivere la lingua
Incontri. A ruota libera con lo scrittore Andrea Camilleri

Scusi, signor Camilleri, ma come fa a tenere questo ritmo?
A scorrere l’elenco della sua produzione recente, gli impegni e i risultati c’è da restare allibiti. Caso letterario, fenomeno, fabbrica di best seller, processo di beatificazione: parole slogan già usate e abusate. Camilleri è Camilleri. E basta. Si gode il fresco nelle vette delle classifiche dei più venduti, è in libreria La paura di Montalbano, mercoledì esce La linea della palma, un libro-intervista in cui lo scrittore siciliano racconta la sua vita a Saverio Lodato, a settembre arriva un altro volume con le sue lezioni e conferenze, Natale avrà come strenna i Meridiani (uno dedicato al commissario Montalbano, l’altro ai libri storici) mentre è pronto un cd con Camilleri legge Montalbano. A fine mese al Regio di Parma lo scrittore proporrà le sue Riflessioni sui libretti di Verdi intanto Il birraio di Preston è diventato opera lirica, sono al montaggio gli sceneggiati (a ottobre su Raiuno quattro nuovi episodi con Zingaretti-Montalbano) e un film tratto da La scomparsa di Patò. A metà giugno avrà il Premio Novecento a Pisa, sarà in giro per conferenze e incontri, a ottobre la toga per la laurea honoris causa in Lingue e letteratura straniere dalla Iulm di Milano. Per non perdere il vizio ha già consegnato due libri nuovi a Sellerio “ma aspettiamo il prossimo anno per non esagerare”. E domani è in Sardegna: a Cagliari alle 16,30 (sala Cosseddu della Casa dello Studente) incontra il suo pubblico. Sabato sarà a Nuoro per onorare l’impegno di presidente di una sezione del “Premio Grazia Deledda”.
Allora, uno e trino.
«No, il segreto è nel lavoro. Nell’impegno quotidiano. Quando insegnavo al Centro Sperimentale e all’Accademia D’Amico uscivo la mattina e tornavo a tarda sera. Oggi che sono in pensione, che faccio? Ho tanto tempo libero e scrivo».
Allora soffre d’insonnia.
«Dormo benissimo, mi bastano le mie cinque ore».
Allora si mette orari e regole di ferro?
«Mah, non sono mai stato capace di darmi tempi e ritmi. Mi alzo presto, alle sette e mezzo sono già al lavoro: produco bene, il mattino ha l’oro in bocca. Poi scrivo in qualunque momento, dovunque mi capiti. Ricorda la celebre foto di Montanelli con l’Olivetti sulle ginocchia? Va bene anche così. Se adesso in Sardegna mi viene voglia, prendo una biro e scrivo».
Scrive a mano?
«Computer, da un po’ di tempo mi sono convertito alla tecnologia. Mi permette di non riscrivere. Certo, stampo e faccio le correzioni a penna, ma ora non ribatto più a macchina. Anche se c’è un rovescio della medaglia: il computer, tagliando e spostando intere frasi, ti impigrisce, ti può imprigionare in uno schema».
Ha bisogno di concentrazione per scrivere?
«Guai. Ho bisogno dei miei nipotini che mi scombussolano, fanno casino, di mia moglie che mi interrompe. Tempo fa presi una casa nella campagna Toscana per lavorare ad un libro. Due giorni dopo non avevo scritto neppure una pagina e telefonai: riportatemi indietro o mandatemi i nipotini».
Flaiano diceva: “In Italia si perdona tutto tranne il successo”. Le pesa essere famoso, si sente nel mirino delle invidie?
«Mi ritengo fortunato, il pubblico mi vuol bene. Pensavo di peggio. Ogni tanto una frecciata o qualche colpo di carabina. Ma fa parte del gioco. Se penso a quello che è successo a Susanna Tamaro, ingiustamente linciata, o a Umberto Eco che è sopportato…».
Sarà un po’ stufo di interviste, concedersi ai fans.
«All’inizio era gratificante, mi faceva piacere. Adesso, sì, sento la fatica di questo rito».
Domande sempre uguali…
«Fino a quando mi chiedono del mio lavoro, va bene ma adesso con la popolarità mi chiamano per avere una opinione sulla coltivazione degli ortaggi. Ma che ne so io? Oppure l’altro giorno volevano sapere che ne pensassi di Trapattoni».
E che gli ha detto?
«Che non sono sportivo né tifoso. Da una vita. Anche se - e faccio una confessione - in età ormai avanzata ho finalmente superato un trauma infantile proprio legato al calcio. Mio padre era presidente della Empedoclese [Empedoclina, NdCFC] e ogni domenica era uno strazio perché quelle partite di serie zeta spesso finivano in rissa e a casa c’era l’attesa: che succederà oggi, l’avranno picchiato, lo rapiranno? Ero piccolo e questa angoscia mi ha segnato. Fino a quando poco tempo fa ho visto per caso una partita di calcio in tv. Era un bella partita, emozionante. Lì ho apprezzato gli schemi, le geometrie, il gioco, ho iniziato da vecchietto ad appassionarmi».
Paradossale.
«Mah, è più paradossale il fatto che io non ho la patente ma non mi perdo una gara di formula uno».
Ferrarista?
«Non saprei, mi piacciono le corse, ecco tutto».
Allora vede la tv?
«Dibattiti, di preferenza».
Cosa cambierebbe se fosse direttore di rete?
«Mi sento un pesce fuor d’acqua. Io da produttore in tv ho fatto Maigret, gli sceneggiati con Alberto Lupo, i varietà di Antonello Falqui, Mina. Non lo dico perché sono vecchio o malato di nostalgia però lì c’erano fior di professionisti, tecnica e invenzioni. Oggi, per esempio, non vedo posto per la prosa in televisione. Io ci avevo portato Eduardo…».
E il teatro, dopo anni di frequentazioni, le manca?
«Il teatro lo scrivo. È stata una bella palestra di scrittura. Una parentesi di 30 anni dove ho lavorato come regista e sceneggiatore, col paziente obiettivo della narrativa».
Quando si è accorto che la scrittura era il suo modo privilegiato di comunicare?
«Da subito. Già giovanissimo. Da ragazzo scrivevo poesie. Alcune erano state pubblicate da Ungaretti nella collana “Specchio” di Mondadori. Poi il lavoro e tanta gavetta. E l’esordio alla vigilia della pensione».
E lo stile, diciamo, dialettale?
«Anche quello da sempre. È il mio modo naturale, il respiro della mia scrittura. Il dialetto è lingua, strumento di conoscenza. Perché è attaccato ad una radice culturale, quindi viva. Io sono rimasto molto contento quando ho letto che in Sardegna era passata la legge sul bilinguismo. Una bella conquista. Essere profondamente legati ad una identità significa trovare nuova linfa di scrittura, di storie, di atmosfere. Guardate in casa vostra l’esempio di Sergio Atzeni».
Mai pensato che avrebbe trovato ostacoli con i lettori?
«Sciascia, maestro ed amico, mi aveva messo in guardia, parlava di problemi di comunicazione. Ma io ho sempre pensato che fosse la strada giusta, la mia strada. È l’omologazione che mi preoccupa, la colonizzazione».
Il potere dell’inglese…
«Mi spiegherò con un esempio che vale più di mille parole e teorie. Mi chiesero un articolo per una rivista di architettura, dovevo parlare della mia casa. Lo scrissi, come scrivo io, e mi risposero: scusi, signor Camilleri, ma non si capisce nulla, quei termini, eccetera eccetera. Allora io aprii a caso quella rivista e al telefono iniziai a leggere un pezzo, un florilegio spinto di inglesismi. Dissi: scusi, e questa che lingua è?».
A parte i romanzi storici, gli altri libri hanno agganci con la realtà?
«Sempre. Io sono un avido lettore di giornali. Controllo le notiziole di cronaca bianca e nera. Se qualcosa mi interessa, strappo la pagina e la metto da parte. Ne ho accumulate tante… Poi questi fatti li metabolizzo, spesso non vado neppure a rileggerli perché nella mia testa hanno preso un’altra forma, un altro significato».
Quindi il giallo è il modo migliore per parlare dell’Italia d’oggi.
«Sì, è un modo vitale. E c’è una bella scuola di giallisti. Da Lucarelli a Fois, da Macchiavelli a Carlotto, per citare qualche nome. Ma non dimenticherei le radici: De Angelis e soprattutto Scerbanenco».
Qual è il segreto del buon giallo?
«Non barare mai. Il lettore deve essere ad armi pari con l’investigatore, deve avere le stesse informazioni di chi indaga. È anche questione di tecnica ma quello che rende interessante il romanzo sono i personaggi. E l’ambiente».
Fedele a Montalbano, fedele alle sue idee politiche. Di sinistra.
«Si può cambiare idea nel corso del tempo, ma non si possono cambiare le convinzioni profonde».
Le piace questa Italia, le piace questo governo?
«No, mi sento a disagio. Ma quello che è difficile è combattere la serenità con cui questo paese ha votato una maggioranza. Come faccio a dire a mio cugino che sbaglia quando vota Forza Italia?».
Esiste una cultura di destra?
«No. Stanno spremendo Veneziani, non c’è dell’altro. Parlano, che so, di Ezra Pound ma faceva avanguardia mica cultura di destra. O di Pirandello. Mi vien da dire con Flaiano che “gli italiani vanno in soccorso dei vincitori”.
Ch’avemu a fari? Che facciamo?
«Siamo gente che sa darsi la zappa sui piedi ma ha anche la capacità di rigenerarsi. Comunque amo l’Italia e non potrei vivere altrove».
Lei ha detto: “Quando ho il raffreddore prendo l’aspirina prodotta dalla Bayer, e non mi chiedo se è la stessa società che ha prodotto certi gas o altro. Purtroppo quando si scrive bisogna avere un editore”. E il suo editore è anche Mondadori, ovvero Berlusconi.
«Mi concedo dei piccoli tradimenti, ogni tanto abbandono la signora Sellerio, alla quale devo la mia scoperta. Ma un autore deve essere libero, prendere l’editore come un’aspirina. Poi con Mondadori, che ha una ottima distribuzione, il libro ha una vita triplicata, passando di collana in collana e trovando nuovi lettori».
Ha paura della serialità di Montalbano?
«È un rischio. Ma credo di aver trovato un modo per evitarla. Montalbano cresce, cambia e invecchia con me. Segue gli umori del tempo, si impossessa delle malinconie, incazzature, dolori della vita. Di quello che accade. Per esempio, prima o poi avrà a che fare col G8».
Nel nuovo romanzo?
«Non c’è ancora un nuovo romanzo per Montalbano».
Lo manderà anche in pensione?
«È nella logica umana».
Cosa accade se Montalbano incontra Maigret?
«Gli dice “non invecchi mai”».
E con Nero Wolfe?
«Uhm, non si parlano».
Con Pepe Carvalho?
«Bisticciano sulle pietanze. A me è successo con Vásquez Montalbán, a Barcellona. Alle 9 del mattino mi voleva far mangiare una salsiccia pepatissima».
E con Hercule Poirot?
«Gli parla in un raffinato francese con cadenza sicula».
E se Montalbano incontra Berlusconi?
«Io non scrivo libri di fantascienza».
Sergio Naitza
 
 

L'Unione Sarda, 30.5.2002
Incontri a Cagliari e a Nuoro

Arriva in Sardegna Andrea Camilleri, lo scrittore siciliano che ha saputo scalare le classifiche, entrare nel cuore dei lettori, imporre il suo personale stile e godere degli apprezzamenti della critica. Camilleri, 77 anni, domani è a Cagliari per incontrare il pubblico. Appuntamento alle 16,30 nella sala Cosseddu della casa dello Studente. Giuseppe Marci parlerà dei libri “Il re di Girgenti” (Sellerio) e “La paura di Montalbano” (Mondadori). Coordina l’incontro Stefano Salis. Sabato Camilleri fa tappa a Nuoro per partecipare al Premio nazionale Grazia Deledda, che avrà inizio alle 9,30 nell’auditorium dell’Istituto Etnografico. Camilleri è anche il presidente di una delle quattro giurie (sezione narrativa) del Premio. Nel pomeriggio, dopo una visita alla casa di Grazia Deledda, Camilleri alle 17,30 incontrerà i lettori nuoresi alla Biblioteca Satta.
 
 

La Nuova Sardegna, 30.5.2002
Andrea Camilleri incontra i lettori
Domani a Cagliari e sabato a Nuoro

Andrea Camilleri arriva in Sardegna per prendere parte ad alcuni incontri con i suoi tanti lettori sardi e per partecipare alla cerimonia di premiazione del premio letterario intitolato a Grazia Deledda, di cui l'autore siciliano presiede una sezione. Il primo appuntamento è a Cagliari domani alle 16,30 nella sala Cosseddu della Casa dello Studente. In un dibattito moderato dal giornalista Stefano Salis, dopo l'introduzione di Luigi Sotgiu, presidente dell'Ersu, il docente universitario Giuseppe Marci presenterà i due ultimi libri dello scrittore siciliano: «La paura di Montalbano» e «Il re di Girgenti». Camilleri sarà invece a Nuoro nella mattinata di sabato 1º giugno per la cerimonia di proclamazione dei vincitori del premio Deledda (ore 9,30, museo etnografico). Nel pomeriggio, alle 17,30, incontrerà i lettori alla biblioteca Satta, dove sarà ancora Giuseppe Marci a parlare delle sue opere.
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 26.5.2002
Piazzese scatena un derby di attori. Scarpati, Fiorello e Castellitto: tre candidati per interpretare La Marca
La riduzione televisiva del romanzo "I delitti di va Medina Sidonia". L'attore di "Un medico in famiglia" in trattativa da settembre

Ve lo immaginate Giulio Scarpati, l'interprete del mite Lele nel seguitissimo "Un medico in famiglia", nei panni di Lorenzo La Marca, «l'ex sessantottino colto, intelligente, raffinato, ironico e autoconsapevole», protagonista de "I delitti di via MedinaSidonia"? Potrebbe infatti essere proprio Scarpati, che in Sicilia ha già vestito i panni di Rosario Livatino nel film "Il giudice ragazzino", a interpretare il ruolo dell'investigatorebiologo palermitano del romanzo di Santo Piazzese, in una serie televisiva per la Rai prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti, il produttore del "Commissario Montalbano". Pare infatti che il medico televisivo più famoso d'Italia sia in trattative da settembre, anche se fino ad oggi non è arrivata nessuna conferma. Nella rosa dei possibili interpreti, figura addirittura il nome dello showman siciliano Fiorello, che in un primo era addirittura in cima alla lista, accanto a quelli di Sergio Castellitto e di Sergio Rubini.
Ma cosa ne pensa il diretto interessato, ossia Piazzese, il «padre» di Lorenzo La Marca? «Beh, a dire il vero - dice Piazzese - io un candidato l'avevo, ma mi hanno detto che era troppo vecchio. Il suo nome? De Niro. Scherzi a parte, chiunque sia alla fine l'attore prescelto, gli si deve imporre un bagno nel fiume Oreto, dove sciacquare dovutamente i panni».
I nomi degli sceneggiatori invece sono noti da tempo: si tratta di Francesco Bruni e Salvatore Di Mola. Una vera garanzia, visto che sono stati loro a firmare le sceneggiature per la tv dei romanzi di Camilleri. «Tutto questo è vero, ma molto dipende da chi sarà il regista. Bisogna tenere presente che nel passaggio dal libro alla sceneggiatura si deve per forza rinunciare a qualcosa. Anche se io ho letto entrambe le sceneggiature ricavate dai miei romanzi, e devo dire che sono piuttosto fedeli e questo è un evento abbastanza raro. Oltretutto, i miei sono libri d'atmosfera, in cui molte cose non risultano immediatamente trasferibili. Ai due sceneggiatori ho inviato una trentina di pagine, zeppe di annotazioni e suggerimenti. Spero che ne tengano conto».
Ma c'è anche una seconda mediazione, quando dallo sceneggiatore si passa al regista... «È vero, per non parlare di un terza transizione, dalla regia al montaggio. Non va poi trascurato il fatto che la Rai può anche fare i suoi aggiustamenti, a prodotto ultimato. Alla fine, ho sempre il diritto di decidere se comparire o meno nei titoli di coda, e di scegliere tra le varie formule di rito: "liberamente tratto da", "ispirato a", "riduzione televisiva da". Se, caso estremo, dovessi riconoscere che i punti di contatto tra il prodotto televisivo e i miei romanzi sono davvero pochi, potrei anche scegliere di non far comparire affatto i titoli dei miei libri».
Salvatore Ferlita
 
 

Stilos, supplemento de La Sicilia, 28.5.2002
Io e Montalbano facciamo teatro
L'instancabile scrittore esce con una raffica di titoli: una nuova intervista autobiografica, nuovi racconti del commissario di Vigàta, una raccolta di lezioni sulla sua attività teatrale, un CD-ROM con la propria voce e un altro con le proprie pièce.
E del poliziotto dice: "E` sempre più un uomo che si lecca le ferite del nostro tempo".

Andrea Camilleri, per niente intimidito dalle critiche di chi costantemente gli rinfaccia la sua prolificità, continua a sfornare successi: la nuova raccolta di racconti, intitolata La paura di Montalbano (Mondadori), ha conquistato subito la prima posizione nella classifica dei titoli più venduti. Anche se alcuni giorni fa, sul "Corriere della Sera", Cesare Medail, pur lodando i racconti lunghi «Ferito a morte», «Il quarto segreto» e «Meglio lo scuro» in cui Camilleri è riuscito a dare il meglio di sé, ha bacchettato l’autore agrigentino per i tre «cortometraggi», a causa della narrazione troppo contratta e dell’affresco ridotto a bozzetto. «La vena di Camilleri ha bisogno di distendersi» scrive Medail e il racconto breve non glielo consente, costringendolo a «uno scarto secco», estraneo alla sua vocazione.
«Effettivamente – confessa Camilleri – a me il genere racconto sta un po’ stretto; non me la sento proprio di contraddire Medail. Credo poi che la contrazione in questi racconti si avverta di più per il fatto che essi derivino da romanzi seriali: infatti il lettore si aspetta certi personaggi, il richiamo a situazioni e vicende precedentemente narrate. Nei racconti, per forza di cose, spariscono alcuni personaggi ai quali ci si è nel tempo affezionati. Lo stesso Montalbano credo che dia il meglio nei tre romanzi brevi o racconti lunghi, come dir si voglia.»
Riguardo alla lingua, invece, è come se si avvertisse una patina arcaicizzante. Forse perché lei viene dalla fatica de Il re di Girgenti, dove faceva uso del dialetto agrigentino del Settecento.
«Tutto ciò è sacrosanto, e si avvertirà anche nei racconti successivi e nelle altre cose che scriverò. Il re di Girgenti rappresenta una vera e propria svolta nel mio processo di invenzione linguistica. Devo fare una certa fatica per non tornare a determinati moduli di scrittura, messi in atto nell’ultimo romanzo. C’è ora nella mia testa, quando mi metto a scrivere, "qualcosa che stinge", come si dice a proposito della biancheria messa in lavatrice; me ne accorgo continuamente, ma non posso farci nulla.»
Vuole fare un bilancio delle reazioni della critica, all’uscita de Il re di Girgenti?
«Da alcuni il romanzo non è stato considerato per l’importanza che aveva, non dico nel senso della storia della letteratura, ma quantomeno nel complesso della mia produzione. Veramente Il re di Girgenti è l’opera della mia vita, anche se capita spesso che il libro considerato dal suo autore come la pietra miliare risulti il meno gradito dagli studiosi e dai recensori.»
Viene da pensare al povero Petrarca e alla sua Africa.
«Non lo volevo dire, per evitare accostamenti blasfemi, ma visto che lei l’ha tirato fuori, ammetto che anch’io avevo pensato all’autore del Canzoniere
Ma passiamo alle sue prossime uscite: il 5 giugno da Rizzoli esce il libro-intervista con Saverio Lodato La linea della palma. Quale Camilleri viene fuori?
«Preciso subito che non si tratta di una ripetizione di quello fatto con Marcello Sorgi e pubblicato da Sellerio. Quella non era un’intervista di Marcello a me, ma una conversazione tra due siciliani, anche se diversi per età e per esperienze di vita. Questa di Saverio invece è una vera e propria intervista. A tal proposito, dico subito che, in genere, è l’intervistatore a fare il libro; colui che conduce la partita ha le carte in mano. E giorni fa mi divertivo a notare che Leonardo Sciascia ha scritto quattro o cinque libri del genere: quello con Marcelle Padovani, un altro con Domenico Porzio… Eppure non si tratta di libri che ripetono le stesse cose. A seconda dell’intervistatore, è chiaro, cambiano le domande. Quella fatta da Lodato poi è un’opera maieutica, che investe tutta quanta la mia vita. Molte cose non erano sviluppate in La testa ci fa dire, mentre in questo nuovo libro è dato più ampio spazio a quella che è stata la mia formazione letteraria e politica.»
Lei ha già annunciato che nella prossima avventura di Montalbano, il commissario a un certo punto non potrà fare a meno di scendere in campo. In che senso?
«A giugno uscirà da Mondadori un libro che conterrà sette racconti, questa volta tutti editi, e una mia lunga dichiarazione su Montalbano, assieme a due cd rom con i racconti letti dalla mia viva voce. Come ho già detto, è il commissario di Vigata a volte a suggerirmi alcune trame di racconti. Anzi, sull’ultimo numero di "Micromega", ci sarà un Camilleri che rompe i "cabasisi" al suo personaggio, invitandolo a dirgli qualcosa. Ma Montalbano è a disagio. Attenzione però, non si tratta di un disagio politico, ma di un malessere dettato da ciò che sta accadendo all’interno della polizia, con la storia del G8, tanto per intenderci, che non poteva passare inosservata. E il commissario sta lì a leccarsi le ferite, a trovare giustificazioni e a lanciare accuse. Per forza di cose, dunque, in un romanzo questo mio eroe deve tirar fuori da se stesso e dalle situazioni in cui si trova "u nivuru comu la siccia". Viene fuori da tutto ciò anche un’ulteriore riflessione su se stesso, sul suo rapporto con la società e con il prossimo, sull’utilità di intervenire in alcune vicende e sul fatto di essere arrivato a una certa età. Montalbano non se ne vuole andare dal commissariato con l’amaro in bocca; vorrebbe serbare buoni ricordi, anche se tutto ciò, al giorno d’oggi, si fa sempre più difficile.»
Ha anche in preparazione, per Rizzoli, un altro libro sul teatro. Si tratta di un nuovo dizionario ragionato?
«Un’anticipazione di questo mio nuovo libro l’ho data con Le parole raccontate, un dizionario ironico sull’universo drammaturgico. La nuova opera sarà invece una raccolta di lezioni e conversazioni sul teatro, tenute a Pisa in diverse occasioni e davanti a un pubblico di volta in volta diverso. Alcuni argomenti sono stati improvvisati sul momento e poi trascritti dalle registrazioni effettuate, altri erano precedentemente preparati. Può darsi che il lettore si accorga dei diversi livelli di comunicazione. Nel corso di queste conversazioni ho trattato degli autori che più mi hanno interessato nella mia carriera di regista e di insegnante di drammaturgia. Può essere considerato come un consuntivo di trent’anni di attività teatrale. Si tratta di un libro per me importante, in quanto mette un punto fermo sul teatro. Spero di aggiungere a questo un altro libretto, munito di cd rom, con la raccolta dei miei spettacoli.»
Per tornare al giallo, agli ormai conosciuti romanzi polizieschi di Piazzese, Cacopardo e ai suoi, si aggiunge da ultimo quello di un vero commissario di polizia palermitano, Pier Giorgio Di Cara, pubblicato dalle edizioni e/o, intitolato Isola nera. A questo punto, Calvino si sbagliava di grosso quando argomentava sull’impossibilità di ambientare un giallo in Sicilia, con particolare riferimento ai libri di Leonardo Sciascia.
«Calvino si era sbagliato eccome! Quelli di Sciascia erano dei veri gialli ambientati in Sicilia. E questo commissario di Palermo mica scherza. Ho letto con vero piacere il suo nuovo romanzo, Isola nera. Ormai penso che si sia sturato il serbatoio della Sicilia del poliziesco. E poi è bello notare come la scrittura di Di Cara non abbia nulla a che vedere con quella di Piazzese; come del resto quella di Piazzese non ha nessun rapporto con quella di Cacopardo, e così via. Certo, ci sono le radici sicule che vengono fuori dalle storie narrate, ma si tratta di scritture completamente diverse tra loro, e trovo tutto ciò entusiasmante.»
In quasi tutte le sue opere, lei ha cercato sempre si mettersi alla prova: col Birraio di Preston, con La scomparsa di Patò, con Il re di Girgenti, tanto per fare qualche titolo. Secondo lei, i critici si sono accorti di questa sua smania di sperimentazione? È come se, nelle sue pagine, il contenitore del romanzo ottocentesco venisse continuamente svuotato e riempito di forme sempre nuove.
«A volte i critici nemmeno se ne accorgono. Soltanto quelli che, come Guglielmi ad esempio, hanno le antenne più attente alla sperimentazione ne hanno sentore. Nessun addetto ai lavori ha mai parlato del tentativo di strutturare ogni mio romanzo storico in modo diverso; anche all’interno dello stesso romanzo, come avviene nel Re di Girgenti. Ma se ancora non se ne sono accorti, pazienza.»
Tre anni fa Giuseppe Petronio, sull’"Unità", scrisse che a volte il successo fa male, e portava come esempio anche il suo caso. Lei cosa ne pensa, visto che continua a pubblicare con un ritmo alquanto sostenuto e riscuotendo quasi sempre grande successo?
«Tutto il mio rispetto per Petronio, che è un vero maestro e uno dei pochi che si pronuncia su libri che veramente legge. Voglio solo precisare che a me il successo non ha per niente montato la testa. Il re di Girgenti, che arriva all’apice del mio successo, è stata una scommessa: con me stesso e con i lettori. A volte la coerenza di scrittura genera una sorta di assuefazione nel palato di chi legge, non facendo avvertire le increspature, i cambiamenti, le vene sotterranee. Certo, non mi si può accusare di modificare la mia scrittura per una maggiore comprensione. E poi esiste la mia personale sperimentazione anche nel romanzo breve, come si evince dall’ultima raccolta di racconti. Non scrivo tanto per scrivere, ma per vedere se riesco a superare certi ostacoli.»
Come si sente dopo la celebrazione che le è stata tributata a Palermo, in occasione del convegno «Letteratura e storia. Il caso Camilleri»? A qualcuno è parsa una sorta di anticipata commemorazione. Manganelli, in un suo conosciutissimo pezzo, ammise di preferire, a questi riti celebrativi, la «scommemorazione».
«Sì, si è trattato di una commemorazione, ma la cosa che mi ha divertito di più è stata l’ammissione di Gioacchino Lanza Tomasi, il quale si è detto imbarazzato a parlare avendo davanti agli occhi la "salma" del commemorato. Anche se devo confessare che sono state due giornate interessanti perché, al di fuori di quella che è la strettoia di misura della recensione, la gente che è intervenuta ha potuto parlare liberamente. Ne sono venute fuori, anche dagli interventi più banali, annotazioni critiche interessanti, spunti di riflessione notevoli. Di solito, chi viene commemorato, essendo già nell’Aldilà, non se la può gustare tutta. Io, in quanto salma vivente, devo dire che me la sono goduta».
Salvatore Ferlita
 
 

Stilos, supplemento de La Sicilia, 28.5.2002
Montalbano a casa di un ex cancelliere
Armando Vitale. «Il mondo del commissario Montalbano»

Prendete un cancelliere siciliano a riposo nato a Corleone, Armando Vitale, che per la prima volta in vita sua prende in mano dei gialli infarciti di dialetto, il suo dialetto, quel misto di siculo-italiota che sta facendo impazzire la penisola, e viene folgorato da un personaggio: Salvo Montalbano, commissario di Vigàta, provincia di Montelusa. Aggiungete un anziano e fecondo autore di Porto Empedocle, Andrea Camilleri, che dopo esordi difficilissimi (il suo primo libro, con protagonista il maresciallo Corbo, lo scrisse nel 1968 ma nessuno si accorse di lui), spopola in tutte le librerie, viene tradotto perfino in Moldavia e Giappone, e il suo commissario è entrato nell’immaginario comune, come la sua caratteristica parlata, dopo l’ottima performance televisiva di Luca Zingaretti che ha dato volto e movenze a Salvo Montalbano, meteopatico servitore di uno Stato anche troppo lontano.
Mescolate il tutto con un piccolo editore, Michele Vaccaro, nisseno, che dopo una vita spesa per l’insegnamento, nel 2000 mette su una minuscola casa editrice, la «Terzo Millennio Editore» che cominciava a muovere i primi passi nell’affollato mondo editoriale italiano. Ne è venuto fuori un anno addietro un agile libro, Il mondo del commissario Montalbano. Considerazioni sulle opere di Andrea Camilleri, che sta facendo conoscere a livello nazionale la piccola realtà editoriale nata nel cuore della Sicilia, a Caltanissetta, nella piccola Atene immortalata da Sciascia.
Il libro di Vitale è stato molto ricercato al recente Salone del libro di Torino dove la casa editrice nissena era presente in due stand; richieste di acquisti continuano a pervenire via Internet (la distribuzione nazionale quando si è agli esordi è molto ardua), più librerie del nord Italia continuano a richiedere il libro e prenotazioni giungono anche da Malta mentre perfino lo sfegatato fan club camilleriano ha inserito la pubblicazione di Terzo Millennio nel visitatissimo sito www.vigata.org.
A compendio di tutto ciò non poteva mancare la squisitezza dello stesso scrittore che, da buon padre di ottimi investigatori, avendo avuto notizia del libro sul suo Montalbano, si è messo in contatto con la casa editrice e, dopo avere visionato l’opera, ha scritto di suo pugno per ringraziare sia Terzo Millennio che l’autore (il cancelliere in pensione), dell’attenzione dedicata al suo personaggio. Una cortesia bilaterale, inutile nasconderlo, visto che il libro su Montalbano sta facendo da traino per fare conoscere le tante iniziative della piccola ma onesta casa editrice: la collana di gialli e noir «L’olivo saraceno», il Dizionario italiano-siciliano e un testo di grammatica siciliana, le opere di saggistica sull’isola e quelli di mafia.
Ma per quale motivo un cancelliere in pensione (sembra il protagonista di uno dei racconti di Montalbano) si è dilettato a scrivere tale libro? Armando Vitale, che ha percorso la carriera di funzionario di cancelleria fino al livello dirigenziale, nominato dal Csm giudice onorario di Caltanissetta, lo spiega con le sue stesse parole: «Un po’ è stata la lingua usata, che è proprio quella quotidianamente utilizzata sia da me che dalle tante persone che mi circondano. Il nostro linguaggio non è l’italiano, perché il ricorso al dialetto è frequente, anche se non esclusivo, proprio per l’immediatezza e l’espressività che i dialetti ed in particolare quello siciliano hanno. Un po’ è stata la localizzazione delle varie azioni che non poteva avere altra sistemazione di quella che ha avuta: solo Vigata e dintorni poteva essere il loro teatro. Infine i personaggi. Alla fine di ogni opera Camilleri si affanna a sostenere che fatti, personaggi e situazioni sono stati inventati. Non credetegli! Fatti e personaggi sono esistiti realmente, esistono realmente e continueranno realmente ad esistere. Sull’autobus della gita a Tindari, figuratevi, mi ci sono trovato pure io. Altro che personaggi inventati di radica!»
Un’opera godibilissima che tuttavia, come lo stesso autore ribadisce nella prefazione, «non può, anzi non deve, sostituire la lettura dei singoli libri; è riservata invece a coloro che hanno abbiano letto, almeno una volta, tutte, ripeto tutte, le storie di Montalbano». Ed è proprio sulla figura e sul mondo che ruota attorno al commissario Salvo Montalbano che il libro di Vitale è imperniato: come i suoi rapporti con Livia, eterna fidanzata, a cui Vitale si rivolge: «Livia, se mai un personaggio potrà ascoltare un lettore, sappi che ho cercato di mettere una buona parola presso il tuo Autore, perché Salvo, una volta promosso ed allontanato da Vigata, ti possa sposare! Più di questo non posso fare». Quindi quelli con la criata Adelina, col personale dipendente, le indagini, la sua casa. Il libro è arricchito dall’elenco di tutte le opere di Camilleri e dei personaggi del mondo di Montalbano; segue l’organico del commissario di Vigata e i locali del commissariato, i locali tipici dove Montalbano ama abbuffarsi di freschissimo pesce «ciaurusu di mari», le località, le mangiate di Montalbano. Come ha scritto il compianto Placido D’Orto, «il mondo del commissario Montalbano, è un indispensabile contributo alla lettura delle opere di Camilleri, reso in un linguaggio scorrevole e qua e là punteggiato da accattivanti annotazioni».
Miro La Cometa
 
 

La Sicilia, 27.5.2002
Il «giallo della stricnina»
La penna di Camilleri ripesca un caso del '48

CALTANISSETTA - Nei giorni scorsi è arrivato nelle librerie d'Italia, svettando subito nella classifica delle vendite, il nuovo volume della “saga” del commissario Montalbano, il fortunato personaggio nato dalla sempre più feconda penna di Andrea Camilleri. Si tratta de “La paura di Montalbano” (edito da Mondadori) che raccoglie sei racconti con protagonista il poliziotto di Vigàta, alle prese con i soliti casi più o meno intricati.
Il racconto finale, intitolato “Meglio lo scuro”, nonostante lo scrittore empedoclino dichiari in appendice che «nomi e situazioni sono di mia invenzione e non hanno quindi nessun rapporto con la cosiddetta realtà», invero presenta forti analogie con un celebre caso giudiziario che ebbe a Caltanissetta scenario e protagonisti nell'immediato dopoguerra. Fu, quello, “il giallo alla stricnina”, un caso di veneficio che vide protagonista, nel 1948, una donna dell'aristocrazia nissena, alfine condannata per aver avvelenato il marito, noto professionista, propinandogli un topicida, perchè follemente innamorata del cugino-amante. Una vicenda, quella, che fece molto scalpore e divise l'Italia tra innocentisti e colpevolisti: la donna confessò subito l'avvelenamento del marito, a sua volta sofferente di una grave forma di tabagismo, e di avergli propinato la polvere topicida durante un attacco di quel male, così da portarlo alla morte. Poi ritrattò, rimanendo comunque al centro di una lunga e complessa vicenda giudiziaria, che si concluse con la sua condanna, e che registrò anche “gialli” nel “giallo”, come ad esempio quello delle perizie chimiche fatte sui reperti cadaverici della vittima: nessuna traccia di stricnina per i periti palermitani, massiccia presenza del veleno per i controperiti fiorentini; o come quello dello “strano” e lungo viaggio dei reperti tra i due laboratori (spediti da Palermo, si “rinvennero” a Firenze dopo due mesi...). Fatti, questi, che - come altri - si riscontrano nell'episodio camilleriano che, come detto, presenta molte - forse troppe - “analogie” col celebre caso nisseno: e quanti a Caltanissetta ancora ne conservano ricordo (la protagonista si è spenta, novantenne, appena l'anno scorso), leggendo la nuova avventura di Montalbano non hanno potuto fare a meno di cogliere il netto collegamento (il “giallo” nisseno, proprio per la sua avvincente complessità, ha anche trovato spazio in pubblicazioni dedicate, appunto, ai casi giudiziari più celebri).
Nel suo racconto, Camilleri - cui, di certo, non difetta la fantasia per i suoi apprezzati soggetti, e il successo che continua a mietere lo conferma appieno - inserisce la vicenda del veneficio in quella del “pentimento” di un'anziana donna, vedova di un farmacista, che in punto di morte confessa che la bustina consegnata cinquant'anni prima ad un'amica (l'avvelenatrice) non conteneva quel veleno che sarebbe stato causa del decesso del marito della stessa amica, e quindi al centro della vicenda giudiziaria in seguito scaturita. Camilleri, da maestro di trame qual è, è bravo a montare questa storia, che impegna Montalbano, su quella dell'avvelenamento che occupa la parte centrale del racconto e che, come detto, ricorda molto quella nissena, pur nella diversità di alcuni particolari.
Rimangono obiettivamente parecchi, però, quelli in comune riscontrabili nelle due storie: dai primi malesseri della vittima, al suo decesso assistito dagli amici, agli immediati sospetti dei familiari che chiedono l'esame autoptico, alla prima confessione della donna, alle varie fasi del processo, via via fino alla grazia concessa alla donna dopo una lunga detenzione.
Walter Guttadauria
 
 

L'Arena, 27.5.2002
Torna Montalbano
In libreria il nuovo volume di storie di Andrea Camilleri in cui il popolare commissario appare più riflessivo, più attento a se stesso. «Per la prima volta ho scritto racconti lunghi»

«Livia aveva ragione. Lui aveva paura... Aveva scanto perché sapeva benissimo che raggiunto il fondo... Avrebbe immancabilmente trovato uno specchio. Che rifletteva la sua faccia». È questo in sintesi il messaggio de «La paura di Montalbano», l'ultimo libro di Andrea Camilleri, edito da Mondadori (pp. 324 - euro 11,80) arrivato da pochi giorni in libreria. Il volume è una raccolta di sei racconti, tre brevi e tre lunghi, a differenza dei precedenti volumi mondadoriani (i romanzi di Montalbano escono da Sellerio) dove i racconti erano tutti brevi e più numerosi. In questo volume c'è «un Montalbano più riflessivo, più attento ancora, semmai, a se stesso», specifica l'autore.
«La paura di Montalbano» è il quinto racconto, breve, che Camilleri definisce «il più strano». A cominciare dal luogo dell'ambientazione, un piccolo centro di montagna, in provincia di Courmayeur, dove il commissario di Vigata «è completamente spaesato». Spiega l'autore: «In questo racconto c'è lo specchio deformante che riflette la faccia di Montalbano; egli è accusato di non approfondire mai la psicologia, si ferma alle ragioni che spingono qualcuno a commettere una colpa, ma forse - aggiunge - ci sono ragioni più profonde e in questo senso Montalbano capisce che le critiche nei suoi confronti sono fondate e che se si cala più nel profondo trova la propria immagine riflessa».
I tre racconti brevi - «Giorno di febbre»; «Un cappello pieno di pioggia» e «La paura di Montalbano» - per Camilleri «più che indagini sono tre incontri straordinari». Per gli altri tre - «Ferito a morte»; «Il quarto segreto» e «Meglio l'oscuro» -, invece, si tratta di una novità stilistica.
«Per la prima volta ho scritto racconti lunghi, due sono da 60 cartelle ed uno da 100 - indica lo scrittore siciliano - si tratta quasi di romanzi brevi». Un genere che Camilleri definisce «difficile» e che non aveva mai tentato in precedenza, ma dei quali è soddisfatto perch é consentono «un maggiore respiro a personaggi che vivono, appunto, come in romanzi brevi». Una scelta con la quale l'autore può fare le sue «amate digressioni».
I tre racconti lunghi sono inediti, a differenza di due dei tre brevi che sono stati già pubblicati: come specifica lo scrittore nella nota a fine libro «Giorno di febbre» è stato pubblicato su una rivista dell'Amministrazione penitenziaria e «Un cappello pieno di pioggia» su un quotidiano nazionale nel 1999.
Se lo spirito di Montalbano trova in questo ultimo libro una progressione verso la riflessione e l'autoanalisi, c'è anche una novità narrativa, un nuovo legame tra il commissario e il centralinista del commissariato di Vigata, Catarella. «Il quarto segreto» è la prova di questo legame perch é i due condivideranno proprio quattro cose che non riveleranno ad alcuno. E proprio in questo stesso racconto nasce e si consolida una inedita amicizia tra Montalbano ed un ottimo maresciallo dei carabinieri.
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 26.5.2002
Arriva il detective col diabete
Mondadori pubblica "L'abbaglio" di Cacciatore

Sembra che l'esercito dei giallisti siciliani, di giorno in giorno, venga incrementato da nuove leve. L'ultimo chiamato «alle armi» è Giacomo Cacciatore, scrittore di trentaquattro anni, del quale uscirà tra breve il racconto poliziesco L'abbaglio, quasi un romanzo breve, inserito nella raccolta noir della Mondadori intitolata Caldo polare, a cura di Sandrone Dazieri, nella quale si potranno leggere testi di Carlo Lucarelli, Santo Piazzese e Andrea Camilleri.
Un nuovo investigatore dunque si aggira per le strade di Palermo, città mediterranea con una spiccata vocazione a ospitare intrighi e omicidi: il suo nome è Vittorio Cacciamali, vice soprintendente affetto da diabete, che si ritrova, pochi giorni prima del suo congedo, a spezzare il patto di mutua comprensione con il suo quartiere, Ballarò, dove tra l'altro lo stesso Cacciatore è cresciuto. «È uno dei miei luoghi preferiti - dice - Sarà il teatro dell'azione del mio racconto, una storia continuamente in bilico tra l'ironico e il grottesco, con al centro un investigatore al quale ho fatto scontare la pena del contrappasso. Nel senso che, dopo una sfilza di commissari e detective sensibili alla buona cucina e in grado di digerire di tutto, adesso arriva Cacciamali, che certi piaceri a tavola non se li può passare, ma che sarà bravo a esplorare il microcosmo di Ballarò».
E non sarà questa l'unica indagine del vice soprintendente, dal momento che tornerà alla carica nel prossimo libro di Cacciatore, un romanzo che avrà inizio dal finale di L'abbaglio, e ambientato ancora a Ballarò. Intanto sta per uscire per Ila Palma, Amore e coltelli, una raccolta di racconti che Cacciatore ha pubblicato su "Repubblica" tra il 1999 e il 2002.
E la lingua? «Ho cercato di leggere il meno possibile Camilleri, non certo per mancanza di stima, ma solo per non subirne il fascino e l'influenza. Il dialetto è difficile da evitare, parlando di Palermo e del suo mercato. Perciò ho deciso di circoscrivere le espressioni dialettali alle parti dialogate».
Salvatore Ferlita
 
 

Specchio, supplemento de La Stampa, 25.5.2002
Quando facevo Maigret
Anni '60, il futuro inventore di Montalbano è produttore alla Rai. Gli suggeriscono: portiamo sul piccolo schermo il commissario parigino. Ecco, nel suo racconto, come nacque una serie leggendaria.

Ma a chi lo dobbiamo, Maigret? Il successo di Maigret in Italia, s’intende. Alla Mondadori, certo, che per prima tradusse i gialli del commissario parigino. Adesso all’Adelphi, che lo ristampa come un classico. In mezzo, negli anni Sessanta, senza dubbio a Gino Cervi, protagonista di sedici episodi televisivi che inchiodarono il Paese davanti alla tivù come solo, a quei tempi, “Lascia o raddoppia” (e oggi quegli episodi, ristampati in cassetta e dvd dalla Elle U Multimedia si vendono alla grande, e se non li trovate in edicola potete sempre cercarli sul sito elleu.com).
Ma qui siamo alla storia, storia nota. A scavare la storia, però, salta fuori il romanzo. Vero. E nel primo capitolo del romanzo si scopre che dietro alla fortuna esplosiva del commissario Maigret formato tivù c’è l’inventore dell’unico commissario italiano capace di tenergli testa per abilità investigativa, inclinazioni gastronomiche, successo di pubblico. Che dietro a Gino Cervi, insomma, c’è Andrea Camilleri, e se non è una coincidenza questa… Lui mette le mani avanti: ”All’epoca non mi passava neppure per l’anticamera del cervello di scrivere romanzi gialli. Non avevo la minima idea che un giorno avrei raccontato del commissario Montalbano”.
All’epoca Camilleri faceva il produttore per la seconda rete della Rai, una Rai che adesso non si può neanche immaginare, dove uno come lui, “barando”, poteva mandare in onda roba impervia come “Finale di partita” di Samuel Beckett (in un ciclo dedicato al Teatro dell’Assurdo). In che senso, “barando”? “Bé, la mia idea era di portare in tivù drammi altrimenti incomprensibili usando, diciamo, un trucco. E il trucco era la scelta degli attori… In “Finale di Partita” i protagonisti erano Renato Rascel e Adolfo Celi, capisce?”. Ebbe ottocentomila spettatori, “una cosa incredibile. Ma già per la televisione cominciava a essere poco. Va bene, pazienza. Comunque quando mandavamo in onda Maigret, nei cinema furono costretti a mettere gli apparecchi tivù, e farlo vedere prima del film. Se no la gente
stava a casa.”
Camilleri rimette le mani avanti: ”L’idea di Maigret, però, non fu mia. Nacque a Diego Fabbri, a nessun altro se non a lui. E cominciò a parlarmene…”.
Fabbri aveva scritto per il teatro un famoso “Processo a Gesù” (la prima fu al Piccolo di Milano), ma era uomo poliedrico di interessi.
“Insisteva: ” Sarebbe straordinario…” tenga presente che faceva piovere sul bagnato. Io avevo cominciato a leggere Simenon da bambino, mi trovò entusiasta. Senza ancora parlarne a nessuno elaborammo una sorta di progetto. E’ chiaro che per il protagonista subito ci venne l’idea di Gino Cervi…”.
Cervi era uno degli attori più popolari d’Italia, aveva fatto Peppone in Don Camillo, tantissimo teatro, “oltretutto era un uomo di una simpatia, di una comunicativa…”; accettò con entusiasmo la proposta.
Era già così importante, per gli attori, la tivù?
“Sì, sì, era molto importante. Specie in una serie. L’attore capiva che battendo un chiodo con insistenza si acquistava notorietà. Certo Cervi ce l’aveva già grandissima…”.
Il primo ostacolo venne dalla signora Maigret. Cioè, Simenon non era d’accordo sulla scelta di Andreina Pagnani: ”Anche noi non avevamo pensato a lei, e non per un fatto di bravura di Andreina, ma perchè l’osservazione che poi ci fece Simenon noi la sapevamo già. Vale a dire: troppo bella. E vabbè, gli dicemmo, è ormai una signora di una certa età. Eh!, disse lui, ma Maigret si è sposato giovanissimo. Voi lo vedete che si sposa una bellissima ragazza come la signora Pagnani? Non
rientra nel personaggio”.
A volere Andreina era Cervi, che faceva compagnia con lei. “Quando gli esponemmo le nostre ragioni”, ricorda Camilleri, “Gino rispose con una battuta dei Sei personaggi in cerca d’autore. Rispose testualmente: ”Ma si rimedia col trucco”, proprio come citazione. Era un’attrice, Andreina: nel momento che la invecchiammo molto e mandammo le foto a Simenon… vabbè, disse. Però era entusiasta di Cervi”.
Sul set come andò? ”Io ho fatto tanta televisione. Raramente sono stato così a lungo in un clima di totale rilassamento, era un piacere andare in studio. Sì, c’era una grande intesa, dovuta prima di tutto alla simpatia umana di Cervi, che non drammatizzava mai nessuna situazione. E poi alla grande abilità di Mario Landi (il regista, ndr), su questo non c’è il minimo dubbio. Ho letto che secondo Simenon Cervi è stato il Maigret migliore. Lo credo anch’io…”. Perché? “Quello che li accomunava immediatamente: Gino non scherzava sulla buona tavola. Poi c’era… un comune senso del buon senso, che Maigret ha e che Cervi aveva a livelli notevolissimi. E poi…”.
Camilleri parla a voce lenta, bassa, arrochita. S’interrompe spesso, tira gran boccate di sigaretta. Rievoca assaporando. Ma adesso la pausa è più lunga del solito, una vera degustazione. ”Ecco, Cervi era un modernissimo attore all’antica. Cioè a dire: modernissimo nella dizione, nel muoversi, ma andava a suggeritore. Gli attori d’oggi non ci vanno più, a suggeritore; imparano la parte a memoria. Abituato com’era al suggeritore, Cervi questa memoria non l’aveva. Solo che il suggeritore non si può adoperare, in televisione, perché si sente…”. E allora? “ Allora si inventò il gobbo. Un gobbo a manovella, non uno di questi gobbi elettronici di cui le annunciatrici dispongono adesso, che possono fare l’aria disinvolta. Sul gobbo manuale, il suggeritore trascriveva le ultime due parole della battuta precedente e poi tutta la battuta di Gino. Gino difficilmente durante le lunghe prove apriva il copione…”.
Durante le lunghe prove, il copione l’apriva il suggeritore. Un suggeritore ad personam, perché gli altri la loro parte la imparavano.
“Però lui, abilmente, aveva chiesto a me, e naturalmente ottenuto da me, che il gobbo cosiddetto entrasse negli ultimi due o tre giorni in sala prova. In maniera, siccome era a mano, che il suggeritore graduasse il giro di manovella secondo la lunghezza della battuta… Allora, tante di queste cose che hanno fatto il personaggio esemplare, il calcare la pipa, la lentezza di alcuni gesti che danno l’idea di un sottopensiero profondissimo di Maigret, sono in realtà dovute al fatto che lui doveva leggere la battuta!”.
Camilleri ride, s’accende l’ennesima sigaretta: ”Ricordo un giorno che la mamma di Mario Landi stette male e lui dovette partire. Io ero un regista, e Mario mi disse: ”Mi fai  un favore? C’è una scena che bisogna girare subito. Sostituiscimi tu.”. Era una scena lunga, si girava solo quella lì. E’ stata una prova del fuoco, come regista
televisivo, è stato un incubo.” Perché? “Si trattava di un interrogatorio che Maigret faceva a un portinaio, cosa eccezionale perché di solito sono sempre portinaie, sono tutte femmine. Il portinaio, nel caso specifico, era quel grande attore goldoniano che fu Cesco Baseggio. E Cesco era abituato ancor peggio di Gino ad andare a suggeritore. Ma non era abituato al gobbo, cosa che invece Gino aveva imparato…”.
Quindi? “Quindi il problema tecnico di dover mettere due gobbi e far sì che le camere fossero messe in direzione tale da non avere salti di campo o occhi storti e fare un dialogo in cui i due si guardassero di tanto in tanto in faccia fu un problema che io avrei dovuto vincere l’Oscar per la regia con quella sola scena di dieci minuti, cose da impazzire. Venne benissimo, perché giustamente il portiere sembrava reticente, e Gino molto pensoso sulle reticenze del portiere. Venne esemplare. Solo che era il risultato di un disastro”.
Ci fu un momento che il disastro si profilò davvero, e irrimediabile.
“Un giorno Gino, stavamo girando, continuava a toccarsi dietro. “Che c’hai, Gino?” “C’ho un dolore qua dietro, non è niente”. Invece era un infarto in corso. L’indomani ci vedemmo persi, con lui ricoverato. Mario e io ci eravamo detti: lasciamolo in pace- invece ci chiamò lui: ”Venite con un registratore”. E andammo con un registratore. “Ho pensato come risolvere il problema”, disse Gino. “Nel caso che io muoia. Se voi registrate ora questa battuta, dovete metterla fuori campo, però si può concludere la puntata”. Ci aveva pensato, poveraccio. E infatti, toccandoci, facendo scaramanzia, la registrammo. Non ce ne fu bisogno.”.
Lei ha detto che, all’epoca di Maigret, non ci pensava neppure, a Montalbano. Poi però qualcosa di Maigret ce l’ha messa, nel suo commissario. Magari inconsciamente… “No, no, anche coscientemente. Coscientemente proprio. Cercando di differenziarlo, certo, se no sarebbe stata una ripetizione”. E Cervi? S’è ricordato pure di Cervi?
“Eh, devo dire… per esempio, c’è un punto, in un mio libro, che il commissario Montalbano si fa ‘na mangiata terribile e poi dice alla sua donna che ha mangiato solo un panino. Ecco, quella l’ho presa para para da Gino Cervi. Ci eravamo fatti, io e lui, una mangiata di quelle proprio da star male. Dopo di che lui telefonò a sua moglie e disse che aveva mangiato un panino con Camilleri, che era una bugia infame, perché la signora si preoccupava degli eccessi mangiatori di Gino… ma c’è qualcos’altro di Gino, in Montalbano. A volte mi vengono in mente certe sue reazioni davanti ai personaggi che mi divertivano. Certe occhiate, certi movimenti… E vedo che Montalbano magari fa lo stesso, così, spontaneamente."
M.G.Minetti
 
 

Corriere della sera, 25.5.2002
Libertà di scrittura
Un Cavaliere per editore

Con diversi accenti, tre famosi scrittori, Giorgio Bocca, Andrea Camilleri e Vincenzo Consolo, esprimono il disagio di pubblicare libri per una casa editrice controllata («mera proprietà»!) dal presidente del Consiglio. L'analisi delle loro dichiarazioni ci aiuta, forse, a capire l'atteggiamento di alcuni intellettuali d'opposizione nei confronti del potere politico, dei committenti e di se stessi. Dice Giorgio Bocca: «Uno che (come me) scrive tutti i giorni contro Berlusconi non può continuare a stare nella sua azienda, sapendo che lui è molto presente. Alla lunga, poi, diventa difficile stare in una casa editrice che lancia Emilio Fede come un autore di punta. Ho incominciato a sentirmi un corpo estraneo». Sgombriamo il campo dal sospetto più stupido: Bocca non è affatto geloso della superstar televisiva. Il tormento che l'ha spinto ad abbandonare la Mondadori è figlio della sua morale partigiana, della sua definitiva scelta di schieramento. Se così non fosse, non si spiegherebbe perché mai un giornalista (laico, indipendente e mai censurato) si senta votato a scrivere «tutti i giorni contro Berlusconi». Un giorno, chissà, il Cavaliere potrebbe azzeccarne una, e un commentatore sereno dovrebbe prenderne atto. O no?
Chiaro: sulla frontiera opposta ci sono i miseri rinfacci della Destra, che accusano gli autori antagonisti di «sputare nel piatto dove mangiano», oppure di esercitare il poco nobile mestiere delle Foglie di Fico. Eppure tutti sanno che gli scrittori di successo portano soldi agli editori (e non viceversa). Ed è noto che ogni azienda preferisce i quattrini alle Foglie.
Poiché Giorgio Bocca è soprattutto un giornalista, è lecito domandarsi se la sua protesta non possa estendersi (per analogia) anche al rapporto tra i cronisti e la Proprietà.
Qui è necessario essere chiari. Può accadere, purtroppo, che alcuni redattori si sottomettano ai capricci del Padrone. Ma è umiliante che molti giornalisti diano per scontato che tutti i colleghi siano pronti a farsi comprare. Questo non può essere vero, perché, oltretutto, non ci conviene: l'indipendenza e la fiducia dei lettori sono le nostre uniche ricchezze, le nostre uniche garanzie di dignità.
La posizione di Andrea Camilleri mi sembra, tutto sommato, condivisibile: «Quando ho il raffreddore prendo l'aspirina prodotta dalla Bayer e non mi chiedo se è la stessa società che ha prodotto certi gas o altro. Purtroppo, quando si scrive bisogna avere un editore». Camilleri, insomma, imposta e risolve il problema in modo corretto: è lui che «si serve» dell'editore (come di un'aspirina), e non il contrario. Tanto è vero che può permettersi il lusso di sbeffeggiare Berlusconi, non troppo velatamente, in un libro pubblicato dalla sua Casa editrice. Gli artisti e gli intellettuali, insomma, non dovrebbero avere padroni o, almeno, dovrebbero pensare di non averne, e comportarsi come se non ne avessero. Questo vale soprattutto per gli scrittori più noti che, giustamente, esigono che le opere loro siano ben stampate, ben pubblicizzate e ben distribuite, ma che devono il loro successo soltanto ai lettori.
Vincenzo Consolo, infine, s'iscrive al club degli Arrampicatori sugli Specchi e dice: «Bocca ha fatto bene. Anch'io provo un forte imbarazzo a pubblicare per Mondadori, soprattutto pensando alla proprietà. Ma continuo a sperare che qualcosa possa cambiare, visto che il processo per il lodo Mondadori è tuttora in corso». Consolo, quindi, attende che la sua tempesta morale venga placata dai giudici. Non è il solo.
Giuliano Zincone
 
 

Giornale di Brescia, 25.5.2002
Esce Camilleri «prêt-à-porter»
Una firma per una raccolta di racconti a vasta diffusione

Andrea Camilleri ha presentato la collezione primavera-estate del suo filone prêt-à-porter. Non si tratta di capi unici e inconfondibili come Il birraio di Preston, La concessione del telefono o La scomparsa di Patò. E neppure di altissima sartoria, come le storie del commissario Montalbano che escono da Sellerio. La paura di Montalbano sta piuttosto nella serie del «mese» e degli «arancini», prodotti di pronto e sicuro consumo. Per carità, non vogliamo togliere nulla a Camilleri e alla sua bravura. Diciamo solo che, pur di gran firma, si tratta di prodotti destinati alla più larga diffusione. Tre racconti brevi e tre racconti lunghi che offrono una singolare alternanza di sensazioni. Ma va detto che nei pezzi di corto respiro l’autore siciliano non riesce ad offrire il meglio di sé. Il suo è un raccontare che ha bisogno di più spazio, di ritmi più larghi per raggiungere gli effetti voluti. E poiché Camilleri è sornionamente attento anche a questa dimensione, forse bisogna saper cogliere quel che l’autore sicilianamente lascia intuire. Perché proprio da un raccontino toglie il titolo dell’intera raccolta? Forse proprio perché in quelle poche pagine dà una risposta essenziale all’interpretazione del suo personaggio più celebre. E spiega come il commissario «ha scanto» a sondare l’animo umano perché sa che «raggiunto il fondo di uno qualsiasi di questi strapiombi, ci avrebbe immancabilmente trovato uno specchio». Di maggior fascino i tre racconti lunghi, veri e propri romanzi in nuce. E viene da rimpiangere che - chissà per quale motivo - Camilleri non li abbia voluti serbare per sviluppi ulteriori. Quali altre idee ha già nel cassetto? Preziose (anche se han già creato polemica) alcune incursioni sull’attualità: i giornalisti che ormai diventano storici, i ministri che per risolvere il problema degli incidenti stradali vogliono far viaggiare tutti a 150 all’ora, i politici che dicono di combattere la mafia ma distinguendola da "quei galantuomini" che talvolta "si sono sostituiti allo Stato per fare giustizia"... Insomma, Camilleri resta Camilleri e leggerlo è sempre un grande piacere.
Claudio Baroni
 
 

l'Unità, 24.5.2002
Fronte del video
Sottoposti

Al momento in cui scriviamo non abbiamo ancora potuto vedere l'ennesima puntata di «Porta a porta» con Silvio Berlusconi e Vespa nel ruolo del gatto e della volpe. Ma ne abbiamo viste tante altre e Berlusconi, del resto, è sempre in onda. Tanto per dirne una, anche mentre parlava Fassino, l'altra sera nello stesso programma, su schermo si continuava a vedere Berlusconi. È il mero proprietario, non solo della Rai, ma della Nazionale, dell'editoria, del cinema, del teatro e di tutto. Così, i suoi solerti e numerosissimi sottoposti si scagliano indignati contro Camilleri, reo di criticare Berlusconi pur scrivendo per la Mondadori. Quasi che l'autore di Montalbano gli avesse venduto cuore, cervello e il resto, come hanno fatto loro. E così, l'onorato Miccichè ha potuto rimproverare al regista Ronconi di satireggiare Berlusconi «che gli dà i soldi». Soldi dello Stato, ovviamente, ma non
fa differenza perché anche lo Stato è sua mera proprietà. Mentre chi osa lamentarsi è subito definito arrogante (come Enzo Biagi) perché non tace e acconsente ai diktat. E siccome tutto è del padrone unico e assoluto, gli spiriti indipendenti sono accusati di «sputare nel piatto dove mangiano» da dipendenti abituati a mandar giù di tutto.
Maria Novella Oppo
 
 

La Nazione, 24.5.2002
Non vedenti. Ecco i libri «parlati»

MONTECATINI — Novità dal Comune destinata ai non vedenti: nasce un punto di ascolto del «libro parlato» alla biblioteca per consentire anche a loro di avvicinarsi alla letteratura. Un passo avanti di grande significato per chi deve convivere con questo handicap, che lo priva, tra tante altre cose, anche del piacere di leggere.
L' iniziativa è stata presa in collaborazione con l' Unione italiana ciechi e il Centro del libro parlato di Firenze. Grazie proprio al materiale messo a disposizione dal Centro del libro parlato di Firenze e alla collaborazione di Angelo Grazzini, presidente della locale sezione dell'Unione italiana ciechi, che ha sede a Buggiano, l'amministrazione comunale conta di poter assicurare un servizio adeguato e un'eventuale assistenza per l'utilizzo dei volumi «da ascoltare».
Per adesso in catalogo ci sono una ventina di libri. Si va dai classici come Pirandello ed Hemingway agli autori del momento come Andrea Camilleri, Alessandro Baricco e Luis Sepulveda. Ma sono compresi anche altri best seller come quelli di Stephen King, Isabel Allende, Paulo Coelho, Michael Crichton, John Grisham, Ken Follet, Josè Saramago.
 
 

l'Unità, 23.5.2002
“Mi pagano i lettori, non il premier”
Lo scrittore ribatte al giornale Libero che lo accusa di aver criticato Berlusconi nel suo ultimo libro pubblicato con la Mondadori

PALERMO. «Tanto rumore per nulla. I giornali della destra mi attaccano sul fatto che guadagnerei soldi con Berlusconi, criticandolo. Una serie di falsità assolute. In realtà nel mio ultimo testo non vi è nessun attacco al premier, e cosa più importante, non sono pagato da Berlusconi, ma dalla Mondatori che mi dà una percentuale sui libri venduti. Mondadori guadagna con i miei scritti. Li vuole, per profitto, mica per beneficenza». Il celebre scrittore Andrea Camilleri, non ci sta e rompe il suo silenzio. Decide di intervenire sulle polemiche politiche suscitate dal suo ultimo libro La paura di Montalbano. Spiega: «I giornalisti di Libero hanno preso un granchio, un abbaglio. Hanno smarrito l'oggetto della polemica. Nel libro non vi sono attacchi al premier, e non perché il commissario Montalbano abbia cambiato idea. Lui è un uomo di sinistra. Già ne La forma dell'acqua, il primo romanzo su Montalbano parlavo di ministri, di sottosegretari, per certi provvedimenti legislativi, e si trattava di un altro periodo storico, vi era un governo di colore diverso. Questo non vuol dire che Montalbano sia un qualunquista. Percepisce gli errori che compiono quelli di sinistra, come si suol dire 'li coglie in castagna'. Mentre critica la disastrosa politica del centrodestra».
Hanno suscitato polemiche i riferimenti a sottosegretari e ministri.
«Se loro vedono delle allusioni, me le spieghino. Ho sempre attinto a fatti di cronaca quotidiana, ma rielaborandoli in maniera fantasiosa e letteraria. E continuerò a farlo.Quello che mi dà fastidio è leggere delle falsità assolute, quali Berlusconi paga Camilleri. La Mondadori, mi dà semplicemente quello che mi spetta. Sul libro che pubblico per loro percepisco per i diritti d’autore il 15%. Più correttamente mi pagano i lettori. La Mondadori non fa altro che attuare un trasferimento di soldi. Mi dà un anticipo: se il mio libro non vende, lo restituisco. Se le vendite superano le previsioni, mi dà un conguaglio. Le persone gradiscono i miei libri e li comprano. Se guadagno un miliardo con un libro, è solo il 15% dei loro proventi. Molti miliardi, dunque, vanno alla Mondadori, che è di Berlusconi. Tanto è vero che vengono a cercare i miei libri. Ed io glieli do volentieri, perché possiede una grande distribuzione e ha un mercato che altre case editrici non hanno».
Qual è il suo giudizio sull'autonomia della Mondadori?
«Secondo me, continua ad avere una sua linea di indipendenza. E lo fa perché ne trae profitto, mica le case editrici sono istituzioni di beneficenza. A differenza dei giornalisti di Libero, del Foglio, del Giornale, io non prendo soldi da Berlusconi, ma dai lettori. Finiamola, con questo equivoco, sul quale ci marciano in troppi».
Nel libro vi sono riferimenti ai fatti di Napoli ed al G8?
«No. Come non c'è il riferimento a Berlusconi. Quelli di Libero scrivono male e cose inesatte. In quell'articolo su di me, hanno compiuto errori elementari. Citano la pagina sulla questione della pubblica sicurezza Ed allora, dov'è l'attacco a Berlusconi? Se viene scritto che la polizia deve fare il suo dovere, dove, sta l'attacco? Le vicende di Napoli e Genova, non si intrecciano con il testo. Nel racconto vi è una discussione fra il questore e Montalbano, su come stare più vicini alla gente».
Polemiche strumentali?
«Ovvio. Se uno piglia un giornale come La Stampa dell'altro ieri, che certo non è un giornale di sinistra, trova due notizie 'una appresso all'altra', che se le avesse impaginate così un quotidiano di estrema sinistra, si sarebbe parlato di una provocazione. La prima: due carabinieri nei guai per aver ottenuto favori sessuali da una prostituta clandestina. La seconda: due poliziotti accusati di aver pestato a morte un tossicodipendente. Che vogliamo fare? O si fa finta che queste cose non accadano, o le mele marce, che vi sono ovunque, vanno eliminate. Per i miei romanzi e racconti, lo ribadisco, traggo anche spunto dalle vicende di cronaca. Che rielaboro in maniera originale sul piano narrativo. E’ la libertà della scrittura, della letteratura».
Ne La paura di Montalbano vi è però un riferimento ad un ministro?
«In questo caso specifico, sì. Il riferimento è a Lunardì, il quale ha detto che con la mafia bisogna convivere. Lo stesso Libero, a dimostrazione delle polemiche pretestuose cui accennavo, l’ha definita una frase infelice. Fuori dall'eufemismo si tratta di una affermazione gravissima. Allora, o Lunardi parla a vanvera, ma non credo, perché non mi permetto di mettere in dubbio la sua intelligenza, o realmente ha detto quello che pensava con buona pace di Falcone e Borsellino e di tutti quelli che con il loro sacrificio hanno dato un reale contributo alla lotta contro la mafia. Lunardi chiarisca il suo pensiero, una volta per tutte».
Molti hanno lanciato l’allarme sulla caduta di tensione nella lotta alla mafia…
«E’ un errore usare questo termine. Se ci sono delle leggi da votare, che “volenti o nolenti", oggettivamente per la commissione antimafìa, offrono delle aperture piuttosto vaste alle possibilità di intervento mafioso, questo è assai più che una caduta di tensione, è uno sfascio. Ha ragione Violante, non possono commemorare Falcone e Borsellino e tutte le decine di persone coraggiose che si sono ribellate alla mafia e per questo sono morte, politici che lavorano a disegni di legge che oggettivamente possono favorire l'intervento mafioso. E in modo legale: questo è grave e preoccupante!»
Salvo Fallica
 
 

Radio Capital, 22.5.2002
Intervista ad Andrea Camilleri

E' stato chiesto a Camilleri se avesse un ricordo preciso di quando e come aveva saputo della strage di Capaci. E lui ha raccontato (più o meno testualmente) che stava tornando in treno a Roma dalla Fiera del Libro di Torino. A Livorno salì un signore molto distinto che era letteralmente fuori di sè, parlava da solo e sbatteva la valigetta contro il corridoio; continuava a ripetere "in che mondo viviamo...", poi si mise seduto con la testa fra le mani. Lui non ha osato chiedergli niente; arrivato a Roma ha appreso la notizia.
[a cura di Maddalena]
 
 

Gazzetta del Sud, 22.5.2002
Camilleri: «Capitò tutto quello che poteva capitare»
La “vera storia” narrata in prima persona da Enrico Falconcini. "Cinque mesi di prefettura in Sicilia"

Cinque mesi durante i quali, come scrive Camilleri, «capitò tutto quello che poteva capitare». Dall'evasione «indisturbata» di 127 detenuti, alle dimissioni di 43 impiegati statali per solidarietà a Garibaldi e, non ultimo, l'arrivo ad Agrigento dello stivale dell'eroe dei due mondi ferito ad Aspromonte e venerato alla pari di una reliquia. Sullo sfondo una Sicilia ancora nostalgica di Garibaldi e delle camicie rosse – nonostante dallo sbarco dei Mille sia già passato un anno e in Italia dappertutto è Unità – e mentre i confusi disordini, prodotto del miscuglio di rivendicazioni politiche, mafia nascente e residui borbonici, convincevano senza drammi il governo della Destra storica a proclamare in Sicilia lo stato d'assedio. «Cinque mesi di prefettura in Sicilia» di Enrico Falconcini (Sellerio, pp. 368, euro 15,00) è la storia, narrata in prima persona e comprovata da documenti dell'epoca, di un prefetto, appunto Falconcini, che dopo aver lavorato tra la Toscana e il Piemonte viene mandato ad Agrigento. Un incarico di breve durata perché lo sfortunato prefetto dopo appena cinque mesi e tanti incredibili tragicomici avvenimenti ricevette una lettera esasperata dal ministero che mise bruscamente fine al suo incarico in Sicilia e, cosa ancora più grave, a tutta la sua carriera. Il racconto, dunque, è fortemente influenzato dalla vicenda personale del narratore esautorato dei suoi poteri, forse per una severità nell'applicazione del decreto, e il parlar di sé diventa una testimonianza inestimabile oltre che dei fatti anche di una neonata classe dirigente italiana e dell'atteggiamento dello stato unitario, straniero in Sicilia. La prima cosa che si chiede nel leggere «il racconto di fatti avvenuti durante lo stato d'assedio» è quali fatti non fossero avvenuti in Sicilia in quel periodo e così la cronaca di Falconcini diventa quasi una picaresca e lamentosa cronaca di Macondo. «Questo libro – scrive Camilleri – ha un suo rilevante valore storico per capire le condizioni della Sicilia nel periodo immediatamente successivo all'Unità. Credo però che abbia valore anche e soprattutto come patetica e involontariamente umoristica testimonianza della vana lotta di uno sventurato contro un destino avverso o, più prosaicamente se volete, contro una jella di rara implacabilità».
Sergio Bertalli
 
 

Giornale di Sicilia, 22.5.2002
Piazzetta Regina, i lavori anticipati
Occhio su Pachino e dintorni Il Comune ha accelerato l'iter per l'avvio delle opere di pavimentazione nella piazza di Marzamemi. Verranno evitati problemi ai commercianti

MARZAMEMI. Potrebbero iniziare a breve, si prevede entro qualche giorno, i lavori di ripavimentazione della piazzetta Regina Margherita a Marzamemi.
[...]
Pochi mesi fa la piazza di Marzamemi è stata scelta per girare alcune delle scene della serie televisiva Rai sul commissario Montalbano, il personaggio nato dalla penna di Andrea Camilleri.
[...]
Giovanna Crimi
 
 

Il Giorno, 22.5.2002
Una sera a cena con Camilleri

MILANO — Metti una sera a cena con Andrea Camilleri. O meglio con le ricette prese in prestito dai suoi libri dedicati al commissario Montalbano. L'appuntamento per gustare il mondo dello scrittore siciliano è oggi alle 21 al ristorante «Ferdi» di via Bramante 7. L'idea della cena con menù letterario è di Rosita Dorigo, esperta di buona cucina e vini, originaria di Venezia ma ormai trapiantata sotto la Madonnina da diversi anni. «Questa è la prima di cinque serate che abbiamo voluto chiamare "Sapori d'autore" - dice la giovane «maitre a manger» - nei prossimi mesi ci sarà il secondo appuntamento con Ernest Hemingway. La terza occasione conviviale sarà invece incentrata su Isabelle Allende. Questa - conclude - vuol'essere una gustosa inziativa per avvicinare l'arte della cucina a quella dello scrivere». E molto presto infatti l'angolo bar del «Ferdi» diventerà sala di lettura. Per la cena si prenota allo 02-347137.
Marco Cogliati
 
 

Il Piccolo, 21.5.2002
I racconti di Camilleri, ricette collaudate
Mondadori pubblica «La paura di Montalbano», una nuova raccolta di avventure

È tornato il commissario Montalbano, con il suo carico di umanità, pietas e «umore nivuro». Fedele all’alternanza che offre all’editore Sellerio i romanzi e alla Mondadori i racconti, Andrea Camilleri pubblica con la casa di Segrate una nuova raccolta di storie brevi centrate sul suo celeberrimo poliziotto.
E puntualmente si rinnova il miracolo di una macchina narrativa che, pur nella ripetitività degli schemi e dei linguaggi, non stanca mai. Dopo l’ultimo romanzo storico, «Il re di Girgenti» (Sellerio, pagg. 448, euro 11,37), il lavoro più ambizioso di Camilleri e forse il meno convincente, lo scrittore di Porto Empedocle torna nelle librerie con oltre trecento pagine che ospitano tre racconti lunghi e due brevi, i primi inediti i secondi già pubblicati su giornali e riviste. Tutti dedicati a «La paura di Montalbano» (Mondadori, pagg. 321, euro 15,80), ovvero virati a sottolineare il pregio principale di un personaggio di carta, la caratteristica prima che deve avere: la capacità di crescere, cambiare, mutare nel corso delle narrazioni. Paure comprese.
Perciò è un piacere che si rinnova incontrare ancora una volta il commissario Montalbano, sempre uguale a se stesso e sempre così diverso, con tutto il contorno di personaggi accessori (Catarella, ad esempio, carattere che sta acquistando una fisionomia sempre più accentuata, senz’altro destinato a diventare maschera). La struttura segue naturalmente le regole del poliziesco: un barbone con un passato misterioso, una donna che da vittima apparente si tramuta in spietata carnefice, un incontro occasionale con un vecchio compagno che apre uno squarcio pietoso sui destini delle persone.
E poi morti annunciate per lettera, un salvataggio che fa più paura di una morte, un evento inquietante di cinquant’anni prima. Il gioco delle trame è molteplice, la ricetta è nota, e non c’è molto altro da aggiungere: in questi racconti - scritti nell’usuale lingua inventata, ormai entrata a corredo del lessico corrente - Camilleri si conferma grande narratore, inesauribile nel rinnovarsi all’interno di un immaginario mondo codificato, con poche e misurate fughe in avanti che risolvono il problema primo di ogni narrazione seriale (e di ogni narrazione in genere): evitare la noia.
Pietro Spirito
 
 

Il Piccolo, 21.5.2002
LETTERATURA «Tutti i colori del giallo» di Luca Crovi: mafia, trame occulte e altre vicende di casa nostra
I misteri d’Italia: storie da romanzo
Carlotto racconta il G8, Valpreda e Colaprico la strage di piazza Fontana

La verità sui fatti del G8 ve la rivelerà l’Alligatore. No, non il nemico irriducibile di Capitan Uncino, ma il singolare investigatore creato da Massimo Carlotto. Nel «Maestro dei nodi», nuovo romanzo dello scrittore veneto in uscita a settembre, verranno a galla storie mai raccontate, episodi nascosti, testimonianze imbarazzanti. In un mix esplosivo di realtà e fantasia.
Sì, perchè da tempo, ormai, gli scrittori di gialli sono quelli che mettono il dito nella piaga dei misteri d’Italia. Parlano di mafia, come Andrea Camilleri e Domenico Cacopardo. Riportano alla ribalta la strage di piazza Fontana, nel romanzo «La primavera dei mai morti» di Piero Colaprico e Pietro Valpreda. Raccontano l’incarognirsi delle nostre città, del nostro vivere.
Snobbati da tanti critici, sottovalutati da troppi lettori, i giallisti di casa nostra hanno, adesso, l’onore di vedersi riuniti in una storia della letteratura poliziesca made in Italy che Luca Crovi ha scritto per Marsilio: «Tutti i colori del giallo» (pagg. 365, euro 17).
«Gli anni Settanta della Storia d’Italia sembrano un serbatoio inesauribile di misteri - dice Luca Crovi - pronto per essere scandagliato dagli scrittori di gialli. Basta leggere i libri di Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Piero Colaprico e Pietro Valpreda».
Solo gli anni Settanta?
«No, quello è un filone. L’altro, invece, guarda da distanza ravvicinata il nostro tempo. I romanzi gialli e noir, adesso, sono quelli che meglio sanno raccontare le trasformazioni della nostra società. E lo fanno in maniera lucida, senza tranciare giudizi».
Per esempio?
«Massimo Carlotto da tempo sta costruendo un’immagine dello sfascio dell’osannato Nordest. Ed è terrificante proprio perchè corrisponde alla realtà. Andrea Camilleri parla di mafia con una competenza che forse nessuno ha più»
Sono sassi gettati nello stagno?
«È un modo per costringere il lettore a porsi delle domande. Colaprico e Valpreda nel loro nuovo romanzo, ”La primavera dei mai morti”, non a caso raccontano la rivolta nel carcere di San Vittore del 1969 e la strage di piazza Fontana».
Vendono molto?
«Vendono bene. E fanno scoppiare d’invidia i loro colleghi. Ma io dico: se tanti narratori, invece di stare lì a guardarsi l’ombelico, si fossero sintonizzati con la realtà, forse la crisi del libro non sarebbe così profonda».
Ma il giallo italiano non era snobbato da tutti?
«La critica letteraria ha sempre trattato il giallo italiano come una sorta di Cenerentola della letteratura. Un genere da lasciare in cucina, mentre nel salotto buono si mettono in mostra i gioielli. In realtà, bravi scrittori capaci di inventare intrighi, misteri, li abbiamo sempre avuti».
A partire da chi?
«Per esempio, da Carolina Invernizio ed Emilio De Marchi. Sul finire dell’Ottocento, i loro romanzi ”noir” vendevano già benissimo».
Quali?
«”Il cappello del prete” di De Marchi in sei anni riuscì a bruciare sette edizioni. Uscì in contemporanea a Napoli e a Milano vendendo subito tutte le copie della prima tiratura»
Inventando la pubblicità libraria?
«Quello fu il primo romanzo italiano ad avere un notevole lancio pubblicitario. Inventarono dei cartelloni, disseminati per la città, con un gigantesco cappello da prete sopra».
Un po’ criptico, no?
«Sì, ma prevedeva che, dopo una settimana, arrivassero altri cartelloni con la scritta: ”Il cappello del prete, grande feuilleton di Emilio De Marchi”. Non basta, vennero ingaggiati anche dei ragazzi-sandwich che giravano per Napoli con la stessa pubblicità».
Libri popolari?
«Popolari, perchè volevano coinvolgere il maggior numero di lettori possibile. Però, Emilio De Marchi, Carolina Invernizio, Matilde Serao, scrivevano storie poliziesche, con atmosfere noir, misteriose, stilisticamente di alto livello».
Letteratura, quindi?
«Senza dubbio. Una tradizione che, poi, è stata riscoperta dopo gli anni Venti del Novecento. Quando sono nati i mitici Gialli Mondadori. All’inizio, il fascismo ha aiutato questo settore, perchè il 15 per cento degli autori della collana doveva essere italiano».
Poi, però...
«I romanzi polizieschi, infarciti di omicidi, di indagini e colpi di scena, sono diventati indigesti per il regime. E allora, molti autori italiani si sono rifugiati nel filone ”rosa”. Ezio D’Errico e Giorgio Scerbanenco, tanto per fare due nomi, hanno trovato rifugio nei Romanzi della Palma. Narratori ”noir” travestiti da piccoli Liala».
Il black-out è proseguito ben dopo la caduta del fascismo...
«Nel secondo dopoguerra, la narrativa s’è concentrata soprattutto sulla realtà italiana. Raccontando la Resistenza, la lotta la fascismo e la nazismo, la ricostruzione, i mutamenti della società. E, ovviamente, il dramma dei lager».
Gli scrittori di gialli sono scomparsi?
«No, qualcuno tentava di sopravvivere. Ma era durissima, perchè gli editori cercavano soprattutto dei buoni imitatori dei classici inglesi e americani. E Alberto Tedeschi s’imbarcava in crociate perdute quando giurava sulla bravura, per esempio, di Franco Enna».
Poi è arrivato un certo Giorgio Scerbanenco...
«Che con il ciclo dedicato a Duca Lamberti è riuscito a tracciare la strada maestra per il giallo italiano. Cioè, quella che ha iniziato a confrontarsi con la realtà del nostro Paese. Con i problemi sociali, politici, territoriali. Uno come Loriano Macchiavelli ha saputo raccontare le trasformazioni della sua Bologna e dell’Emilia in maniera straordinaria».
E non solo quello...
«No, perchè in coppia con Francesco Guccini ha costruito tre deliziosi romanzi storici, che ruotano attorno al maresciallo Santovito, posti tra il presente e il passato».
Alessandro Mezzena Lona
 
 

Messaggero Veneto, 21.5.2002
Da De Marchi a Scerbanenco a Camilleri: un’ampia ricognizione firmata da Luca Crovi
Una mappa del giallo italiano
Tutto su un genere che coniuga ormai successo di pubblico e consenso di critica

Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli, protagonisti di un raro evento letterario in un mercato anomalo come quello italiano (secondo le statistiche, una persona su tre legge soltanto un libro l'anno), rappresentano soltanto la punta di un iceberg di un fenomeno che negli ultimi anni sta riscontrando un sempre maggiore interesse da parte dei lettori. Così com'era accaduto in passato con autori illustri (si pensi a Sciascia o a Gadda, soltanto per fare alcuni esempi), in tutte le sue sfumature dal rosa al noir, il giallo si sta infatti rivelando come un utile strumento per raccontare l'Italia dei nostri giorni. Una stagione felice per il giallo italiano che non conosceva tale notorietà dalla fine degli anni Sessanta, da quando cioè Giorgio Scerbanenco traghettò romanzi e racconti ritenuti fino ad allora di serie B, dandogli dignità e fama.
E in questi ultimi anni sono stati tanti gli scrittori a centrare il successo, riuscendo contemporaneamente a coniugare (così come fece Scerbanenco) il successo di pubblico e di critica.
Facciamo qualche nome? A Milano si è imposta la Scuola dei duri capitanata da Andrea G. Pinketts, che ha affiancato il suo investigatore privato Lazzaro Santandrea al meneghino commissario Ambrosio di Renato Olivieri. Ma a indagare i crimini metropolitani ci sono anche il vecchio maresciallo dei carabinieri Pietro Binda creato dall'inedita coppia Piero Colaprico-Pietro Valpreda, il “gorilla” di Sandrone Dazieri e il cacciatore di libri di Andrea Carlo Coppi (altro fondatore, assieme a Carlo Oliva e Dazieri, della Scuola dei duri).
Un po' più in giù, tra la via Emilia e il Far West, accanto a Carlo Lucarelli, si muovono da anni bravissimi autori come Loriano Machiavelli, Eraldo Baldini (creatore di affascinanti storie gotiche rurali ambientate sull'Appennino), Giampieri Rigosi, Marcello Fois... senza dimenticare il recente felice esordio di Luigi Guicciardi, modenese, padre del commissario Cataldo. E come risposta alla milanese Scuola dei duri, anche in Emilia sono nate iniziative per vivacizzare il genere giallo: è il caso del Gruppo dei tredici di Lucarelli (una sorta di scuola del giallo) e dell'ormai collaudata coppia di autori Loriano Macchiavelli-Francesco Guccini, giunti ormai alla quarta avventura del maresciallo Sanvito.
E così via, da Torino dove indagano il commissario Lupo di Piero Soria e l'investigatore privato Bruno Giordani di Bruno Ventavoli, alla Napoli raccontata da Giuseppe Ferrandino e alla Palermo che fa invece da sfondo alle vicende scritte da Santo Piazzese. Ma in Sicilia si muove anche un autore anti-Camilleri, e cioè Domenico Cacopardo, già autore di tre romanzi. Senza dimenticare il Nord-Est di Massimo Carlotto, autore di noir ambientati in una città, Padova, «melmosa e malsana, dove la corruzione è diventata legge» e la città di mare in cui si muovono i serial killers di Luca Di Fulvio.
A raccontare le mille città e i mille personaggi italiani è Luca Crovi, classe 1968, critico rock, conduttore radiofonico, redattore alla Sergio Bonelli Editore. In Tutti i colori del giallo. Il giallo italiano da De Marchi a Scerbanenco a Camilleri (edito da Marsilio), Crovi ci accompagna nel thriller made in Italy, partendo da Augusto De Angelis e da Alessandro Varardo per arrivare ai giorni nostri. Un lavoro decisamente ricco, documentato e completo, che non sfigura affatto accanto alla Bibbia di Loris Rambelli, la Storia del giallo italiano, prima esauriente guida critica e bibliografica alla letteratura gialla, pubblicata da Garzanti più di 20 anni fa. Riprendendone l'analisi, il manuale di Luca Crovi l'aggiorna, arricchendola di strade parallele a quella letteraria: nel saggio vengono infatti analizzate le opere gialle nel campo del fumetto, della televisione e del cinema. Ma non mancano anche interessanti approfondimenti tematici: è il caso della storia delle copertine dei libri gialli o delle curiosità legate attorno alla figura di uno degli investigatori più famosi, e cioè Scherlock Holmes, e delle sue escursioni in Italia: avventure apocrife, come quelle raccontate da Natalino ma non per questo meno credibili e godibili.
Oscar D’Agostino
 
 

Il Nuovo, 20.5.2002
"Non bisogna convivere con la mafia"
Un convegno in ricordo di Giovanni Falcone. Lo organizza la Sinistra giovanile. Con Tano Grasso e Andrea Camilleri. "Per non dimenticare l'esempio di chi ha combattuto un male che non è finito per niente".

ROMA - "Era un uomo meraviglioso. E per noi è un esempio da seguire. Sarà perché veniamo dal meridione, sarà perché siamo attenti alle cose che ormai quasi non si leggono più sui giornali. Sarà per questo e per qualcos'altro. A partire forse dal fatto che ricorre la morte di Giovanni Falcone e non può essere il motivo solo di una cerimonia in ricordo, ma anche di un incontro per riflettere sui temi della giustizia e della lotta alla mafia". Giorgio Fano, segretario romano della Sinistra giovanile, usa parole forti per presentare il convegno "A dieci anni dalle stragi... Le loro idee camminano sulle nostre gambe", che si svolgerà mercoledì 22, nell'aula Calasso, della facoltà di Giurisprudenza alla Sapienza.
E' annunciata la presenza di Tano Grasso, presidente del Fondo antiusura e compagno del giudice siciliano, nella lotta al malaffare, e di Andrea Camilleri, romanziere di fama internazionale e voce sempre presente quando il tema si concentra sulla sua terra natale. E nessuno nasconde che della tavola rotonda sarà anche pollice verso per l'atteggiamento del Governo rispetto all'argomento. "Non si può dimenticare quel che disse il ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi e cioè che bisogna convivere con la mafia - dice con forza un altro degli organizzatori dell'iniziativa - Non esiste e non può esistere. Specie perché qualcuno ha dato la propria vita per far rispettare lo Stato, le sue istituzioni fondamentali".
"Non bisogna abbassare la guardia" è allora lo slogan di sempre. "Sui giornali si legge sempre meno la mafia - spiega Fano - Ma questo non vuol dire che non esista. E' la sua tecnica. Una volta con le bombe e molte con il silenzio. Con il potere di influenzare la politica, che dovrebbe essere partecipazione e non esclusione in favore dei più ricchi". E non è uno scherzo del destino, o una volontaria scelta degli organizzatori, che dopodomani ad aprire l'incontro sia una ragazza che studia legge e che quasi tutti conoscevano solo per il suo nome, Lorenza. E non per il suo cognome che è Falcone. Leggerà una frase di Giovanni Falcone, che in questi giorni viene molte volte ripetuta e che sembra lontana. Troppo: "A questo Paese vorrei dire: Gli uomini passano, le loro idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe degli altri uomini".
Simone Navarra
 
 

Corriere della sera, 19.5.2002
Ma i «cortometraggi» vanno stretti a Salvo Montalbano
Il nuovo Camilleri

Ci è già capitato di osservare, in altra occasione, come il genere racconto vada stretto ad Andrea Camilleri, scrittore da romanzi. Questa nuova raccolta offre la possibilità di confrontare nello stesso volume tre «cortometraggi» imperniati sul commissario Salvo Montalbano con tre indagini dello stesso poliziotto di più ampio respiro, quasi dei romanzi brevi. La letteratura non si misura a metri, ma proprio perché apprezziamo la bravura di Camilleri nell’evocare il «genius loci», atmosfere, caratteri e ambiguità della sua terra, elevando la sicilianità a metafora della commedia umana, resta una punta di delusione quando la narrazione appare contratta e l’affresco si riduce a bozzetto.
La vena di Camilleri ha bisogno di distendersi: lo scrittore introduce poco a poco, con dosati e sapienti colpi di pennello, nel teatro dell’intrigo dove l’ambiente (dalle maschere di paese ai tic degli agenti) è intrinseco alla trama, all’enigma e alla soluzione; il racconto breve, invece, per essere efficace ha bisogno di quello scarto secco proprio di altre vocazioni. Per esempio La paura di Montalbano, il raccontino che dà il titolo alla raccolta, adombra lo smarrimento del commissario (e dell’autore?) di fronte agli «abissi della psiche»; ed è un’occasione persa perché l’ostica relazione fra il pragmatico Salvo e Freud avrebbe prodotto ben altri effetti se sviluppata fra le passioni sanguigne di Vigata invece di essere compressa nell’aria rarefatta di una gita alpina. Basta voltar pagina, però, e ritroviamo Montalbano al suo meglio: il quasi-romanzo Ferito a morte è il più classico dei polizieschi, dove attorno al delitto ruotano figure delineate ma sfuggenti, come la diciassettenne Grazia dalle movenze feline e lo sguardo selvatico, dettagli che si confondono finché la logica (o l’intuizione) dell’investigatore non pesca il filo d’Arianna per risalire il labirinto.
Il miglior Camilleri, inoltre, è quello dell’ultimo quasi-romanzo, Meglio lo scuro: qui l’enigma appare come uno spettro affiorato dal passato remoto, resuscitando un universo di offese e rancori, rabbie e tradimenti racchiusi nella memoria di due donne giunte all’estremo capolinea della vita. Con il consueto ingegno il poliziotto si fa luce persino tra le ombre, ma qui l’autore mette di fronte Salvo, i lettori e se stesso alla vecchiaia, sul crinale dove si offusca la memoria della vita per cedere il passo alla morte: un territorio esistenziale dove Camilleri deve intimare l’alt al ficcanaso Salvo Montalbano in pagine di rara intensità. Così, i tre «cortometraggi» dall’esile trama appaiono un’aggiunta inutile nell’economia del libro (tanto più che due sono già stati pubblicati altrove).
Cesare Medail
 
 

Die Welt, 19.5.2002

Das Gesetz der Serie
In diesen Wochen erscheint eine Flut von Bestseller-Fortsetzungen. Doch wie viel Neues steckt im Alten? Eine Bestandsaufnahme

Nur der Titel klingt poetisch: "Die Nacht des einsamen Träumers" (edition lübbe, 19 Euro). Doch der sechste Fall von Commissario Montalbano ist äußerst brutal. Brunettis sizilianischer Kollege, der Ermittler mit der sozialen Ader und der Schwäche für die gute Küche, ist diesmal dem Mörder einer Prostituierten auf der Spur. Und natürlich hat die Mafia ihre Hände im Spiel. Kein Wunder, dass Montalbano nicht nur wegen der sizilianischen Hitze ins Schwitzen gerät. Krimi-Altmeister Andrea Camilleri, 1925 in Porto Empedocle an der Südküste der Insel geboren und ein Verwandter von Luigi Pirandello, seziert die sizilianische Mentalität ebenso differenziert wie seine Mordfälle. Auch der sechste Montalbano-Krimi ist ein Volltreffer.
sk
 
 

Giornale di Sicilia, 18.5.2002
Recensione di "Cinque mesi di prefettura in Sicilia" (Sellerio) di Enrico Falconcini, con prefazione di Andrea Camilleri.
 
 

La Nuova Sardegna, 18.5.2002
Andrea Camilleri a Nuoro per il Premio Deledda
Il 1º giugno la proclamazione dei vincitori

I destini di due grandi scrittori isolani - Andrea Camilleri e Grazia Deledda - sia pure così diversi tra loro, uno vivente l'altro no, siciliano il primo sarda la seconda, si incontrano a Nuoro il 1º giugno prossimo. L'occasione è data dalla cerimonia di premiazione del concorso letterario Grazia Deledda, ripescato e rivitalizzato dall'assessore alla Cultura della Provincia di Nuoro Tonino Rocca dopo trent'anni di oblio. Istituito nei primi anni Cinquanta, e sospeso quasi senza motivo nel 1972, il premio intitolato alla scrittrice nuorese premio Nobel è tornato quest'anno con una giuria che vanta, appunto, tra i suoi componenti, un autore prestigioso come Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano, presidente della giuria di una della quattro sezioni del premio, quella riservata alla Narrativa nazionale, sarà a Nuoro nella mattinata di sabato 1º giugno per la cerimonia di proclamazione dei vincitori. Nel pomeriggio, dopo una visita alla casa natale del Nobel, incontrerà i suoi tanti lettori nuoresi alla biblioteca Satta, dove Giuseppe Marci parlerà del suo penultimo libro, «Il re di Girgenti». Mentre poco o nulla si sa sul nome dei vincitori, è noto il programma della due giorni organizzata per celebrare la rinascita del premio. Dopo i saluti dei rappresentanti istituzionali che hanno contribuito all'evento, la parola passerà ai presidenti delle quattro sezioni. Che sono, oltre al citato Camilleri, l'economista Paolo Savona (saggistica), lo storico Attilio Mastino (narrativa giovani) e l'accademico dei Lincei Giovanni Lilliu (narrativa in lingua sarda). Durante la cerimonia, presentata ieri da Rocca insieme, tra gli altri, agli assessori alla cultura del Comune di Nuoro e della Regione, Roberto Deriu e Beniamino Scarpa, parlerà il nipote della scrittrice, Alessandro Madesani; canterà poi il musicista Andrea Parodi, mentre gli attori Mario Faticoni e Gianni Cossu leggeranno brani tratti dalle opere vincitrici. Madrina della manifestazione sarà l'ex miss Italia Alessandra Meloni. Il giorno successivo, il 2 giugno, appuntamento in un altro luogo importante del Parco Letterario Deleddiano, Galtellì, dove è prevista l'esibizione di gruppi folk e la rappresentazione teatrale del romanzo «Canne al vento» di Giovanni Carroni. L'organizzazione è del Comitato Nuoro 2000.
 

Tra due settimane la grande festa per i vincitori del premio Grazia Deledda

NUORO. Ora è ufficiale: la proclamazione dei vincitori delle quattro sezioni del Premio nazionale di narrativa Grazia Deledda è stata fissata per sabato 1º giugno, nell'auditorium dell'Istituto superiore regionale etnografico. Lo ha annunciato ieri mattina, nel corso di una conferenza stampa nei locali del museo deledddiano, il comitato organizzatore, e per esso l'assessore provinciale alla cultura Tonino Rocca, presente l'assessore regionale Beniamino Scarpa.
L'appuntamento è per le 9,30 di sabato primo giugno. I lavori si apriranno con i saluti del sindaco Mario Zidda, dei presidenti della Provincia Francesco Licheri, della Camera di commercio Romolo Pisano, della Comunità montana del Nuorese Peppino Mureddu e delle Baronie Salvatore Succu, nonchè dello stesso assessore regionale Beniamino Scarpa.
Seguiranno l'introduzione di Tonino Rocca e gli interventi dei presidenti delle commissioni giudicatrici: Andrea Camilleri per la narrativa nazionale; Paolo Savona per la saggistica; Attilio Mastino per la narrativa giovani; Giovanni Lilliu per la narrativa in lingua sarda.
Dopo la proclamazione dei vincitori di ciascuna sezione, porterà la sua testimonianze il nipote della scrittrice Alessandro Madesani. Poi Andrea Parodi interpreterà un passo «Dedicato a Efis», ispirato a Canne al vento. È poi in programma la proiezione del cortometraggio «L'isola di Grazia Deledda», con la collaborazione della cineteca sarda-società Umanitaria. Gli attori Mario Faticoni e Gianni Cossu, invece, leggeranno alcuni brani tratti dalle opere vincitrici. Il tutto presentato dall'ex miss Italia Alessandra Meloni.
Nel corso della stessa serata si esibiranno i cori de Sos Canarjos e degli Amici del folclore.
Nel pomeriggio, alle 16,30, sarà effettuata la visita alla casa natale del Premio Nobel. Mentre alle 17,30, nell'auditorium della Biblioteca Satta, sarà presentato il libro di Andrea Camilleri "Il Re di Girgenti". L'autore sarà presente al dibattito. È previsto l'intervento di Giuseppe Marci, dell'Università di Cagliari. A coordinare i lavori sarà il giornalista Stefano Salis.
Per domenica 2 giugno è in programma a Galtellì, alle ore 10, l'incontro, nell'antica cattedrale di San Pietro, col consiglio comunale. Successivamente si renderà visita al Parco letterario nazionale deleddiano, con l'attore Giovanni Carroni e il gruppo di animazione teatrale della Pro Loco di Galtellì. Seguirà l'esibizione del gruppo folk locale "Tradizioni popolari" e dei cori Voches'e ammenthos e Sos Cantores. La giornata si concluderà con la visita al monumento del Cristo (realizzato dallo scultore spagnolo Pedro Angel Manrique) sul monte Tuttavista.
a.b.
 
 

Alice, 17.5.2002
Il libro della settimana
Andrea Camilleri - La paura di Montalbano

Come si misura la notorietà di uno scrittore? Se una persona, seduta casualmente accanto a te su di un mezzo pubblico, sbirciando la pagina di un libro che stai leggendo, non solo riconosce immediatamente l'autore, ma anche che le poche frasi lette appartengono a un'opera nuova, allora di certo quello scrittore è famoso. È quello che è capitato a chi scrive nei giorni scorsi ed è stato un chiaro segnale che Camilleri rappresenta uno dei rari esempi di popolarità unita a qualità, di autore che potremmo definire, con dizione ormai desueta, "nazionalpopolare" pur essendo profondamente radicato, per tematiche e linguaggio, nella propria regione. Se le aspettative dei lettori sono alte e, non appena terminata la lettura di un suo libro, si pongono immediatamente in attesa di un successivo, questa ultima raccolta di racconti non li deluderà di certo. Piuttosto li entusiasmerà per quella prodigiosa vena di narratore che Camilleri continua ad avere, per la maggiore chiarezza del linguaggio rispetto all'ultima prova, per un'evoluzione del protagonista che, pur nella sua peculiarità, rivela aspetti nuovi della sua personalità, infine per una più evidente vena civile che senza cadere nel didascalico o nel predicatorio, induce alla riflessione.
Montalbano ha ormai, per molti lettori, il viso di Zingaretti, ma la cosa non disturba affatto, anzi rende ancora più vivo un personaggio che già dalla pagina scritta, emerge con forza teatrale e che, in quest'ultimo libro, mostra in modo aperto i limiti di carattere (l'irritabilità e l'abitudine di scaricare su chi lo circonda il nervosismo), ma anche l'umanità profonda, lo spirito di solidarietà per le vittime o per chi (come il maresciallo Verruso) confida nella riservatezza e nella collaborazione generosa di un "quasi" avversario.
Fa parte del personaggio anche il farsi turbare da qualche presenza femminile, ma non è solo la bellezza di una donna che fa vibrare il commissario, è la sua pulizia interiore, il coraggio, la dignità e, in questo, esce da ogni stereotipo, anche perché c'è sempre una specie di pudore nel riconoscere l'effetto che una donna provoca in lui e qualche senso di colpa nei confronti della lontana fidanzata Livia, così ben accennato dallo scrittore nella telefonata dolcissima che fa fare a Montalbano, toccato dal fascino discreto di Caterina.
La conoscenza che Camilleri ha del suo personaggio gli consente quella naturalezza amicale nel trattarlo che è possibile ritrovare solo in Simenon, così come allo scrittore belga fa pensare l'antieroismo, il rifiuto per la retorica e la capacità di fondere il quotidiano malessere con l'azione straordinaria.
Le indagini, pur non togliendo nulla alla tensione narrativa e alla giusta suspence, rivelano aspetti sociologici e devianza diffusa, penetrazione della mafia nella realtà politica ed economica siciliana e invitano, implicitamente, i lettori a non dimenticare mai la pericolosità e la tentacolare arroganza di questa piaga italiana. Non manca però la pietà: pietà per la povertà, per l'ignoranza, per la fragilità umana, per i pensieri delittuosi che anche le persone per bene, talvolta, possono avere, pietà per le vittime di un sistema ingiusto che emargina i diversi o, peggio ancora, li usa come strumenti inconsapevoli. Così anche Catarella, l'ingenuo e devoto poliziotto, in alcuni racconti, è meno macchietta ed è più uomo: forse esprime un'umanità meno intelligente e colta, ma la sua affidabilità e la sua generosità mostrano come queste doti, oggi troppo rare, siano da rivalutare e come Camilleri, dall'alto della sua esperienza umana oltre che intellettuale, inizi a provare insofferenza per una cultura fine a se stessa e per un mondo che premia solo i più furbi.
Grazia Casagrande
 
 

La Sicilia, 17.5.2002
«Le favole del tramonto»

Il Centro servizi culturali e l'associazione Teatro aperto presentano «Le favole del tramonto» di Andrea Camilleri, recital per voce recitante, pianoforte e orchestra, con Paolo Schininà, Giacomo Schembari e Saro Riso. La manifestazione si terrà in via Armando Diaz 56, a Ragusa, sabato 18 maggio, con inizio alle 19.
g.l.
 
 

Il Nuovo, 17.5.2002
Italiani e libri: è di Connery il Nome della rosa
Secondo un'indagine condotta su 1024 persone da .com, gli italiani compiono strafalcioni epocali.

TORINO - L'autore del Nome della Rosa è senza alcun dubbio Sean Connery; mentre Decamerone è la definizione data dagli agenti immobiliari ad un appartamento di dieci stanze. Per finire, l'amico discolo di Pinocchio non è Lucignolo, ma Pierino e  I Malavoglia sono un gruppo di studenti di cui Verga narra le disavventure alla vigilia della Prima Guerra Mondiale.
[...]
Va meglio con Montalbano, il protagonista dei libri di Andrea Camilleri, anche se molti intervistati invece di ricollegarlo al libro affermano che è un poliziotto di un serial Tv (34 per cento).
[...]
 
 

Il Gazzettino, 17.5.2002
ACIF

Padova. Alle 16.30, sede dell'associazione culturale italo francese in via Barbarigo 32, Beatrice Morellato terrà una conferenza su "La traduction de Camilleri en France": infotel. 049/8712671.
 
 

Messaggero Veneto, 17.5.2002
Arriva la polizia a scuola e annuncia: «Laura Devecchi ha vinto il concorso»
Farra. Il suo racconto è tra i migliori d’Italia. Una pergamena con la dedica di Camilleri

Lo sapevano in pochi - i genitori e la preside della sua scuola - ma a regalarle una bella festa sono stati in tantissimi. Come non essere fieri di Laura Devecchi, alunna della classe IV della scuola elementare Pitteri di Farra d’Isonzo? E non soltanto perché in pagella ha “ottimo” in tutte le materie.
E’ lei, infatti, una delle vincitrici del concorso di narrativa nazionale intitolato “...quando a un tratto arrivò la Polizia...”, indetto dal Ministero dell’Interno e riservato a giovani scrittori in erba, d’età compresa tra i 9 e i 18 anni.
[...]
E’ il suo momento di gloria: il commissario le comunica che il suo racconto è stato selezionato e giudicato uno dei migliori, tra gli oltre tre mila elaborati presentati da tutta Italia. Per lei, uno zainetto, un cappellino, un bouquet di fiori e, soprattutto, la pergamena con la dedica dello scrittore Andrea Camilleri, componente della commissione formata anche da agenti di polizia, attori, giornalisti e psicologi che ha giudicato i racconti.
Ma Laura, del papà del commissario di Montalbano, confessa di non avere letto ancora niente: «Non mi piace la lettura, a parte i fumetti di Topolino - ci racconta, mentre gli amici la baciano e l’abbracciano e un sedicente “fidanzato” le chiede un autografo -. A scuola preferisco la matematica e da grande vorrei aprire un ristorante assieme a Valentina, la mia compagna di banco».
[...]
Luana de Francisco
 
 

Sette (supplemento del Corriere della sera), 16.5.2002
Inchiesta - L'Italia del cortigiano
Intervista di Claudio Sabelli Fioretti a Valerio Riva

[...]
Sabelli Fioretti - Chi è lo scrittore italiano più sopravvalutato?
Riva - Camilleri. Scrive racconti dal linguaggio piatto, semplici sceneggiature per la Rai. E' uno scrittore di plastica, inventato. Come Baricco. Dietro di lui c'è il vuoto.
[...]
 
 

La Repubblica (ed. di Palermo), 15.5.2002
Montalbano scopre gli abissi della psiche
In vendita da ieri i nuovi racconti di Camilleri. E tra breve due cd

Ve lo immaginate Salvo Montalbano, il commissario più amato d'Italia, alle prese con gli abissi della psiche, i suoi «intricati labirinti», «i dedali oscuri», «gli inestricabili grovigli», «le sotterranee caverne»?
È proprio quello che accade nel quinto racconto che dà il titolo alla nuova raccolta di Andrea Camilleri, La paura di Montalbano (Mondadori, 15,80 euro, da ieri in libreria), in cui l'eroe di Vigata viene accusato di trascurare le ragioni profonde che spingono a commettere una colpa. Ma il commissario sa bene che, una volta raggiunto il fondo di uno di questi strapiombi, «ci avrebbe immancabilmente trovato uno specchio. Che rifletteva la sua faccia»: da lì la sua paura. Dalle pagine del nuovo libro dell'autore empedoclino emerge dunque un Montalbano diverso, che va vistosamente cambiando, forse per via dell'età e dei segni lasciati da tutte le inchieste passate. E più che le situazioni o i casi con cui deve di volta in volta misurarsi, a dominare in queste pagine sono le nuove sensazioni del commissario vigatese, le sempre diverse reazioni, i leggeri smottamenti della sua psiche, da Camilleri abilmente colti e rappresentati, facendo ricorso ora alla ormai sperimentata misura del racconto, molto simile a quelli contenuti nei precedenti volumi mondadoriani, ora invece cimentandosi in una vera e propria novità stilistica: il romanzo breve, sapientemente calibrato, tanto da consentire un respiro maggiore ai personaggi che in esso si muovono. Una prova in più dell'ansia sperimentale di Camilleri, del suo mettersi continuamente alla prova.
E già da ieri è cominciato il pellegrinaggio in libreria dei lettori più affezionati e ansiosi, raggiunti dall'intervista rilasciata dallo scrittore al Tg1. «Stiamo già vendendo la copie appena arrivate - dice Fabrizio Piazza della Modus vivendi - ma da due giorni registriamo prenotazioni da parte dei fedelissimi». Alla Feltrinelli Camilleri nel primo pomeriggio è a quota dieci, come del resto da Flaccovio, mentre da Sellerio sono state vendute soltanto cinque copie: «Certo - spiega Costantino Chillura - quando uscivano i primi gialli si vedevano calare in libreria orde di lettori, alla stregua dei lanzichenecchi, pronti a razziare a qualsiasi costo, quasi in preda a una crisi di astinenza. Adesso ci siamo un po' abituati all'esercito dei camilleriani». Un esercito destinato a rimettersi in marcia abbastanza presto, dal momento che l'instancabile «affabulatore agrigentino» lo troveremo nuovamente sugli scaffali delle librerie con una curiosa novità, sempre Mondadori: un cofanetto contenente due cd, grazie ai quali sarà possibile sentire la calda e roca voce di Camilleri che legge per la prima volta alcuni tra i più bei racconti di Montalbano (viene alla mente la registrazione fatta nel '67 ed edita quest'anno della voce di Garcìa Marquez alle prese con Cent'anni di solitudine) e un libro con il testo dei racconti e alcune pagine inedite, in cui l'autore si confessa sulle passioni, gli umori, il futuro del commissario di Vigata, sempre più in bilico tra la pensione e il matrimonio.
Salvatore Ferlita
 
 

L'Arena, 15.5.2002
Liceo Maffei. La «Vita di Luigi» allestita dal laboratorio di studenti diretti da Andrea de Manincor
Pirandello, «figlio cambiato»
Un racconto concentrato sui rapporti con la famiglia

Dopo questa fatica sarà un autore che non scorderanno, gli studenti della Scuola di teatro del Liceo ginnasio Maffei, probabilmente incuriositi, stimolati ad andarsi a leggere molte più pagine di Pirandello di quante non obblighi il frettoloso programma scolastico. La "Vita di Luigi" andata in scena al Teatro Camploy racconta di Pirandello attraverso Andrea Camilleri e la sua "Biografia del figlio cambiato", racconto che lui stesso definisce "del tutto personale" e "destinato non agli accademici, agli storici, agli studiosi, ma al lettore più che comune". Un punto di vista in realtà piuttosto interessante, visto che Camilleri e Pirandello sono legati, oltre che dalla loro origine siciliana, dall'aver speso gran parte della loro vita per il teatro e la scrittura, e un teatro e una scrittura poco convenzionali. Andrea De Manincor, nel metterla in scena, è andato ancora più in là. Lasciando cadere il finale possibilista di Camilleri, il suo riconciliante olivo saraceno, De Manincor ha lavorato per sottrazione, lasciando una linea essenziale di racconto. Spicca soprattutto la famiglia, i rapporti conflittuali di Luigi con i suoi familiari, il padre Stefano in primis, un rapporto negato e solo (troppo) tardi ritrovato; spicca l'angoscia di "figlio cambiato" che Pirandello pensò sempre di essere, e al quale dedicò anche una novella.
La sua vita - usando un espediente pirandelliano (nella novella "La giornata") - viene condensata nello spazio di poche ore, con tanti Luigi dall'infanzia alla vecchiaia, visti passare nel caffè di una stazione (quella di Agrigento) e intorno a lui le figure chiave: il padre con la sua amante, ma soprattutto le donne, dalle demoniache "Donne" della storia del figlio cambiato, alla sorella Lina, ai suoi primi amori, e poi la moglie Antonietta, vista da giovane e nella follia matura, la figlia Lietta, Marta Abba e le attrici di una compagnia di giro, la donna in nero dell'"Uomo dal fiore in bocca".
La scena dà spazio a tutti gli studenti-attori, nel moltiplicarsi dei personaggi, pur rimanendo drammaturgicamente valida. Il quadro iniziale li vede come in un'orchestra, che si anima in un contrappunto di microscene legate da nessi quasi onirici. Ma nel contempo c'è un altro Pirandello che guarda dall'esterno, se per caso la vicenda ci fosse sembrata troppo veristica, se ci fossimo scordati, come egli dice citando Shakespeare, che "tutto il mondo è teatro", anche la vita, anche e soprattutto la vita di Pirandello.
Una quarantina gli studenti-attori (impossibile citarli tutti) tutti curati nell'interpretazione nonostante la tentazione talvolta di un perdonabile birignao, e tra questi alcune ottime interpretazioni femminili, talenti che il tempo farà sicuramente sbocciare. Nel frattempo la Scuola di teatro sta lavorando per partecipare con questa "Vita di Luigi" al convegno di studi pirandelliani di Agrigento del prossimo dicembre.
Daniela Bruna Adami
 
 

Il Mattino di Padova, 15.5.2002
Gli antenati del nostro "giallo"
Luca Crovi racconta il thriller italiano

Molti credono che il giallo italiano, fenomeno letterario oggi assai diffuso, sia una "moda" recente. Ma non è così, come risulta dal saggio ampiamente documentato di Luca Crovi Tutti i colori del giallo (ed. Marsilio, 363 pp., Euro 17,00), sottotitolo, "Il giallo italiano da De Marchi a Scerbanenco a Camilleri", che ne lascia intendere l'ampiezza d'orizzonti. Ma quella di Crovi non è una semplice "storia": essa rimane solo la base, da cui il saggio sviluppa poi quei settori che, assemblati, costituiscono il complesso arcipelago del giallo italiano.
Un'indagine dunque a tutto campo, in cui si passa ai sottogeneri, all'importanza delle collane, al ruolo degli illustratori, all'analisi degli autori e delle loro tematiche, per giungere agli influssi del "genere" sul fumetto, alle sue parentele con le opere cinematografiche e le serie televisive.
Crovi non trascura nemmeno cenni a quegli autori non italiani che, amando il nostro Paese, vi hanno ambientato le loro storie - come Magdalen Nabb e Thomas Harris, oltre a Michael Dibdin e Donna Leon, i cui investigatori agiscono a Venezia - e analizza i fitti addentellati del giallo con la letteratura "alta".
Con tale valenza, Tutti i colori del giallo si propone come un'opera oggi necessaria, in quanto risaliva al lontano 1979 - Loris Rambelli, Storia del giallo italiano - l'unico saggio sistematico su questo settore, ormai riconosciuto dalla critica come una colonna portante della cultura letteraria.
Crovi evidenzia bensì come il fenomeno Andrea Camilleri abbia portato a un consumo enorme di gialli italiani, ma anche come la sua opera, peraltro apprezzabile, sia solo la punta di un iceberg di ampia consistenza e profonde radici. L'indagine prende infatti le mosse dal lontano 1887, allorché Emilio De Marchi pubblicò Il cappello del prete, storia tenebrosa con innocenti, criminali, delitti e pene, oltre che, beninteso, un investigatore protagonista: un romanzo interpretabile oggi come un autentico capostipite del thriller.
Crovi affronta poi le tappe della diffusione del giallo nei primi decenni del secolo successivo, con le molte collane popolari di fascicoli settimanali, fino alla geniale invenzione mondadoriana, nel 1929, dei "Libri Gialli". Essi invogliarono tanti autori italiani a cimentarsi con questo nuovo genere. E fu tutta una fioritura di opere: soffocata però dal fascismo, che non vedeva affatto di buon occhio una letteratura proveniente dall'esecrato mondo anglofono.
Con la successiva rinascita, nel dopoguerra, Crovi individua in Giorgio Scerbanenco la rivoluzione, cioè il punto di svolta dal giallo tradizionale (accademico e "finto") a quello realistico, duro, noir. Il suo investigatore Duca Lamberti, medico radiato dall'ordine in quanto colpevole di eutanasia per pietà, vivacchia conducendo indagini. Ma la Milano dipinta da Scerbanenco, spietata e violenta, ha trovato raramente un cantore così sincero e suggestivo.
E' lì la radice autentica - siamo alla fine degli anni Sessanta - di quella scuola di giallisti italiani oggi seguiti da moltissimi lettori. Scrittori quali Loriano Macchiavelli - ormai riconosciuto come un maestro del settore - Carlo Lucarelli, Andrea G. Pinketts, Claudia Salvatori, Danila Comastri Montanari e una moltitudine di altri, ai quali Crovi dedica particolareggiate analisi sia delle opere sia dei protagonisti, senza escludere le psicologie delle città in cui essi agiscono.
Gianni Brunoro
 
 

Liberazione, 14.5.2002
Il ritorno di Montalbano
Sei storie brevi del comissario creato da Camilleri

Non un solo romanzo, ma sei racconti - alcuni molto brevi, altri di maggiore respiro - per segnare il ritorno di Montalbano, il commissario creato dallo scrittore siciliano Andrea Camilleri. In La paura di Montalbano, la raccolta appena pubblicata da Mondadori (pp.321, Euro 15,80), c'è spazio per le consuete trame poliziesche tessute da Camilleri ma anche per incontri straordinari e curiosi del suo fortunato personaggio.
Il "giallo", la trama narrativa intorno a cui si dipanano le vicende dello stesso Montalbano e dei suoi curiosi interlocutori, è come sempre costruito passo dopo passo, senza drammatiche accellerazioni, quasi la violenza e la rabbia fossero più il prodotto e il portato di lunghe e difficili sedimentazioni, che non il frutto di un'esplosione isolata.
Il filo conduttore della raccolta - due dei racconti più brevi erano già stati pubblicati, mentre per il resto si tratta di inediti - potrebbe forse essere cercato proprio in questa traccia antica che i crimini su cui cerca di fare luce il commissario Montalbano sembrano continuamente mostrare in controluce. Ci sono, nel suo difficile procedere verso la luce della risoluzione di un caso, i segni di una ossessione e di un dramma che affonda nel tempo e che testimonia di una condizione collettiva, di altri drammi e altre sofferenze lungamente patite. Montalbano avanza, ma lo fa con timore, quasi sapendo che alla fine del percorso si troverà di fronte a nuovi dubbi, celati oltre la cortina di facili certezze. Perché, come scrive Camilleri alla fine del racconto che dà il titolo all'intera raccolta, anche il commissario ha paura. «Lui aveva paura, si scantava di calarsi negli "abissi dell'animo umano" (...) aveva scanto perché sapeva benissimo che, raggiunto il fondo di uno qualsiasi di questi strapiombi, ci avrebbe immancabilmente trovato uno specchio. Che rifletteva la sua faccia".
Guido Caldiron
 
 

Il Mattino di Padova, 14.5.2002
Montalbano torna in libreria
Camilleri firma una nuova raccolta di sei racconti

ROMA. «Livia aveva ragione. Lui aveva paura... Aveva scanto perchè sapeva benissimo che raggiunto il fondo... Avrebbe immancabilmente trovato uno specchio. Che rifletteva la sua faccia». E' questo in sintesi il messaggio de La paura di Montalbano, l'ultimo libro di Andrea Camilleri, edito da Mondadori (pp. 324 - euro 11,80) da oggi in libreria. Il volume è una raccolta di sei racconti, tre brevi e tre lunghi, a differenza dei precedenti volumi mondadoriani (i romanzi di Montalbano escono da Sellerio) dove i racconti erano tutti brevi e più numerosi. In questo volume c'è «un Montalbano più riflessivo, più attento ancora, semmai, a se stesso», specifica l'autore. «La paura di Montalbano» è il quinto racconto, breve, che Camilleri definisce «il più strano». A cominciare dal luogo dell'ambientazione, un piccolo centro di montagna, in provincia di Courmayeur, dove il commissario di Vigata «è completamente spaesato». Spiega l'autore: «In questo racconto c'è lo specchio deformante che riflette la faccia di Montalbano; egli è accusato di non approfondire mai la psicologia, si ferma alle ragioni che spingono qualcuno a commettere una colpa, ma forse ci sono ragioni più profonde e Montalbano capisce che le critiche nei suoi confronti sono fondate e che se si cala più nel profondo trova la propria immagine riflessa».
I tre racconti brevi - «Giorno di febbre»; «Un cappello pieno di pioggia» e «La paura di Montalbano» - per Camilleri «più che indagini sono tre incontri straordinari». Per gli altri tre - «Ferito a morte»; «Il quarto segreto» e «Meglio l'oscuro» -, invece, si tratta di una novità stilistica. «Per la prima volta ho scritto racconti lunghi, due sono da 60 cartelle ed uno da 100 - indica lo scrittore siciliano - si tratta quasi di romanzi brevi». Un genere che Camilleri non aveva mai tentato in precedenza, ma dei quali è soddisfatto perchè consentono «un maggiore respiro a personaggi». I tre racconti lunghi sono inediti, a differenza di due dei tre brevi che sono stati già pubblicati. C'è anche una novità narrativa, un nuovo legame tra il commissario e il centralinista del commissariato di Vigata, Catarella. «Il quarto segreto» è la prova di questo legame perchè i due condivideranno proprio quattro cose che non riveleranno ad alcuno. E proprio in questo stesso racconto nasce un'inedita amicizia tra Montalbano ed un maresciallo dei carabinieri.
 
 

Il Nuovo, 13.5.2002
Torna Camilleri, ed è ancora Montalbano
Esce martedì in tutte le librerie La paura di Montalbano l'ultimo libro dell'autore siciliano edito da Mondadori.

MILANO - ''Livia aveva ragione. Lui aveva paura... Aveva scanto perché sapeva benissimo che raggiunto il  fondo... Avrebbe immancabilmente trovato uno specchio. Che rifletteva la sua faccia''. Eccolo, in poche righe il messaggio de La paura di Montalbano, l'ultimo libro di Andrea Camilleri, pubblicato da Mondadori (pp. 324 - € 11,80) e da martedì in vendita in tutte le librerie. Una raccolta di  sei racconti, tre brevi e tre lunghi. In questo volume c'è ''un Montalbano più riflessivo, più attento ancora, semmai, a se stesso'', specifica l'autore.
La paura di Montalbano è il quinto racconto, breve, che Camilleri non esita a definire ''il più strano''. A cominciare dall'ambientazione, un piccolo centro di montagna poco distante da Courmayeur, dove il commissario di Vigata ''è completamente spaesato''. Spiega Camilleri: ''In questo racconto c'è lo specchio deformante che riflette la faccia di Montalbano; egli è accusato di non approfondire mai la psicologia, si ferma alle ragioni che spingono qualcuno a commettere una colpa, ma forse - aggiunge - ci sono ragioni più profonde e in questo senso Montalbano capisce che le critiche nei suoi confronti sono fondate e che se si cala più nel profondo trova la propria immagine riflessa''.
I tre racconti brevi - intitolati Giorno di febbre, Un cappello pieno di pioggia e La paura di Montalbano - per Camilleri ''più che indagini sono tre incontri straordinari''. Per gli altri tre - Ferito a morte; Il quarto segreto e Meglio l'oscuro - si tratta di una novità stilistica.
''Per la prima volta ho scritto racconti lunghi, due sono da 60 cartelle ed uno da 100 - indica lo scrittore - si tratta quasi di romanzi brevi''. Un genere che definisce ''difficile'' e che non aveva mai tentato in precedenza, ma dei quali si ritiene soddisfatto perché consentono ''un maggiore respiro a personaggi che vivono, appunto, come in romanzi brevi''. Una scelta con la quale l'autore può fare le sue ''amate digressioni''.
Due dei tre racconti brevi sono stati già pubblicati: uno su una rivista dell'Amministrazione Penitenziaria mentre Un cappello pieno di pioggia su un quotidiano nazionale nel 1999. Tra le novità narrative il nuovo legame tra il commissario e il centralinista del commissariato di Vigata, Catarella. Il quarto segreto ne è la prova perché i due condivideranno proprio quattro cose che non riveleranno ad alcuno.
 
 

TG1, 13.5.2002
Intervista ad Andrea Camilleri

Andrea Camilleri, dica la verità: non si è stancato di questo commissario Montalbano?
Beh, io un pochino sì, per la verità, ma il fatto è che sono un pochino assediato vuoi da Montalbano stesso, che si presenta a me ogni tanto dicendomi "Raccontami, raccontami", e anche dai lettori. Io posso scrivere anche, metta conto, un capolavoro -può succedere, no?- e la gente mi dice "Sì, l'ho letto. Ma quand'è che esce un nuovo Montalbano?".
Sì, ma questo Montalbano adesso ha paura?
Eh, ha paura di sé stesso...
Ah, ecco...
Eh, il mio personaggio è un personaggio che invecchia con... invecchia in tempo reale, cioè a dire i suoi racconti, i suoi romanzi seguono un arco di tempo preciso, no?, che corrisponde anche al suo invecchiare, e invecchiando vengono fuori tante paure.
Senta, un'idea: ma non potrebbe far morire Montalbano nel prossimo libro?
No, io sono contro la violenza. Credo che se dovessi far finire Montalbano lo farei finire sposato, pensionato e in pace con sé stesso.
Luigi Saitta
 
 

La Stampa, 12.5.2002
Camilleri. La paura fa Montalbano
Torna da Mondadori il popolare commissario dello scrittore siciliano: in anteprima l'incipit di uno dei nuovi racconti inediti, "Ferito a morte".

Tutta la colpa della nottata che stava perdendo, arramazzandosi nel letto sino a farsi quasi stranguliare dal linzolo, non era certo dovuta alla mangiata della sira avanti, che era stata di robba leggera.
[...]
Andrea Camilleri

Le tre inchieste
Esce da Mondadori La paura di Montalbano, nuova raccolta di avventure del commissario creato da Andrea Camilleri. Il volume contiene tre racconti lunghi inediti, Giorno di febbre, Ferito a morte (di cui pubblichiamo qui accanto le pagine iniziali), Un cappello pieno di pioggia. Le altre tre novelle, invece, sono già apparse nel corso degli anni, su quotidiani e riviste. Il commissario Montalbano, portato al successo dallo scrittore siciliano, è una creatura che cresce, si modifica, cambia modi di sentire, di avventura in avventura. Nel nuovo libro aggiunge alla tavolozza dei sentimenti, una sensazione inedita: quella, normalissima, della paura. Andrea Camilleri, nato nel 1925, ha esordito come scrittore «in giallo» nel 1978, creando un mondo immaginario, che somiglia molto alla realtà della sua Sicilia.
 
 

La Repubblica, 12.5.2002
La signora dei libri e i tre uomini della sua vita
Sarà lei la madrina della Fiera che s´apre mercoledì a Torino. Passioni e vanità d´una primadonna dell´editoria.
Prima l´incontro con Enzo, il marito: era fotografo ma divenne presto editore.
Poi Sciascia, maestro ed amico. Infine Camilleri, la terza carta fortunata.

PALERMO. Tutto è rimasto eguale, come ai bei tempi. La scrivania antica dove sedeva Leonardo Sciascia, lo stesso divanetto ma con una tappezzeria nuova, alle pareti gli innumerevoli bozzetti che - sulla macchia blu dei libriccini - hanno fatto lo "stile Sellerio". «Vorrei che i miei figli si liberassero di questo mausoleo», dice donna Elvira guardando il suo studiolo, il tono imperioso di chi vuole convincersene. Niente è cambiato rispetto a vent´anni fa, anche la stanza delle riunioni con le grandi librerie ottocentesche, ora affastellata di carte da cui sporge la testa di Beppe Aiello, il Lettore dei Manoscritti, una figura più da romanzo che da industria editoriale. Anche il quadrilatero famigliare d´affetti e tempeste è quello d´un tempo. Su un lato di via Siracusa, un intero piano diviso tra Elvira ed Enzo Sellerio, il marito fotografo da cui si separò alla fine degli anni Settanta. Sull´altro lato della strada, il balcone fiorito di lei e, ad angolo, le finestre spoglie di Enzo. La novità in casa editrice è un simpatico e preparato trentenne dai capelli rossi, il figlio Antonio, una laurea alla Bocconi con una tesi sull´azienda di famiglia. Ha studiato sofisticati criteri di razionalizzazione, ma un´intensa stagione di letture scientifiche va a frantumarsi contro quello che lui – con ironica rassegnazione – chiama "un modello del tutto originale"(che oggi fattura 25 miliardi l´anno). «Di che parlate?», irrompe sulla scena "il modello originale", Elvira, lo sguardo fulmineamente cangiante dalla tenerezza alla severità. «Manca Olivia, la primogenita: lei s´occupa delle librerie, ma presto arriverà in casa editrice». Capelli lunghi raccolti in un bianco chignon, classe 1936, sarà Elvira Sellerio ad inaugurare la nuova Fiera del Libro di Torino, mercoledì al nastro di partenza.
Chi l´ha convinta ad accettare?
«Mi ha scritto tempo fa il direttore Ernesto Ferrero, un amico editor al quale voglio bene. L´altro è Roberto Cerati, mi è sempre stato vicino, lo consultai perfino prima di lanciare la nostra collana più famosa "La Memoria". Una lettera affettuosa e cortese, "Cara signora, se Lei vorrà…"».
Ma, scusi, vi date del "lei"?
Il gelo saetta nello sguardo. «Io a tutti do del "lei". Forse è l´età». Poi riprende: «Quello di Torino è un appuntamento importante, irrinunciabile per chi ama i libri. Sono onorata che la madrina sia un´editrice siciliana».
Ma perché finora è stata lontana dalla Fiera?
«Un editore deve stare quanto più silenzioso, nascosto, taciturno. Il nostro è un mestiere d´umiltà, ma in pochi lo intendono così. È servizio, non protagonismo».
Non sarà invece che lei preferisce stare lontano dagli autori?
«Preferisco incontrarli sulla pagina scritta. Dialogare con loro a distanza, per lettera. Tabucchi e Bufalino li ho conosciuti dopo averli pubblicati».
Paura di delusioni?
«Forse. Ma, direi meglio, gli scrittori non sempre somigliano ai loro libri. Tabucchi per esempio è un toscano sanguigno, però scrive come un portoghese. Camilleri invece è come i suoi romanzi: perfino nel parlato, negli ammiccamenti, nel modo così espressivo di disegnare i personaggi».
Come l´ha conosciuto?
«Me lo presentò Leonardo un secolo fa. Era un regista piuttosto noto, io seguivo i suoi Maigret televisivi con la colonna sonora di Luigi Tenco. Un giorno arrivò in casa editrice pallidissimo. "Un caffè, presto", implorò. "Ora un whisky, vi prego". Lo guardammo angosciati. Poi cominciò: "Il sangue scorreva come in un film. Ma se fossi stato io a girare il film, avrei detto di diluirne la tinta: era troppo rosso". Insomma: aveva assistito a una carneficina, e riuscì a farcela vedere con le parole. Questo spiega il successo dei suoi libri».
Camilleri le è rimasto sostanzialmente fedele, a parte qualche uscita con Rizzoli e Mondadori.
«In realtà nessuno mi ha mai tradito, specie tra i grandi. Fastidiosi sono i piccolini che, per diventare importanti, scelgono editori più potenti. Sciascia fu l´unico a fare il percorso contrario: dai colossi alla piccola editrice siciliana. Camilleri ci ha già consegnato due nuovi libri, ma aspettiamo il prossimo anno, per non esagerare. Lei non immagina quanti miliardi gli abbia offerto Mondadori, e lui niente. Intendiamoci, anche con noi guadagna…».
Diciamo che è reciproco: sei milioni di copie vendute.
«Camilleri è stato il terzo incontro fortunato della mia vita. Lo capiscono perfino in Veneto, anche se poi i venditori locali mi hanno suggerito di togliere Palermo dal marchio in copertina. Roba da matti: ha ragione Adriano (ndr, Sofri) quando mi suggerisce di scrivere la storia della casa editrice».
Gli altri due incontri della vita?
«Il primo è stato Enzo, mio marito. Bellissimo, affascinante, curioso. Lo sposai a ventisei anni, subito dopo la morte di mia mamma Lina. Ero la più grande di sei fratelli, mio padre un alto funzionario dello Stato. Non sopportavo di continuare a stare in quella casa. Fu un atto di egoismo, anche se poi la nostra famiglia è rimasta molto unita: passionale e cattivissima come la classica famiglia siciliana. Il sabato pomeriggio ci vediamo sempre per lo scopone: tutti tranne gli estranei, ossia i cognati».
Enzo faceva il fotografo.
«E poi l´editore. Fu lui, alla fine degli anni Sessanta, ad avviare la casa editrice: un progetto maturato insieme a Leonardo Sciascia e Antonino Buttitta, l´antropologo. Stavano sempre insieme, parlavano fitto nella stanza piena di fumo».
Teneramente rivolta al figlio: «Antonio, ma tu t´annoi?». Lui mite: «Dài, racconta».
Lei era esclusa dal dotto consesso?
«Ero quella del caffè. Come un caratterista di seconda fila, entravo sulla scena e chiedevo "Caffè?". Nei rari momenti di originalità: "O una tazza di tè?". Loro annuivano».
Complessi?
«No, ad essere sincera. Alla mia età lo posso confessare - che le femministe mi perdonino – ma io ero molto carina, sapevo di piacere. E le donne ne traggono forza e sicurezza».
In che modo esercitava la sua femminilità?
«Ero frivola, vanitosissima. Una camicetta nuova mi teneva allegra per una giornata. Poi giocavo con i miei capelli: li tagliavo cortissimi, cambiavo colore. Tutto per amore di Enzo. Anche il mio ingresso in casa editrice fu per stare più vicino a lui. Per farmi apprezzare di più».
Come fu?
«Cominciai a intervenire alle riunioni, ad appassionarmi. Seguendo sempre una regola: se avevo un´idea convincente, la presentavo come non mia. L´attribuivo a Leonardo o ad Enzo».
E loro?
«Ci cascavano sempre».
Ma lei per Enzo era "la povera ragazza". Il matrimonio fatalmente finì.
«Rimasi sola, con due figli ancora piccoli. E senza un soldo. Le banche mi negavano i crediti, le cartiere e le tipografie non mi accettavano come interlocutore. Solo per farmi ascoltare, mi facevo introdurre telefonicamente dal portiere: una voce maschile aiuta sempre. E poi soffrivo d´amore». Un´occhiata ad Antonio, come incerta. «Se trovavo per casa un golf o un cappotto di Enzo mi ci avvolgevo dentro piangendo».
Però ci fu Sciascia ad aiutarla.
«Sì, un maestro, un grande amico, la seconda fortuna della vita. Mi aiutò ad acquistare sicurezza, elogiava il mio puntiglio e la mia determinazione. Ed era molto giudicante».
Che cosa le rimproverava?
«Non sopportava che fossi così cortese con tutti, anche con le persone che detestavo. "Gli hai fatto credere d´essere al centro del tuo mondo", mi diceva severo».
Francamente pare difficile immaginarla così arrendevole.
«Tu Antonio mi ricordi così? È stato il processo a incattivirmi (ndr, un processo sui finanziamenti regionali concluso con un´assoluzione). Dopo non sono stata più la stessa. Cominciò all´inizio degli anni Novanta, gli editori concorrenti mi davano per spacciata. Einaudi tentò di mettere sotto contratto i libri di Carlo Lucarelli. Venne a Palermo Benedetta Centovalli, editor da Rizzoli, a prender nota degli autori più venduti. Per loro ero come morta. Queste cose ti cambiano il carattere».
Che cosa le manca di Sciascia?
«La mescolanza di gioco e cultura. La curiosità. Il riscontro della qualità. Perfino i litigi. Antonio, ti ricordi che belle litigate con Leonardo?».
Il figlio divertito annuisce: «Ora, mamma, proprio non si riesce a litigare. Decidi sempre tu».
La volta che Sciascia più s´arrabbiò?
«La prima volta che pubblicai un libro senza interpellarlo. Carmilla di Joseph S. Le Fanu. Era un genere che non gli piaceva, tutto vampiri e fantasmi. S´infuriò».
Era anche questo un modo di emanciparsi dal maestro.
«Ormai, per tutti, ero la Signora. Ancora oggi in casa editrice mi chiamano così. Da "povera ragazza" a Signora, la traversata era compiuta».
Ma è vero che ora ha votato per Forza Italia?
«No».
Ha sostenuto però la candidatura a sindaco di Palermo di Francesco Musotto, ex forzista chiacchierato.
«Mi creda, Musotto è chiacchierato come lo sono tutti i personaggi influenti di questa città. Anch´io lo sono, perché fuori dal gregge».
C´è qualcosa che la infastidisce nelle celebrazioni dedicate a Sciascia?
«M´indigna che oggi nessuno dei suoi amici diessini abbia sentito il dovere morale di illimpidirne la figura, sottraendola alle ombre che gli avevano messo addosso negli ultimi anni. Mi sembra folle una sinistra che non si riappropri di una sua intelligenza».
Allora la indigneranno anche i tentativi di tirargli la giacchetta da parte della destra.
«Ma certo. La colpa è però d´una sinistra che non protegge i suoi uomini. Leonardo ne sarebbe seccatissimo». Pausa. «Ecco, ho fatto quel che non dovevo. Attribuire a Sciascia sentimenti postumi. E non c´è più lui a correggermi, a mettere i puntini sulle i».
Un´ultima sigaretta, e la Signora s´accomiata mettendoci in mano un delizioso volumetto di Viktor Sklovskij, Zoo o lettere non d´amore, epistolario su uno sfortunato amore che il padre del formalismo russo genialmente camuffò da gioco narratologico. «Ho settant´anni», scrive Sklovskij. «La mia anima giace innanzi a me. È tutta segnata dalle pieghe del tempo. Hanno piegato l´anima la morte degli amici. La guerra, le dispute. Gli errori, le offese. E la vecchiaia, che nonostante tutto è sopraggiunta».
Simonetta Fiori
 
 

L'Arena, 12.5.2002
Pirandello via Camilleri
Debutta la nuova drammaturgia della Scuola di teatro del Liceo Maffei: la «Vita di Luigi» attraverso la «Biografia del figlio cambiato» del suo conterraneo

Stasera e domani, alle 21, al Teatro Camploy, gli allievi della Scuola di Teatro del Liceo Maffei saranno in scena con Vita di Luigi, di Andrea de Manincor, ispirata a Biografia del figlio cambiato di Andrea Camilleri, per la regia di Laura De Biasi e Andrea de Manincor. Si tratta di una drammaturgia basata sulle vicende personali di Luigi Pirandello. Una vita romanticamente artistica, quella dello scrittore siciliano: una vita difficile. E alla bella opera di un suo attuale, arcinoto conterraneo, Andrea Camilleri, che all'esistenza pirandelliana ha dedicato le pagine di Biografia del figlio cambiato, ci si è ispirati per dare vita a questa altra biografia. La quale, per scrittura e costruzione, è divenuta opera totalmente originale: con rare, rarissime citazioni dallo stesso Pirandello, nel tentativo di farla esistere in sé e per sé e di avvicinare il pubblico a quell'esistenza. Per questo si è scelto di collocare tutti gli eventi cui si fa diretto riferimento in un unico luogo, profondamente pirandelliano: il caffè della stazione; in un tempo unico, quello della reale rappresentazione, trattando ciascun episodio come piccolo accadimento a sé stante.
Di conseguenza, ciascuno di questi eventi è nello stesso tempo scisso, staccato dal precedente, e connesso per il motivo che i protagonisti sono sempre Pirandello e i parenti (il padre Stefano, la madre Caterina, la sorella Lina), gli amici e gli amori giovanili (Jenny la tedesca, la cugina Lina, omonima della sorella), la moglie Antonietta, (prima giovane e poi madre matura), la figlia Lietta (prima e dopo la partenza - rifugio in Cile), l'attrice Marta Abba, musa della consolidata notorietà artistica e drammaturgica, colti in alcuni momenti decisivi della loro vita.
In scena, a commentare la successione degli episodi, una compagnia teatrale di giro, di quelle che scavalcavano, come si diceva, le montagne per toccare le parti estreme della già variegata provincia italiana; compagnie contemporanee proprio a Pirandello; compagnie la cui tradizione in modo indiretto lo stesso Pirandello contribuì a scalfire.
Gli eventi che così passano nella vita del Nobel siciliano, anche nell'ottica proposta dal libro di Camilleri, inducono Luigi dapprima a provare l'allontanamento dalla figura paterna, non solamente per motivi di carattere affettivo e sentimentale (tra questi, la scoperta di una relazione extraconiugale mantenuta per un certo periodo dal genitore) ma perché considerata distante dalle personali inclinazioni di scrittore nutrite fin dalla giovane età da Pirandello. Ma nella maturità altri eventi finiscono per restituire il drammaturgo all'originale alveo familiare, per una serie di atteggiamenti e prese di posizione, anche nei confronti dei figli, che lo fanno decisamente assomigliare a quel padre un giorno rifiutato.
La vicenda personale di Pirandello insomma inanella una catena di episodi drammatici, che vengono innescati da scelte esercitate dallo scrittore. E dati questi episodi, per questa messinscena si è partiti da un'intuizione: quella di far assistere alla concatenazione degli eventi un personaggio, la cui esistenza è misteriosamente identica nei singoli accadimenti rappresentati a quella di Pirandello.
Le musiche sono di Ryuchi Sakamoto, Ivano Fossati, Cesaria Evora. Ricerca dei costumi di Laura De Biasi. L'assistenza tecnica di Alberto Bonizzato.
 
 

Il Resto del Carlino, 11.5.2002
Camilleri: «Ho imparato da lui»
Andrea Camilleri, il giallista «padre» del Commissario Montalbano, ha avuto un passato di sceneggiatore televisivo alla scuola di Fabbri.

«La scrittura — racconta — non tanto di capitoli tradizionali quanto di sequenze e una certa velocità dell'immagine mi vengono dall'esperienza televisiva. Con la televisione ho imparato anche il meccanismo del giallo producendo la serie del commissario Maigret. Allora ebbi la fortuna di lavorare con un grande commediografo qual era Diego Fabbri, lo sceneggiatore. Quando Diego Fabbri doveva sceneggiare gli episodi, comprava tre o quattro libri e poi li rompeva materialmente a gruppi di pagine, li destrutturava per rimontarli in un altro modo, televisivamente, e scriveva le scene di raccordo. Seguendolo passo passo io mi sono accorto di cos'era la tecnica di Simenon».
Andrea Camilleri
 
 

InternetBookShop
Disponibile dal 14 maggio il nuovo libro di Camilleri
La paura di Montalbano (15,80 E)

Il legame che unisce e tende la scrittura di tutte le storie, tre brevi e tre lunghe, è una certa commozione che vibra sotto pelle lungo questi racconti e i loro personaggi, mettendo spesso i brividi  a  chi legge. La figura del maresciallo Verruso, formale, pignolo, apparentemente una specie di antimontalbano, eppure grandioso nella dignità con cui custodisce un suo tremendo segreto, o l'immagine della signora Giulia Dalbono che, in una sorta di assurdo paradosso, non riesce più ad aprire gli occhi dopo un incidente che invece avrebbe dovuto spalancarglieli per sempre, non si dimenticano. Come non si dimenticano gli sguardi selvatici della picciotta Grazia Giangrasso di "Ferito a morte" e le due vecchie signore di "Meglio lo scuro", nelle quali Montalbano si imbatte indagando su un fatto inquietante avvenuto cinquant'anni prima.
 
 

Repubblica, 10.5.2002
In libreria autori inediti spagnoli e portoghesi

Oggi arriva in libreria "In via del tutto eccezionale" (pagg. 170, euro 14,50), un romanzo dello scrittore andaluso Felipe Benítez Reyes, con una nota di Andrea Camilleri. Il 10 giugno sarà la volta dell´opera prima di un giovane autore portoghese, José Luís Peixoto, il vincitore del premio Saramago che firma "Nessuno Sguardo", con una presentazione di Antonio Muñoz Molina.
Sono due libri pubblicati da La Nuova Frontiera, una casa editrice nata nel ´99 e già attiva nel settore ragazzi, e inaugurano una nuova collana - Liberamente si chiama - dedicata soprattutto ad autori di lingua spagnola e portoghese inediti in Italia. Benitez Reyes è molto conosciuto in Spagna anche come collaboratore di El Pais, ma è soprattutto autore di numerosi libri tradotti in varie lingue, dalla prosa considerata brillante e grottesca, e può vantare numerosi premi tra cui il prestigioso Nacional de Literatura.
 
 

Giornale di Brescia, 10.5.2002
Luca Zingaretti sul grande schermo in «Texas ’46» e in autunno di ritorno in tv con nuovi episodi del commissario Montalbano
«Io, soldato prigioniero di un ideale»
«Subisco il fascino della generazione della guerra, che credeva nella dignità e nell’onore»

[...]
Lei sta ultimando le riprese a Ragusa dei nuovi episodi del commissario Montalbano, tratti dai racconti di Camilleri («Il gatto e il cardellino», «L’odore della notte», «Gli arancini di Montalbano»). Ormai non ha più il timore di rimanere identificato con il personaggio?
«Direi proprio di no. Ho una grande gavetta dietro le spalle che mi dà forza, e poi il successo di Perlasca, tanto per fare un esempio, sta a dimostrare che se esiste la cosiddetta identificazione, è un pericolo che si può proprio scongiurare».
Sente di assomigliare in qualche modo al suo commissario Montalbano?
«Non voglio passare da presuntuoso, lo giuro. Ma i suoi valori sono anche i miei. Con la differenza che io li vivo in un altro modo e in un altro mondo. Roma non è un’isola, un minuscolo fortino protetto e diviso dal mare, è una giungla. Roma è dura. Ma se si ha dignità, se si è temprati a dovere e si dà per scontato che la vita è una lotta continua, è possibile abitarci, persino rintanarcisi».
Emanuela Castellini
 
 

La Stampa, 8.5.2002
Libro intervista con Saverio Lodato
Camilleri si confessa e scende in trincea
L´infanzia, Montalbano, la mafia e un amaro attacco alla politica d´oggi

L'ALBERO più simbolico che ci sia, la palma, adesso, alle sue numerose valenze ne aggiunge pure un'altra: rappresenta una mentalità, una cultura molto speciale che subdolamente avanza e, lentamente ma con spregiudicatezza, ha conquistato il sud e ora pone i suoi avamposti anche nel centro nord. Andrea Camilleri utilizza una suggestiva immagine di Leonardo Sciascia per spiegare mafia, camorra, estorsioni, saccheggiamenti, ruberie e affini: «Una volta Sciascia affermò in una curiosa poesia, La palma va a nord, che dei botanici si erano accorti che la palma, e intendo proprio l'albero della palma, si spostava, in un anno, di cinquecento metri verso Nord? In sostanza la palma è metafora di quella che è, secondo ciò che posso interpretare del pensiero di Sciascia, una certa mentalità paramafiosa - attenzione: non propriamente mafiosa in sé - che sta invadendo non solo l'Italia, ma addirittura l'Europa?». Terribile, dunque, questa Linea della palma: così si chiama il bel libro-confessione di Camilleri con il giornalista Saverio Lodato che uscirà a giorni da Rizzoli. E indica la deriva di un confine sempre più incerto tra legalità e illegalità che occupa ormai gran parte della penisola e dilaga anche in Europa. Nella lunga carrellata sulla sua vita Camilleri ripercorre l'infanzia siciliana, il fascismo, gli anni della guerra, il trasferimento a Roma, i primi approcci alla scrittura letteraria, la sua esperienza come autore di televisione e di teatro fino al tardivo ed eccezionale successo come narratore. Non è la prima volta che il padre del commissario Montalbano si racconta. Lo aveva già fatto nel suggestivo dialogo con Marcello Sorgi, La testa ci fa dire. Adesso, oltre a ripercorrere le tappe della sua autobiografia, mostra a volte anche un tratto più amaro e pungente. Ed anche polemico. Oggi, a differenza di qualche anno fa, si sente in trincea. E mostra questo stato d'animo soprattutto nelle pagine in cui discute con calore di politica, ripensa la sua militanza nel Pci, discetta del suo impegno di oppositore del governo Berlusconi, si occupa di giustizia, di conflitto d'interessi e anche di mafia. Insomma, alla maniera di Sciascia, sviscerando e ragionando come un illuminista di altri tempi, Camilleri ce la mette tutta non solo per ricostruire il suo straordinario percorso di scrittore ma anche per fermare con la forza delle idee questo labile confine della palma.
Mirella Serri
 
 

Il Denaro, 8.5.2002
Max Gazzè, il giullare di Girgenti
La sua musica va abbinata al nuovo libro di Camilleri

Il cd.
Questo disco del cantautore romano racchiude dieci nuove canzoni, l’una diversa dall’altra, sia per quanto concerne l’arrangiamento musicale, sia per quanto riguarda il linguaggio adoperato nel costruire i versi, ai quali ha collaborato per la stesura definitiva il fratello Francesco. Gazzè ha creatività da vendere e lo dimostra in brani come «Questo forte silenzio», dove insinua nella mente di chi lo ascolta il dubbio che lo sbarco sulla Luna non sia mai avvenuto; in «Eclissi di periferia», invece, descrive il decollo di una casa popolare quasi come se fosse un’astronave; in «Non era previsto», infine, prende decisamente le distanze dall’impero del conformismo. Disco che non rilassa, ma che stimola pensieri.
Max Gazzè, Ognuno fa quello che gli pare, Virgin/EMI, 2001; 16,53 euro.
Il libro.
Abbandonate (ma solo momentaneamente) le avventure del commissario Montalbano - che ha avuto anche una trasposizione televisiva di buon successo - Andrea Camilleri con questo nuovo romanzo crea un divertente gioco di fantasia. L’ambientazione è quella della Sicilia di fine ‘600, quando siccità, carestia, peste e maghi flagellavano il popolo della grande isola. La storia s’ispira ad un fatto realmente accaduto all’epoca.
Per sei giorni, infatti, Girgenti divenne un regno autonomo e un contadino (Zosimo) si autoproclamò re. Romanzo a tratti grottesco, scritto in una forma dialettale che, in alcune pagine, si mischia con la lingua spagnola. Fantasia al potere.
Andrea Camilleri, Il re di Girgenti, Sellerio, 2001; 11,36 euro.
La motivazione dell’abbinamento.
Max Gazzè può essere tranquillamente definito come un sorta di Battiato giovane, e la sua musica, come del resto quella del cantautore siciliano, non si presta ad ascolti distratti. C’è, nel disco appena recensito, una contaminazione di diversi generi (la musica jungle che si mescola ai mandolini mediterranei) e un osmosi di suoni (tutti rigorosamente analogici) così marcata da far pensare ad un lavoro certosino finanche nella realizzazione dei più piccoli particolari. E, in fin dei conti, anche nell’ultima fatica letteraria di Camilleri vi è una certa e marcata commistione eterogenea di elementi fra loro molto diversi, accomunati però dalla fantasia, libera da sovrastrutture preconfezionate. Quella fantasia che spinge questi due artisti a descrivere storie e contesti partoriti dal tessuto socio-culturale dal quale provengono e che, proprio per questo motivo, riescono nell’intento di far emergere con le parole e con la musica il lato fanciullesco della loro personalità.
Salvatore Tartaglione
 
 

Il Tirreno, 7.5.2002
Il mistero della scrittura
Andrea Camilleri alla Scuola Normale parla dei suoi libri

PISA. Ci sono voci e voci, si sa. Possono distinguersi per timbro o per registro, ma sono veramente rare quelle capaci di dimostrare quella legge dell'armonia, che vuole che per ogni nota prodotta, ne vibrino all'unisono delle altre, e riescano a farle risuonare chiaramente a chi ascolta.
E poi ci sono scritture e scritture. E anche questo si sa. A me la voce di Andrea Camilleri, profonda, roca, vibrante, nella sala Bianchi della prestigiosa Scuola Normale, ha fatto venire voglia di rileggere tutti i suoi romanzi, per riascoltare tutte le note che sono stata capace di percepire.
Bisognava proprio essere lì per avvertire tutta la sacralità che aleggia intorno ad uno scrittore che racconta cosa sia il narrare e lo faccia con quella leggerezza che raggiunge solo chi, faticosamente, lotta ogni giorno con quello che per Vittorio Sereni è il «male del reticolato».
La presenza di Camilleri, ospite di una delle conferenze che si tengono al pomeriggio del venerdì alla Scuola Normale, non è fatto nuovo e già questo costituisce un'eccezione come ha tenuto a precisare Settis, che, presentandolo, ha sottolineato l'interesse che il suo precedente intervento su Pirandello, aveva suscitato. Interlocutore brillante dello scrittore siciliano è stato il filosofo Aldo Giorgio Gargani, che ha saputo costruire stimolanti occasioni di dibattito individuando i motivi pregnanti della scrittura di Camilleri.
Protagonisti: la narrazione e il mistero che ne è alla base. Una sorta di evento inspiegabile «...perché chi racconta è già predestinato alla scrittura - dice lo scrittore -. È solo la paura di sottoporsi ad un giudizio che può bloccare, curvare la curva del destino, ma non divaricarla, a meno di non allontanarsi da se stessi».
E sulla dimensione oscillante tra realtà ed astrazione che caratterizza i suoi racconti, ci spiega ancora Camilleri, che si tratta di un'abilità che «si raggiunge solo con l'esercizio, la perdita delle remore, con il coraggio che serve per andare avanti nella ricerca. Ma non sempre c'è questo coraggio. Quando scrivi così, come nel finale del Re di Girgenti, dove per indicare la presenza dei paesani che assitono alla morte di Zosimo ne evochi il solo respiro, la comunicazione diventa più difficile. Ma quello che si chiede a questo punto al lettore è una sorta di plusvalore, di valore aggiunto, di sforzo così come il centrometrista s'impegna per guadagnare faticosamente una frazione di secondo che migliori il suo scatto».
E noi che l'abbiamo ascoltato ci sforzeremo di fare quello scatto.
Patrizia Di Giuseppe
 
 

Tribune de Genève, 6.5.2002
LIBRI. Pirandello, biographie de l'enfant échangé, d'Andrea Camilleri
(Flammarion, 309 pages)

Luigi Pirandello et Camilleri ont vu le jour dans la même bourgade de Sicile, Porto Empedocle.
Pas étonnant que l'un des plus prolifiques auteurs italiens du moment ait voulu brosser le portrait de son illustre devancier.
Trois axes ont été privilégiés: l'enfance maladive, le père sévère et cette île, où la bourgeoisie d'alors fait semblant de ne pas voir la mafia.
Au fil des pages Camilleri tape dur.
Le dramaturge, qui a joué l'innocent égaré parmi les montres, s'est en fait donné le beau rôle.
Normal! C'est lui qui tenait la plume!
Etienne Dumont
Luigi Pirandello e Camilleri sono entrambi nati nello stesso borgo di Sicilia, Porto Empedocle.
Non è sorprendente che uno dei più prolifici autori italiani del momento abbia voluto abbozzare il ritratto del suo illustre predecessore.
Tre assi sono stati privilegiati: l'infanzia malaticcia, il padre padrone e quest'isola, dove la borghesia di allora fa finta di non vedere la mafia.
Al filo delle pagine, Camilleri picchia forte.
Il drammaturgo, che ha fatto l'innocente, smarrito tra i mostri, si è attribuito la bella parte.
Normale! E' lui che teneva la penna!
[Traduzione di Piero Marelli]
 
 

La Nuova Sardegna, 6.5.2002
Fissata la data della cerimonia per il prestigioso premio letterario nazionale
A giugno il "Grazia Deledda"
L'iniziativa torna a vivere a distanza di 32 anni. Organizza la Provincia l'ultima edizione è stata curata dall'Etp

NUORO. Avrà luogo presumibilmente il 1º giugno prossimo la cerimonia relativa alla consegna dei premi ai vincitori del concorso letterario nazionale "Grazia Deledda", bandito nel novembre dello scorso anno dal comitato organizzatore che fa capo all'amministrazione provinciale barbaricina. L'iniziativa è stata riavviata a distanza di 32 anni dall'ultima edizione, gestita dall'Ept.
Le commissioni delle 4 sezioni: narrativa, presieduta dallo scrittore Andrea Camilleri; saggistica, presieduta dall'economista Paolo Savona; narrativa giovani, presieduta dal pro rettore dell'Università di Sassari Attilio Mastino; narrativa in lingua sarda, presieduta dall'accademico dei Lincei Giovanni Lilliu, hanno portato a termine il lavoro di lettura e selezione delle opere.
Alla fine di aprile i giurati si sono riuniti per sciogliere gli ultimi dubbi e decidere sui nomi ai quali attribuire la palma del vincitore e, nel caso specifico, dell'assegno di 7mila 500 euro da consegnare ai primi classificati delle 4 sezioni; e di 5mila a quello della sezione studi deleddiani.
Il dado, dunque, è tratto. Ma niente è dato sapere, neppure a livello di indiscrezioni, dei nominativi che sabato 1º giugno saliranno sul palco dell'Istituto etnografico per ricevere l'ambito riconoscimento. Il comitato ha messo in moto la macchina organizzativa per offrire al folto pubblico degli invitati, tra i quali i mass media più prestigiosi, insieme alla televisione di Stato ed alle emittenti commerciali, una serata interessante e piacevole. Non è neppure da escludere che a presentare la cerimonia, che pare sarà arricchita anche dall'intervento di alcuni personaggi dello spettacolo, possa essere chiamata una presentatrice di grido.
Così come pare che, approfittando dalla presenza di uno scrittore di grandissima fama come Andrea Camilleri, si riesca ad organizzare, almeno per il giorno successivo, un incontro-dibattito nell'auditorium della Biblioteca Sebastiano Satta. Iniziativa che va inoraggiata e sorretta, vista la grande fame di cultura e di confrontarsi dei giovani nuoresi.
L'assessore provinciale alla cultura Tonino Rocca, al quale va il merito di aver rilanciato il concorso letterario, è all'opera per il conseguimento del migliore successo per la città e per il premio.
a.b.
 
 

Giornale di Sicilia, 5.5.2002
Montalbano va in montagna e Camilleri ritorna al teatro

Si intitolerà "L'ombrello di Noè" uno dei prossimi libri di Andrea Camilleri, che lo scrittore ha già assicurato all'editore Rizzoli, che lo dovrebbe stampare per l'autunno. Ma la nuova fatica del papà del poliziotto Salvo Montalbano non sarà un giallo, bensì un volume a metà strada tra saggistica e narrativa, incentrata sul rapporto dello scrittore siciliano con il teatro. E' stato lo stesso Camilleri a rivelare questi particolari partecipando ad un incontro organizzato in suo onore dalla Scuola Normale Superiore di Pisa. L'autore ha parlato del prossimo libro come di una raccolta di riflessioni, ma anche di ricordi, sui commediografi e gli uomini di teatro che più hanno condizionato la sua carriera letteraria.
"L'ombrello di Noè" sarà anche una "confessione d'amore" nei confronti dello scrittore Luigi Pirandello, il commediografo siciliano che ha rivoluzionato la storia del teatro con opere come "Sei personaggi in cerca d'autore" oppure "Come tu mi vuoi". E a Pirandello saranno dedicati quattro capitoli, utilizzati anche per spiegare il debito di memoria e di invettiva che ha nei confronti dell'autore di "Il Fu Mattia Pascal".
Intanto, uscirà a giugno un libro di Camilleri, già pronto da alcuni mesi, dal titolo provvisorio di "La paura di Montalbano". Si tratta di sei racconti, di cui tre dei veri e proprio romanzi brevi, in cui il commissario di polizia più amato dai lettori (e telespettatori) italiani si trova catapultato in uno scenario a lui inconsueto, la montagna.
Il libro è pubblicato da Mondadori e rappresenta un nuovo momento del fortunato sodalizio Camilleri-Mondadori che, segnala la casa editrice di Segrate, ha venduto più di un milione di copie. Due anni fa, sempre per Mondadori, era uscita la raccolta di racconti "Gli arancini di Montalbano".
Se il commissario Salvo Montalbano continua ad essere il protagonista principale della fantasia creativa dell'autore siciliano, Camilleri è già al lavoro anche su una storia che gli "gira" per la testa da un paio di anni. E' la vicenda di un eroe immaginario in un paese immaginario, vissuto alla fine degli anni Venti, in pieno regime fascista. Finora c'è solo un'idea e appunti sparsi, ma Camilleri ha in mente l'ambientazione precisa di quello che potrebbe diventare il suo prossimo romanzo storico: Mussolinia, la città che non fu mai costruita ma che il dittatore Benito Mussolini cominciò a fantasticare nel 1928. Nello scorso autunno Camilleri ha pubblicato da Sellerio "Il re di Girgenti", il suo primo romanzo di ambientazione storica, ispirato da una vicenda vera accaduta in Sicilia nei primi decenni del Settecento.
 
 

Il Giorno, 5.5.2002
Tra Pirandello e Montalbano

Si intitolerà L'ombrello di Noè uno dei prossimi libri di Andrea Camilleri: non un giallo, ma un volume a metà strada tra saggistica e narrativa, incentrata sul rapporto dello scrittore siciliano con il teatro. Lo ha detto lo stesso Camilleri all'incontro organizzato in suo onore dalla Scuola Normale Superiore di Pisa. L'ombrello di Noè sarà anche una “confessione d'amore” per Pirandello. Ma prima dell'estate i lettori ritroveranno il personaggio che ha fatto la fortuna dello scrittore, in La paura di Montalbano: sei racconti ambientati in montagna.
 
 

Il Tirreno, 4.5.2002
Il trio dei «Monotorakiki» e il loro rock alternativo

LIVORNO. I Monotorakiki sono una delle due bands livornesi (l'altra sono gli Appaloosa dei quali ci siamo occupati nei giorni scorsi) che si presenteranno alla rassegna musicale internazionale «Arezzo Wave» nel luglio prossimo.
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Gli ampi interessi musicali e non dei tre ragazzi sono alla base del loro successo; le influenze musicali sono molteplici (Jesus Lizard, Thurston Moore, Boss Hog, Frank Zappa, Tool, King Crimson, Blond Red Head, Ramones, Refuse, Fugazi, Shellac e altri) ma non sono le loro uniche fonti di ispirazioni: «Io posso dire che i mei testi come influenzati dai racconti di Andrea Camilleri e dai film sulla mafia italo-americana anni'50 -'60 come The Goodfellas (Quei bravi ragazzi) di Scorzese che, per l'appuntamento ha ispirato il testo di uno dei nostri ultimi pezzi: Tommy Will Be a Godfather» spiega il cantante Michael Rotondi.
[...]
Patrik Poini
 
 

La Nazione, 3.5.2002
Lo scrittore Camilleri ospite della Scuola Normale

PISA — Per l'appuntamento, ormai consueto, con le Conferenze de «I Venerdì del Direttore», lo storico Palazzo della Carovana di Piazza dei Cavalieri torna ad accogliere un visitatore d'eccezione, che già negli anni passati è stato ospite delle aule della Scuola Normale: Andrea Camilleri. L'incontro, dal titolo «La vita narrata», è strutturato come un colloquio in cui l'interlocutore principale di Camilleri — oltre, ovviamente, al pubblico presente — sarà il filosofo Aldo Giorgio Gargani. L'appuntamento è per questo pomeriggio alle 17, nell'Aula «Luigi Bianchi».
Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925, ha iniziato a lavorare come regista teatrale nel 1942. Da allora ha messo in scena più di cento opere, tra cui molti lavori del suo conterraneo più illustre, Pirandello, ma anche di Beckett, Ionesco, Adamov, Strindberg, T.S. Eliot e Majakovskij. Ha realizzato numerose regie di opere teatrali e di romanzi sceneggiati per radio e televisione. È stato autore, sceneggiatore, produttore e regista di programmi culturali e di serie televisive.
L'importanza del suo lavoro è stata riconosciuta dal conferimento della cattedra di regia all'Accademia Nazionale di Arte Drammatica «Silvio D'Amico» e dall'insegnamento al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Pur avendo iniziato a scrivere racconti e poesie intorno ai vent'anni, il suo esordio come romanziere risale solo al 1978 con «Il corso delle cose», primo della serie dei romanzi «storici». Seguono, tra gli altri, «Un filo di fumo» (Premio Gela), «La stagione della caccia», «Il birraio di Preston» (Premio Vittorini), «La mossa del cavallo» (Premio Elsa Morante) e i cinque romanzi che hanno come protagonista il commissario Montalbano, tra cui «La voce del violino» (Premio Flaiano 1998). Collabora a riviste italiane e straniere e come sceneggiatore ha recentemente lavorato alla serie di film tratti dai romanzi incentrati sulla figura di Montalbano.
Un incontro, quello tra il filosofo Gargani e il «padre» del celebre commissario Montalbano, che si annuncia molto interessante data la grande capacità oratoria di entrambi.
 
 

La Stampa, 3.5.2002
«Finalmente possiamo festeggiare»
Il sovrintendente Giambrone risponde alle polemiche del sindaco

PALERMO «Teatri Aperti» è il titolo del convegno che si è svolto ieri al Massimo di Palermo sul tema «Esperienze a confronto e progetti per le città».
[...]
«Si festeggia, eccome», ha ribadito Giambrone: «Questo teatro è stato chiuso per 23 anni, vi pioveva dentro, migliaia di gatti abitavano le sue rovine. Ora è stato riaperto, restituito alla città, è un modello di gestione artistica e amministrativa, promuove un´indagine sulla sorte dei luoghi di spettacolo ancora chiusi, che sono in tutta Italia 361 ad una prima incompleta analisi. L'eccezionale concerto di Abbado - ha proseguito - ridesta su Palermo l'attenzione della cultura internazionale. Su questa strada si deve proseguire, anche se le elezioni amministrative sono alle porte e con essa ci si dovrà democraticamente confrontare. Pensiamo però al Petruzzelli di Bari sul cui destino si hanno notizie poco rassicuranti, e alla Fenice che finalmente dovrebbe concludere i suoi travagli. Ora si deve vigilare anche sulla Scala di Milano, affinché i lavori di ristrutturazione non provochino nuove sorprese. Qui in Sicilia, a ottobre, si riapre il piccolo teatro di Racalmuto, patria di Leonardo Sciascia: sarà affidato alla direzione artistica di Camilleri. E' un contributo della nostra voglia di far riaprire i teatri italiani».
ar. ca.
 
 

La Nazione, 1.5.2002
Un incontro con Camilleri

SAN MINIATO — Andrea Camilleri sarà a San Miniato domani alle 16,30 nella ex chiesa di San Martino per presentare, in anteprima nazionale, il suo nuovo libro «L'ombrello di Noè». Per lo scrittore siciliano non è la prima volta a San Miniato. L'autore dei romanzi del commissario Montalbano, dai quali è stata tratta anche una fortunata serie televisiva, è già stato sotto la Rocca nel 1950, per Festa del Teatro.
 
 

Giornale di Sicilia, 1.5.2002
"Bisogna creare un vivaio di attori, autori e tecnici"

Non è retorica, ma si prova un'autentica emozione per un teatro che riapre. E l'emozione è più forte davanti a un teatro che viene non tanto inaugurato per la prima volta, ma che viene riaperto dopo anni e anni di chiusura e di silenzio. Un teatro riaperto significa aggiustare e rimettere a posto una linea spezzata. E questa linea spezzata è una linea di tradizione culturale, cioè il meglio che una città o un paese possa esprimere di sé‚ come voglia di conoscenza, come voglia di maturazione e soprattutto come voglia di stare assieme. Perchè gli eventi che coinvolgono una cittadinanza tutta intera vengono discussi e dibattuti all'interno della sala teatrale dove il giorno dopo si metterà in scena una commedia dell'Ottocento o magari un'opera lirica: l'edificio teatro è il cuore pulsante di un paese. Come la soddisfazione che può provare un chirurgo che rimette in vita una persona che si credeva morta, è il senso della rinascita di un teatro.
Io mi sento profondamente e sinceramente onorato a fare il direttore artistico del rinato Teatro Regina Margherita di Racalmuto. Questo teatro io l'ho amato attraverso le parole di Leonardo Sciascia che ne ha scritto. La sua chiusura gli faceva male, gli doleva, perchè credo che Leonardo - era anche critico teatrale - attribuisse al teatro l'importanza che tutti riconosciamo. Per me dunque avere questo incarico non è un onere è un vero onore.
Che cosa ci ripromettiamo? Naturalmente, di fare cultura. Però vorrei che una volta per tutte si chiarisse il senso da dare alla parola cultura: non un fatto elitario, non un fatto per pochi, noi - i promotori della riapertura del teatro di Racalmuto - vorremmo un teatro che sia l'espressione del comune sentire di un paese perchè questo è soprattutto cultura, non l'esercizio sacerdotale di pochi. Cultura è vivere assieme agli altri una esperienza.
Mi auguro quindi che questo teatro oltre ad ospitare spettacoli di livello, possa anche produrne, attraverso delle scuole di formazione che possano essere non solo per attori ma soprattutto per tecnici: gente che sa costruire una scena, che sa piazzare un riflettore. Gente importante in teatro quanto un attore, anche se a questa gente non sempre viene prestata la dovuta attenzione quando si parla di teatro.
Creare un vivaio, dunque. Non solo di attori. Non solo di tecnici. Ma la nostra ambizione più grande è anche quella di potere incitare qualcuno a scrivere, offrendogli un luogo dove possa essere rappresentato.
Un autore non rappresentato infatti non esiste. La destinazione ultima, finale, per chi scrive per il teatro è il palcoscenico. Speriamo, con questo teatro, di potere offrire a qualche giovane autore o giovane autrice questa ultima destinazione: la scena teatrale.
Andrea Camilleri

Email: camilleri_fans@hotmail.com