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Dacci il nostro Maigret quotidiano
“La paura di Montalbano” raccoglie sei racconti di Andrea Camilleri.
Gialli infarciti da ironiche note di costume "intorno all'immortale sicilianità".
Che il pubblico come al solito gradisce in massimo grado
Montalbano ha paura. Ce lo svela il titolo dell'ultimo libro di Andrea
Camilleri, appena uscito e subito saltato ai primi posti della classifica
dei libri più venduti in Italia. Sì, il commissario di Vigàta
teme qualcosa in queste, come in altre indagini. Ha paura di se stesso,
di finire coinvolto emotivamente in un'inchiesta che invece potrebbe risolvere
burocraticamente in pochi giorni, ha paura di innamorarsi di una sospetta,
ha paura di dare sfogo alla sua ribellione verso i potenti che la fanno
sempre franca.
Il volume è composto da sei racconti, tre lunghi e tre brevi,
uno dei quali dà il titolo alla raccolta. In due di essi Montalbano
è in trasferta, ma sembra a disagio lontano da Vigàta. I
suoi movimenti appaiono goffi, accetta inviti da persone che detesta, sbaglia
strada, si fa addirittura prendere a botte da un balordo. Negli altri opera
nel suo territorio ed è finalmente se stesso, con i colleghi che
conosciamo e abbiamo imparato ad amare: Fazio, Catarella, il questore Bonetti-Alderighi.
Il fatto è che Montalbano è sempre di più il nostro
Maigret. Da Simenon Camilleri ha imparato a costruire un personaggio che
affronta gli omicidi con intelligenza, partendo dalla psicologia dei sospettati,
dall'ambiente che ha provocato il delitto. Lo scrittore cuce intorno al
protagonista un commissariato che è un piccolo mondo con tutti i
vizi, i difetti e i sentimenti che gli sono consoni. Quello del commissariato
dove opera l'eroe di gialli seriali è per molti scrittori un tema
centrale: è il microambiente dove si coltivano i sentimenti, i rancori,
i caratteri. Senza il commissariato di Vigàta, Montalbano non sarebbe
nulla. Sarebbe un attore senza pubblico e palcoscenico, un cantante senza
microfono.
I racconti più belli, per la suspense, i problemi sociali che
affrontano e la profondità dei protagonisti sono "Ferito a morte"
e "Il quarto segreto". Nel primo c'è una torbida storia sessuale
che finisce in delitto. La protagonista è una bella ragazza rimasta
orfana, domestica nella casa dell'anziano zio usuraio. La giovane assiste
all'omicidio del vecchio e spara un colpo di pistola all'assassino che
riesce a vedere solo di spalle mentre fugge. Dall'inchiesta vengono fuori
tutti i loschi affari del vecchio e la sua ambigua vita sessuale.
Nel secondo Montalbano si trova di fronte alla morte apparentemente
accidentale di un operaio albanese in un cantiere edile. In realtà
un omicidio. L'extracomunitario, che a casa possedeva abiti eleganti e
costosi, svolgeva una ben differente attività. Il racconto è
una forte denuncia del mondo degli appalti in Sicilia, dove non si posa
un mattone se le solite potenti famiglie e i loro burattini politici non
vogliono.
Michael Landsbury
Donna Moderna, 31.5.2002
Perchè Montalbano ci fa impazzire
Il commissario più amato dai lettori è di nuovo in libreria.
Ma cos'ha di speciale l'eroe di Camilleri? Ce lo spiegano sette fan eccellenti.
"Appena arrisbigliatosi, decise di telefonare in commissariato". Se
fate parte della vasta cerchia di lettori di Andrea Camilleri, avete già
capito di chi si tratta: del commissario Salvo Montalbano in persona. Tornato
da protagonista nel nuovo libro di di Andrea Camilleri, "La paura di Montalbano"
(Mondadori). Cinque racconti ambientati nell'immaginario paesino di Vigàta
che, tanto per cambiare, stanno scalando le classifiche. Ma perchè
il commissario piace tanto?
Per capirlo, lo abbiamo chiesto a sette grandi lettori diversi tra
loro, ma accomunati da una grande passione: quella per Camilleri e per
il più celebre dei suoi personaggi.
Patrizio Roversi, conduttore televisivo. "Montalbano mi piace
da morire per almeno tre motivi. La lingua che usa, il luogo dove vive,
le figure che gli stanno attorno, dall'aiutante Catarella alla fidanzata
Livia. Si capisce che Camilleri ama il suo personaggio, che è un
po' il suo doppio. E anche la sua arma segreta per catturare subito il
lettore".
Giovanni Tinebra, magistrato, direttore del Dipartimento dell'amministrazione
penitenziaria. "Sono tante le cose che mi piacciono di Camilleri e
di Montalbano. Una per tutte, la capacità di far rivivere
eventi, luoghi, profumi che fanno parte del vissuto di ogni siciliano.
Ma Camilleri è uno scrittore unico per un altro motivo. Perchè
mentre ti intrattiene, riesce anche a farti riflettere sulla malvagità
insita nelle cose umane. Sull'incongruenza del destino per cui troppo spesso
i cattivi trionfano sui buoni. Anche se alla fine Montalbano, per quanto
malconcio, esce da queste storie sempre a testa alta".
Angela Pintaldi, creatrice di gioielli. "Camilleri è
uno scrittore che sa reinventare la realtà, senza però tradirla.
In più, amo la sua semplicità. I suoi libri sono piacevoli
e toccanti nello stesso tempo: proprio come Montalbano. E io che sono mezza
siciliana, e attraverso il mio lavoro ho imparato a utilizzare la luce
mediterranea, ritrovo sulle sue pagine le tinte forti del Sud".
Carlo Lucarelli, scrittore. "I romanzi con Montalbano sono sempre
storie perfette, scritte in una lingua che, chissà come, diventa
la tua, e con un protagonista che è quello giusto per raccontarle.
Ma, soprattutto, Camilleri è divertente. Fa ridere. Anche dove è
più dramamtico.
Valerio Di Carlo, chirurgo, professore presso l'Università
Vita Salute dell'Istituto San Raffaele di Milano. "Trovo geniale, da
parte di Camilleri, l'uso del dialetto siciliano. E' come vedere un film
americano con i sottotitoli. Di Montalbano, poi, apprezzo la filosofia
di fondo. La sua è l'ironia dei saggi. Un'arma straordinaria per
affrontare la vita".
Maria Grazia Capulli, giornalista del Tg2. "I libri di Camilleri
non sono semplici gialli, sono molto di più: è letteratura
a tutti gli effetti. Si coglie perfettamente che tutto quello che è
scritto è stato molto pensato. E poi, in un momento in cui tutti
cercano di cancellare le diversità, apprezzo un personaggio come
Montalbano, che fa della sua sicilianità una bandiera".
Ersilio Tonini, cardinale. "Di Camilleri mi colpisce la profondità.
Sa cogliere la complessità dell'uomo, insieme di grandezza e di
miserie, come dice il filosofo Pascal. Per il peso che dà alla psicologia
e alla coscienza dei suoi personaggi mi ricorda due altri grandi autori
siciliani, Pirandello e Sciascia".
Milly Carlucci, conduttrice televisiva. "Le storie di Camilleri
ti avvincono per l'umanità dei personaggi. Montalbano è una
persona in carne, ossa e sangue, con cui è facile identificarsi.
Qualsiasi cosa faccia, o dica, è così immediato che sembra
quasi di stare insieme a lui e alla sua gente".
Silvia Sereni
Book presentation: The Shape of Water by Andrea Camilleri
Istituto Italiano di Cultura presents
The Shape of Water -- A Salvo Montalbano Mystery
by Andrea Camilleri
Translated by Stephen Sartarelli
(Viking-Penguin, 2002)
Participants include:
Stephen Sartarelli, Translator; Geoffrey O'Brien, Author, Editor in
Chief, "The Library of America," Contributor to "The New York Review of
Books"; Kathryn Court, President and Publisher, Penguin Books.
Thursday, May 30, 2002 – 6:00 p.m.
Istituto Italiano di Cultura
686 Park Avenue @ 68th Street
New York City
212.879.4242
L'Unione Sarda,
30.5.2002
La ricetta del successo è far vivere la lingua
Incontri. A ruota libera con lo scrittore Andrea Camilleri
Scusi, signor Camilleri, ma come fa a tenere questo ritmo?
A scorrere l’elenco della sua produzione recente, gli impegni e i risultati
c’è da restare allibiti. Caso letterario, fenomeno, fabbrica di
best seller, processo di beatificazione: parole slogan già usate
e abusate. Camilleri è Camilleri. E basta. Si gode il fresco nelle
vette delle classifiche dei più venduti, è in libreria La
paura di Montalbano, mercoledì esce La linea della palma, un libro-intervista
in cui lo scrittore siciliano racconta la sua vita a Saverio Lodato, a
settembre arriva un altro volume con le sue lezioni e conferenze, Natale
avrà come strenna i Meridiani (uno dedicato al commissario Montalbano,
l’altro ai libri storici) mentre è pronto un cd con Camilleri legge
Montalbano. A fine mese al Regio di Parma lo scrittore proporrà
le sue Riflessioni sui libretti di Verdi intanto Il birraio di Preston
è diventato opera lirica, sono al montaggio gli sceneggiati (a ottobre
su Raiuno quattro nuovi episodi con Zingaretti-Montalbano) e un film tratto
da La scomparsa di Patò. A metà giugno avrà il Premio
Novecento a Pisa, sarà in giro per conferenze e incontri, a ottobre
la toga per la laurea honoris causa in Lingue e letteratura straniere dalla
Iulm di Milano. Per non perdere il vizio ha già consegnato due libri
nuovi a Sellerio “ma aspettiamo il prossimo anno per non esagerare”. E
domani è in Sardegna: a Cagliari alle 16,30 (sala Cosseddu della
Casa dello Studente) incontra il suo pubblico. Sabato sarà a Nuoro
per onorare l’impegno di presidente di una sezione del “Premio Grazia Deledda”.
Allora, uno e trino.
«No, il segreto è nel lavoro. Nell’impegno quotidiano.
Quando insegnavo al Centro Sperimentale e all’Accademia D’Amico uscivo
la mattina e tornavo a tarda sera. Oggi che sono in pensione, che faccio?
Ho tanto tempo libero e scrivo».
Allora soffre d’insonnia.
«Dormo benissimo, mi bastano le mie cinque ore».
Allora si mette orari e regole di ferro?
«Mah, non sono mai stato capace di darmi tempi e ritmi. Mi alzo
presto, alle sette e mezzo sono già al lavoro: produco bene, il
mattino ha l’oro in bocca. Poi scrivo in qualunque momento, dovunque mi
capiti. Ricorda la celebre foto di Montanelli con l’Olivetti sulle ginocchia?
Va bene anche così. Se adesso in Sardegna mi viene voglia, prendo
una biro e scrivo».
Scrive a mano?
«Computer, da un po’ di tempo mi sono convertito alla tecnologia.
Mi permette di non riscrivere. Certo, stampo e faccio le correzioni a penna,
ma ora non ribatto più a macchina. Anche se c’è un rovescio
della medaglia: il computer, tagliando e spostando intere frasi, ti impigrisce,
ti può imprigionare in uno schema».
Ha bisogno di concentrazione per scrivere?
«Guai. Ho bisogno dei miei nipotini che mi scombussolano, fanno
casino, di mia moglie che mi interrompe. Tempo fa presi una casa nella
campagna Toscana per lavorare ad un libro. Due giorni dopo non avevo scritto
neppure una pagina e telefonai: riportatemi indietro o mandatemi i nipotini».
Flaiano diceva: “In Italia si perdona tutto tranne il successo”. Le
pesa essere famoso, si sente nel mirino delle invidie?
«Mi ritengo fortunato, il pubblico mi vuol bene. Pensavo di peggio.
Ogni tanto una frecciata o qualche colpo di carabina. Ma fa parte del gioco.
Se penso a quello che è successo a Susanna Tamaro, ingiustamente
linciata, o a Umberto Eco che è sopportato…».
Sarà un po’ stufo di interviste, concedersi ai fans.
«All’inizio era gratificante, mi faceva piacere. Adesso, sì,
sento la fatica di questo rito».
Domande sempre uguali…
«Fino a quando mi chiedono del mio lavoro, va bene ma adesso
con la popolarità mi chiamano per avere una opinione sulla coltivazione
degli ortaggi. Ma che ne so io? Oppure l’altro giorno volevano sapere che
ne pensassi di Trapattoni».
E che gli ha detto?
«Che non sono sportivo né tifoso. Da una vita. Anche se
- e faccio una confessione - in età ormai avanzata ho finalmente
superato un trauma infantile proprio legato al calcio. Mio padre era presidente
della Empedoclese [Empedoclina, NdCFC] e ogni domenica era uno strazio
perché quelle partite di serie zeta spesso finivano in rissa e a
casa c’era l’attesa: che succederà oggi, l’avranno picchiato, lo
rapiranno? Ero piccolo e questa angoscia mi ha segnato. Fino a quando poco
tempo fa ho visto per caso una partita di calcio in tv. Era un bella partita,
emozionante. Lì ho apprezzato gli schemi, le geometrie, il gioco,
ho iniziato da vecchietto ad appassionarmi».
Paradossale.
«Mah, è più paradossale il fatto che io non ho
la patente ma non mi perdo una gara di formula uno».
Ferrarista?
«Non saprei, mi piacciono le corse, ecco tutto».
Allora vede la tv?
«Dibattiti, di preferenza».
Cosa cambierebbe se fosse direttore di rete?
«Mi sento un pesce fuor d’acqua. Io da produttore in tv ho fatto
Maigret, gli sceneggiati con Alberto Lupo, i varietà di Antonello
Falqui, Mina. Non lo dico perché sono vecchio o malato di nostalgia
però lì c’erano fior di professionisti, tecnica e invenzioni.
Oggi, per esempio, non vedo posto per la prosa in televisione. Io ci avevo
portato Eduardo…».
E il teatro, dopo anni di frequentazioni, le manca?
«Il teatro lo scrivo. È stata una bella palestra di scrittura.
Una parentesi di 30 anni dove ho lavorato come regista e sceneggiatore,
col paziente obiettivo della narrativa».
Quando si è accorto che la scrittura era il suo modo privilegiato
di comunicare?
«Da subito. Già giovanissimo. Da ragazzo scrivevo poesie.
Alcune erano state pubblicate da Ungaretti nella collana “Specchio” di
Mondadori. Poi il lavoro e tanta gavetta. E l’esordio alla vigilia della
pensione».
E lo stile, diciamo, dialettale?
«Anche quello da sempre. È il mio modo naturale, il respiro
della mia scrittura. Il dialetto è lingua, strumento di conoscenza.
Perché è attaccato ad una radice culturale, quindi viva.
Io sono rimasto molto contento quando ho letto che in Sardegna era passata
la legge sul bilinguismo. Una bella conquista. Essere profondamente legati
ad una identità significa trovare nuova linfa di scrittura, di storie,
di atmosfere. Guardate in casa vostra l’esempio di Sergio Atzeni».
Mai pensato che avrebbe trovato ostacoli con i lettori?
«Sciascia, maestro ed amico, mi aveva messo in guardia, parlava
di problemi di comunicazione. Ma io ho sempre pensato che fosse la strada
giusta, la mia strada. È l’omologazione che mi preoccupa, la colonizzazione».
Il potere dell’inglese…
«Mi spiegherò con un esempio che vale più di mille
parole e teorie. Mi chiesero un articolo per una rivista di architettura,
dovevo parlare della mia casa. Lo scrissi, come scrivo io, e mi risposero:
scusi, signor Camilleri, ma non si capisce nulla, quei termini, eccetera
eccetera. Allora io aprii a caso quella rivista e al telefono iniziai a
leggere un pezzo, un florilegio spinto di inglesismi. Dissi: scusi, e questa
che lingua è?».
A parte i romanzi storici, gli altri libri hanno agganci con la realtà?
«Sempre. Io sono un avido lettore di giornali. Controllo le notiziole
di cronaca bianca e nera. Se qualcosa mi interessa, strappo la pagina e
la metto da parte. Ne ho accumulate tante… Poi questi fatti li metabolizzo,
spesso non vado neppure a rileggerli perché nella mia testa hanno
preso un’altra forma, un altro significato».
Quindi il giallo è il modo migliore per parlare dell’Italia
d’oggi.
«Sì, è un modo vitale. E c’è una bella scuola
di giallisti. Da Lucarelli a Fois, da Macchiavelli a Carlotto, per citare
qualche nome. Ma non dimenticherei le radici: De Angelis e soprattutto
Scerbanenco».
Qual è il segreto del buon giallo?
«Non barare mai. Il lettore deve essere ad armi pari con l’investigatore,
deve avere le stesse informazioni di chi indaga. È anche questione
di tecnica ma quello che rende interessante il romanzo sono i personaggi.
E l’ambiente».
Fedele a Montalbano, fedele alle sue idee politiche. Di sinistra.
«Si può cambiare idea nel corso del tempo, ma non si possono
cambiare le convinzioni profonde».
Le piace questa Italia, le piace questo governo?
«No, mi sento a disagio. Ma quello che è difficile è
combattere la serenità con cui questo paese ha votato una maggioranza.
Come faccio a dire a mio cugino che sbaglia quando vota Forza Italia?».
Esiste una cultura di destra?
«No. Stanno spremendo Veneziani, non c’è dell’altro. Parlano,
che so, di Ezra Pound ma faceva avanguardia mica cultura di destra. O di
Pirandello. Mi vien da dire con Flaiano che “gli italiani vanno in soccorso
dei vincitori”.
Ch’avemu a fari? Che facciamo?
«Siamo gente che sa darsi la zappa sui piedi ma ha anche la capacità
di rigenerarsi. Comunque amo l’Italia e non potrei vivere altrove».
Lei ha detto: “Quando ho il raffreddore prendo l’aspirina prodotta
dalla Bayer, e non mi chiedo se è la stessa società che ha
prodotto certi gas o altro. Purtroppo quando si scrive bisogna avere un
editore”. E il suo editore è anche Mondadori, ovvero Berlusconi.
«Mi concedo dei piccoli tradimenti, ogni tanto abbandono la signora
Sellerio, alla quale devo la mia scoperta. Ma un autore deve essere libero,
prendere l’editore come un’aspirina. Poi con Mondadori, che ha una ottima
distribuzione, il libro ha una vita triplicata, passando di collana in
collana e trovando nuovi lettori».
Ha paura della serialità di Montalbano?
«È un rischio. Ma credo di aver trovato un modo per evitarla.
Montalbano cresce, cambia e invecchia con me. Segue gli umori del tempo,
si impossessa delle malinconie, incazzature, dolori della vita. Di quello
che accade. Per esempio, prima o poi avrà a che fare col G8».
Nel nuovo romanzo?
«Non c’è ancora un nuovo romanzo per Montalbano».
Lo manderà anche in pensione?
«È nella logica umana».
Cosa accade se Montalbano incontra Maigret?
«Gli dice “non invecchi mai”».
E con Nero Wolfe?
«Uhm, non si parlano».
Con Pepe Carvalho?
«Bisticciano sulle pietanze. A me è successo con Vásquez
Montalbán, a Barcellona. Alle 9 del mattino mi voleva far mangiare
una salsiccia pepatissima».
E con Hercule Poirot?
«Gli parla in un raffinato francese con cadenza sicula».
E se Montalbano incontra Berlusconi?
«Io non scrivo libri di fantascienza».
Sergio Naitza
L'Unione Sarda,
30.5.2002
Incontri a Cagliari e a Nuoro
Arriva in Sardegna Andrea Camilleri, lo scrittore siciliano che ha saputo
scalare le classifiche, entrare nel cuore dei lettori, imporre il suo personale
stile e godere degli apprezzamenti della critica. Camilleri, 77 anni, domani
è a Cagliari per incontrare il pubblico. Appuntamento alle 16,30
nella sala Cosseddu della casa dello Studente. Giuseppe Marci parlerà
dei libri “Il re di Girgenti” (Sellerio) e “La paura di Montalbano” (Mondadori).
Coordina l’incontro Stefano Salis. Sabato Camilleri fa tappa a Nuoro per
partecipare al Premio nazionale Grazia Deledda, che avrà inizio
alle 9,30 nell’auditorium dell’Istituto Etnografico. Camilleri è
anche il presidente di una delle quattro giurie (sezione narrativa) del
Premio. Nel pomeriggio, dopo una visita alla casa di Grazia Deledda, Camilleri
alle 17,30 incontrerà i lettori nuoresi alla Biblioteca Satta.
La
Nuova Sardegna, 30.5.2002
Andrea Camilleri incontra i lettori
Domani a Cagliari e sabato a Nuoro
Andrea Camilleri arriva in Sardegna per prendere parte ad alcuni incontri
con i suoi tanti lettori sardi e per partecipare alla cerimonia di premiazione
del premio letterario intitolato a Grazia Deledda, di cui l'autore siciliano
presiede una sezione. Il primo appuntamento è a Cagliari domani
alle 16,30 nella sala Cosseddu della Casa dello Studente. In un dibattito
moderato dal giornalista Stefano Salis, dopo l'introduzione di Luigi Sotgiu,
presidente dell'Ersu, il docente universitario Giuseppe Marci presenterà
i due ultimi libri dello scrittore siciliano: «La paura di Montalbano»
e «Il re di Girgenti». Camilleri sarà invece a Nuoro
nella mattinata di sabato 1º giugno per la cerimonia di proclamazione
dei vincitori del premio Deledda (ore 9,30, museo etnografico). Nel pomeriggio,
alle 17,30, incontrerà i lettori alla biblioteca Satta, dove sarà
ancora Giuseppe Marci a parlare delle sue opere.
La Repubblica
(ed. di Palermo), 26.5.2002
Piazzese scatena un derby di attori. Scarpati, Fiorello e Castellitto:
tre candidati per interpretare La Marca
La riduzione televisiva del romanzo "I delitti di va Medina Sidonia".
L'attore di "Un medico in famiglia" in trattativa da settembre
Ve lo immaginate Giulio Scarpati, l'interprete del mite Lele nel seguitissimo
"Un medico in famiglia", nei panni di Lorenzo La Marca, «l'ex sessantottino
colto, intelligente, raffinato, ironico e autoconsapevole», protagonista
de "I delitti di via MedinaSidonia"? Potrebbe infatti essere proprio Scarpati,
che in Sicilia ha già vestito i panni di Rosario Livatino nel film
"Il giudice ragazzino", a interpretare il ruolo dell'investigatorebiologo
palermitano del romanzo di Santo Piazzese, in una serie televisiva per
la Rai prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti, il produttore del
"Commissario Montalbano". Pare infatti che il medico televisivo più
famoso d'Italia sia in trattative da settembre, anche se fino ad oggi non
è arrivata nessuna conferma. Nella rosa dei possibili interpreti,
figura addirittura il nome dello showman siciliano Fiorello, che in un
primo era addirittura in cima alla lista, accanto a quelli di Sergio Castellitto
e di Sergio Rubini.
Ma cosa ne pensa il diretto interessato, ossia Piazzese, il «padre»
di Lorenzo La Marca? «Beh, a dire il vero - dice Piazzese - io un
candidato l'avevo, ma mi hanno detto che era troppo vecchio. Il suo nome?
De Niro. Scherzi a parte, chiunque sia alla fine l'attore prescelto, gli
si deve imporre un bagno nel fiume Oreto, dove sciacquare dovutamente i
panni».
I nomi degli sceneggiatori invece sono noti da tempo: si tratta di
Francesco Bruni e Salvatore Di Mola. Una vera garanzia, visto che sono
stati loro a firmare le sceneggiature per la tv dei romanzi di Camilleri.
«Tutto questo è vero, ma molto dipende da chi sarà
il regista. Bisogna tenere presente che nel passaggio dal libro alla sceneggiatura
si deve per forza rinunciare a qualcosa. Anche se io ho letto entrambe
le sceneggiature ricavate dai miei romanzi, e devo dire che sono piuttosto
fedeli e questo è un evento abbastanza raro. Oltretutto, i miei
sono libri d'atmosfera, in cui molte cose non risultano immediatamente
trasferibili. Ai due sceneggiatori ho inviato una trentina di pagine, zeppe
di annotazioni e suggerimenti. Spero che ne tengano conto».
Ma c'è anche una seconda mediazione, quando dallo sceneggiatore
si passa al regista... «È vero, per non parlare di un terza
transizione, dalla regia al montaggio. Non va poi trascurato il fatto che
la Rai può anche fare i suoi aggiustamenti, a prodotto ultimato.
Alla fine, ho sempre il diritto di decidere se comparire o meno nei titoli
di coda, e di scegliere tra le varie formule di rito: "liberamente tratto
da", "ispirato a", "riduzione televisiva da". Se, caso estremo, dovessi
riconoscere che i punti di contatto tra il prodotto televisivo e i miei
romanzi sono davvero pochi, potrei anche scegliere di non far comparire
affatto i titoli dei miei libri».
Salvatore Ferlita
Stilos, supplemento de La
Sicilia, 28.5.2002
Io e Montalbano facciamo teatro
L'instancabile scrittore esce con una raffica di titoli: una nuova
intervista autobiografica, nuovi racconti del commissario di Vigàta,
una raccolta di lezioni sulla sua attività teatrale, un CD-ROM con
la propria voce e un altro con le proprie pièce.
E del poliziotto dice: "E` sempre più un uomo che si lecca le
ferite del nostro tempo".
Andrea Camilleri, per niente intimidito dalle critiche di chi costantemente
gli rinfaccia la sua prolificità, continua a sfornare successi:
la nuova raccolta di racconti, intitolata La paura di Montalbano
(Mondadori), ha conquistato subito la prima posizione nella classifica
dei titoli più venduti. Anche se alcuni giorni fa, sul "Corriere
della Sera", Cesare Medail, pur lodando i racconti lunghi «Ferito
a morte», «Il quarto segreto» e «Meglio lo scuro»
in cui Camilleri è riuscito a dare il meglio di sé, ha bacchettato
l’autore agrigentino per i tre «cortometraggi», a causa della
narrazione troppo contratta e dell’affresco ridotto a bozzetto. «La
vena di Camilleri ha bisogno di distendersi» scrive Medail e il racconto
breve non glielo consente, costringendolo a «uno scarto secco»,
estraneo alla sua vocazione.
«Effettivamente – confessa Camilleri – a me il genere racconto
sta un po’ stretto; non me la sento proprio di contraddire Medail. Credo
poi che la contrazione in questi racconti si avverta di più per
il fatto che essi derivino da romanzi seriali: infatti il lettore si aspetta
certi personaggi, il richiamo a situazioni e vicende precedentemente narrate.
Nei racconti, per forza di cose, spariscono alcuni personaggi ai quali
ci si è nel tempo affezionati. Lo stesso Montalbano credo che dia
il meglio nei tre romanzi brevi o racconti lunghi, come dir si voglia.»
Riguardo alla lingua, invece, è come se si avvertisse una patina
arcaicizzante. Forse perché lei viene dalla fatica de Il re di
Girgenti, dove faceva uso del dialetto agrigentino del Settecento.
«Tutto ciò è sacrosanto, e si avvertirà
anche nei racconti successivi e nelle altre cose che scriverò. Il
re di Girgenti rappresenta una vera e propria svolta nel mio processo
di invenzione linguistica. Devo fare una certa fatica per non tornare a
determinati moduli di scrittura, messi in atto nell’ultimo romanzo. C’è
ora nella mia testa, quando mi metto a scrivere, "qualcosa che stinge",
come si dice a proposito della biancheria messa in lavatrice; me ne accorgo
continuamente, ma non posso farci nulla.»
Vuole fare un bilancio delle reazioni della critica, all’uscita de
Il
re di Girgenti?
«Da alcuni il romanzo non è stato considerato per l’importanza
che aveva, non dico nel senso della storia della letteratura, ma quantomeno
nel complesso della mia produzione. Veramente Il re di Girgenti
è l’opera della mia vita, anche se capita spesso che il libro considerato
dal suo autore come la pietra miliare risulti il meno gradito dagli studiosi
e dai recensori.»
Viene da pensare al povero Petrarca e alla sua Africa.
«Non lo volevo dire, per evitare accostamenti blasfemi, ma visto
che lei l’ha tirato fuori, ammetto che anch’io avevo pensato all’autore
del Canzoniere.»
Ma passiamo alle sue prossime uscite: il 5 giugno da Rizzoli esce il
libro-intervista con Saverio Lodato La linea della palma. Quale
Camilleri viene fuori?
«Preciso subito che non si tratta di una ripetizione di quello
fatto con Marcello Sorgi e pubblicato da Sellerio. Quella non era un’intervista
di Marcello a me, ma una conversazione tra due siciliani, anche se diversi
per età e per esperienze di vita. Questa di Saverio invece è
una vera e propria intervista. A tal proposito, dico subito che, in genere,
è l’intervistatore a fare il libro; colui che conduce la partita
ha le carte in mano. E giorni fa mi divertivo a notare che Leonardo Sciascia
ha scritto quattro o cinque libri del genere: quello con Marcelle Padovani,
un altro con Domenico Porzio… Eppure non si tratta di libri che ripetono
le stesse cose. A seconda dell’intervistatore, è chiaro, cambiano
le domande. Quella fatta da Lodato poi è un’opera maieutica, che
investe tutta quanta la mia vita. Molte cose non erano sviluppate in La
testa ci fa dire, mentre in questo nuovo libro è dato più
ampio spazio a quella che è stata la mia formazione letteraria e
politica.»
Lei ha già annunciato che nella prossima avventura di Montalbano,
il commissario a un certo punto non potrà fare a meno di scendere
in campo. In che senso?
«A giugno uscirà da Mondadori un libro che conterrà
sette racconti, questa volta tutti editi, e una mia lunga dichiarazione
su Montalbano, assieme a due cd rom con i racconti letti dalla mia viva
voce. Come ho già detto, è il commissario di Vigata a volte
a suggerirmi alcune trame di racconti. Anzi, sull’ultimo numero di "Micromega",
ci sarà un Camilleri che rompe i "cabasisi" al suo personaggio,
invitandolo a dirgli qualcosa. Ma Montalbano è a disagio. Attenzione
però, non si tratta di un disagio politico, ma di un malessere dettato
da ciò che sta accadendo all’interno della polizia, con la storia
del G8, tanto per intenderci, che non poteva passare inosservata. E il
commissario sta lì a leccarsi le ferite, a trovare giustificazioni
e a lanciare accuse. Per forza di cose, dunque, in un romanzo questo mio
eroe deve tirar fuori da se stesso e dalle situazioni in cui si trova "u
nivuru comu la siccia". Viene fuori da tutto ciò anche un’ulteriore
riflessione su se stesso, sul suo rapporto con la società e con
il prossimo, sull’utilità di intervenire in alcune vicende e sul
fatto di essere arrivato a una certa età. Montalbano non se ne vuole
andare dal commissariato con l’amaro in bocca; vorrebbe serbare buoni ricordi,
anche se tutto ciò, al giorno d’oggi, si fa sempre più difficile.»
Ha anche in preparazione, per Rizzoli, un altro libro sul teatro. Si
tratta di un nuovo dizionario ragionato?
«Un’anticipazione di questo mio nuovo libro l’ho data con Le
parole raccontate, un dizionario ironico sull’universo drammaturgico.
La nuova opera sarà invece una raccolta di lezioni e conversazioni
sul teatro, tenute a Pisa in diverse occasioni e davanti a un pubblico
di volta in volta diverso. Alcuni argomenti sono stati improvvisati sul
momento e poi trascritti dalle registrazioni effettuate, altri erano precedentemente
preparati. Può darsi che il lettore si accorga dei diversi livelli
di comunicazione. Nel corso di queste conversazioni ho trattato degli autori
che più mi hanno interessato nella mia carriera di regista e di
insegnante di drammaturgia. Può essere considerato come un consuntivo
di trent’anni di attività teatrale. Si tratta di un libro per me
importante, in quanto mette un punto fermo sul teatro. Spero di aggiungere
a questo un altro libretto, munito di cd rom, con la raccolta dei miei
spettacoli.»
Per tornare al giallo, agli ormai conosciuti romanzi polizieschi di
Piazzese, Cacopardo e ai suoi, si aggiunge da ultimo quello di un vero
commissario di polizia palermitano, Pier Giorgio Di Cara, pubblicato dalle
edizioni e/o, intitolato Isola nera. A questo punto, Calvino si
sbagliava di grosso quando argomentava sull’impossibilità di ambientare
un giallo in Sicilia, con particolare riferimento ai libri di Leonardo
Sciascia.
«Calvino si era sbagliato eccome! Quelli di Sciascia erano dei
veri gialli ambientati in Sicilia. E questo commissario di Palermo mica
scherza. Ho letto con vero piacere il suo nuovo romanzo, Isola nera.
Ormai penso che si sia sturato il serbatoio della Sicilia del poliziesco.
E poi è bello notare come la scrittura di Di Cara non abbia nulla
a che vedere con quella di Piazzese; come del resto quella di Piazzese
non ha nessun rapporto con quella di Cacopardo, e così via. Certo,
ci sono le radici sicule che vengono fuori dalle storie narrate, ma si
tratta di scritture completamente diverse tra loro, e trovo tutto ciò
entusiasmante.»
In quasi tutte le sue opere, lei ha cercato sempre si mettersi alla
prova: col Birraio di Preston, con La scomparsa di Patò,
con Il re di Girgenti, tanto per fare qualche titolo. Secondo lei,
i critici si sono accorti di questa sua smania di sperimentazione? È
come se, nelle sue pagine, il contenitore del romanzo ottocentesco venisse
continuamente svuotato e riempito di forme sempre nuove.
«A volte i critici nemmeno se ne accorgono. Soltanto quelli che,
come Guglielmi ad esempio, hanno le antenne più attente alla sperimentazione
ne hanno sentore. Nessun addetto ai lavori ha mai parlato del tentativo
di strutturare ogni mio romanzo storico in modo diverso; anche all’interno
dello stesso romanzo, come avviene nel Re di Girgenti. Ma se ancora
non se ne sono accorti, pazienza.»
Tre anni fa Giuseppe Petronio, sull’"Unità", scrisse che a volte
il successo fa male, e portava come esempio anche il suo caso. Lei cosa
ne pensa, visto che continua a pubblicare con un ritmo alquanto sostenuto
e riscuotendo quasi sempre grande successo?
«Tutto il mio rispetto per Petronio, che è un vero maestro
e uno dei pochi che si pronuncia su libri che veramente legge. Voglio solo
precisare che a me il successo non ha per niente montato la testa. Il
re di Girgenti, che arriva all’apice del mio successo, è stata
una scommessa: con me stesso e con i lettori. A volte la coerenza di scrittura
genera una sorta di assuefazione nel palato di chi legge, non facendo avvertire
le increspature, i cambiamenti, le vene sotterranee. Certo, non mi si può
accusare di modificare la mia scrittura per una maggiore comprensione.
E poi esiste la mia personale sperimentazione anche nel romanzo breve,
come si evince dall’ultima raccolta di racconti. Non scrivo tanto per scrivere,
ma per vedere se riesco a superare certi ostacoli.»
Come si sente dopo la celebrazione che le è stata tributata
a Palermo, in occasione del convegno «Letteratura e storia. Il caso
Camilleri»? A qualcuno è parsa una sorta di anticipata commemorazione.
Manganelli, in un suo conosciutissimo pezzo, ammise di preferire, a questi
riti celebrativi, la «scommemorazione».
«Sì, si è trattato di una commemorazione, ma la
cosa che mi ha divertito di più è stata l’ammissione di Gioacchino
Lanza Tomasi, il quale si è detto imbarazzato a parlare avendo davanti
agli occhi la "salma" del commemorato. Anche se devo confessare che sono
state due giornate interessanti perché, al di fuori di quella che
è la strettoia di misura della recensione, la gente che è
intervenuta ha potuto parlare liberamente. Ne sono venute fuori, anche
dagli interventi più banali, annotazioni critiche interessanti,
spunti di riflessione notevoli. Di solito, chi viene commemorato, essendo
già nell’Aldilà, non se la può gustare tutta. Io,
in quanto salma vivente, devo dire che me la sono goduta».
Salvatore Ferlita
Stilos, supplemento de La
Sicilia, 28.5.2002
Montalbano a casa di un ex cancelliere
Armando Vitale. «Il mondo del commissario Montalbano»
Prendete un cancelliere siciliano a riposo nato a Corleone, Armando
Vitale, che per la prima volta in vita sua prende in mano dei gialli infarciti
di dialetto, il suo dialetto, quel misto di siculo-italiota che sta facendo
impazzire la penisola, e viene folgorato da un personaggio: Salvo Montalbano,
commissario di Vigàta, provincia di Montelusa. Aggiungete un anziano
e fecondo autore di Porto Empedocle, Andrea Camilleri, che dopo esordi
difficilissimi (il suo primo libro, con protagonista il maresciallo Corbo,
lo scrisse nel 1968 ma nessuno si accorse di lui), spopola in tutte le
librerie, viene tradotto perfino in Moldavia e Giappone, e il suo commissario
è entrato nell’immaginario comune, come la sua caratteristica parlata,
dopo l’ottima performance televisiva di Luca Zingaretti che ha dato volto
e movenze a Salvo Montalbano, meteopatico servitore di uno Stato anche
troppo lontano.
Mescolate il tutto con un piccolo editore, Michele Vaccaro, nisseno,
che dopo una vita spesa per l’insegnamento, nel 2000 mette su una minuscola
casa editrice, la «Terzo Millennio Editore» che cominciava
a muovere i primi passi nell’affollato mondo editoriale italiano. Ne è
venuto fuori un anno addietro un agile libro, Il mondo del commissario
Montalbano. Considerazioni sulle opere di Andrea Camilleri, che sta
facendo conoscere a livello nazionale la piccola realtà editoriale
nata nel cuore della Sicilia, a Caltanissetta, nella piccola Atene immortalata
da Sciascia.
Il libro di Vitale è stato molto ricercato al recente Salone
del libro di Torino dove la casa editrice nissena era presente in due stand;
richieste di acquisti continuano a pervenire via Internet (la distribuzione
nazionale quando si è agli esordi è molto ardua), più
librerie del nord Italia continuano a richiedere il libro e prenotazioni
giungono anche da Malta mentre perfino lo sfegatato fan club camilleriano
ha inserito la pubblicazione di Terzo Millennio nel visitatissimo sito
www.vigata.org.
A compendio di tutto ciò non poteva mancare la squisitezza dello
stesso scrittore che, da buon padre di ottimi investigatori, avendo avuto
notizia del libro sul suo Montalbano, si è messo in contatto con
la casa editrice e, dopo avere visionato l’opera, ha scritto di suo pugno
per ringraziare sia Terzo Millennio che l’autore (il cancelliere in pensione),
dell’attenzione dedicata al suo personaggio. Una cortesia bilaterale, inutile
nasconderlo, visto che il libro su Montalbano sta facendo da traino per
fare conoscere le tante iniziative della piccola ma onesta casa editrice:
la collana di gialli e noir «L’olivo saraceno», il Dizionario
italiano-siciliano e un testo di grammatica siciliana, le opere di saggistica
sull’isola e quelli di mafia.
Ma per quale motivo un cancelliere in pensione (sembra il protagonista
di uno dei racconti di Montalbano) si è dilettato a scrivere tale
libro? Armando Vitale, che ha percorso la carriera di funzionario di cancelleria
fino al livello dirigenziale, nominato dal Csm giudice onorario di Caltanissetta,
lo spiega con le sue stesse parole: «Un po’ è stata la lingua
usata, che è proprio quella quotidianamente utilizzata sia da me
che dalle tante persone che mi circondano. Il nostro linguaggio non è
l’italiano, perché il ricorso al dialetto è frequente, anche
se non esclusivo, proprio per l’immediatezza e l’espressività che
i dialetti ed in particolare quello siciliano hanno. Un po’ è stata
la localizzazione delle varie azioni che non poteva avere altra sistemazione
di quella che ha avuta: solo Vigata e dintorni poteva essere il loro teatro.
Infine i personaggi. Alla fine di ogni opera Camilleri si affanna a sostenere
che fatti, personaggi e situazioni sono stati inventati. Non credetegli!
Fatti e personaggi sono esistiti realmente, esistono realmente e continueranno
realmente ad esistere. Sull’autobus della gita a Tindari, figuratevi, mi
ci sono trovato pure io. Altro che personaggi inventati di radica!»
Un’opera godibilissima che tuttavia, come lo stesso autore ribadisce
nella prefazione, «non può, anzi non deve, sostituire la lettura
dei singoli libri; è riservata invece a coloro che hanno abbiano
letto, almeno una volta, tutte, ripeto tutte, le storie di Montalbano».
Ed è proprio sulla figura e sul mondo che ruota attorno al commissario
Salvo Montalbano che il libro di Vitale è imperniato: come i suoi
rapporti con Livia, eterna fidanzata, a cui Vitale si rivolge: «Livia,
se mai un personaggio potrà ascoltare un lettore, sappi che ho cercato
di mettere una buona parola presso il tuo Autore, perché Salvo,
una volta promosso ed allontanato da Vigata, ti possa sposare! Più
di questo non posso fare». Quindi quelli con la criata Adelina, col
personale dipendente, le indagini, la sua casa. Il libro è arricchito
dall’elenco di tutte le opere di Camilleri e dei personaggi del mondo di
Montalbano; segue l’organico del commissario di Vigata e i locali del commissariato,
i locali tipici dove Montalbano ama abbuffarsi di freschissimo pesce «ciaurusu
di mari», le località, le mangiate di Montalbano. Come ha
scritto il compianto Placido D’Orto, «il mondo del commissario Montalbano,
è un indispensabile contributo alla lettura delle opere di Camilleri,
reso in un linguaggio scorrevole e qua e là punteggiato da accattivanti
annotazioni».
Miro La Cometa
La Sicilia, 27.5.2002
Il «giallo della stricnina»
La penna di Camilleri ripesca un caso del '48
CALTANISSETTA - Nei giorni scorsi è arrivato nelle librerie d'Italia,
svettando subito nella classifica delle vendite, il nuovo volume della
“saga” del commissario Montalbano, il fortunato personaggio nato dalla
sempre più feconda penna di Andrea Camilleri. Si tratta de “La paura
di Montalbano” (edito da Mondadori) che raccoglie sei racconti con protagonista
il poliziotto di Vigàta, alle prese con i soliti casi più
o meno intricati.
Il racconto finale, intitolato “Meglio lo scuro”, nonostante lo scrittore
empedoclino dichiari in appendice che «nomi e situazioni sono di
mia invenzione e non hanno quindi nessun rapporto con la cosiddetta realtà»,
invero presenta forti analogie con un celebre caso giudiziario che ebbe
a Caltanissetta scenario e protagonisti nell'immediato dopoguerra. Fu,
quello, “il giallo alla stricnina”, un caso di veneficio che vide protagonista,
nel 1948, una donna dell'aristocrazia nissena, alfine condannata per aver
avvelenato il marito, noto professionista, propinandogli un topicida, perchè
follemente innamorata del cugino-amante. Una vicenda, quella, che fece
molto scalpore e divise l'Italia tra innocentisti e colpevolisti: la donna
confessò subito l'avvelenamento del marito, a sua volta sofferente
di una grave forma di tabagismo, e di avergli propinato la polvere topicida
durante un attacco di quel male, così da portarlo alla morte. Poi
ritrattò, rimanendo comunque al centro di una lunga e complessa
vicenda giudiziaria, che si concluse con la sua condanna, e che registrò
anche “gialli” nel “giallo”, come ad esempio quello delle perizie chimiche
fatte sui reperti cadaverici della vittima: nessuna traccia di stricnina
per i periti palermitani, massiccia presenza del veleno per i controperiti
fiorentini; o come quello dello “strano” e lungo viaggio dei reperti tra
i due laboratori (spediti da Palermo, si “rinvennero” a Firenze dopo due
mesi...). Fatti, questi, che - come altri - si riscontrano nell'episodio
camilleriano che, come detto, presenta molte - forse troppe - “analogie”
col celebre caso nisseno: e quanti a Caltanissetta ancora ne conservano
ricordo (la protagonista si è spenta, novantenne, appena l'anno
scorso), leggendo la nuova avventura di Montalbano non hanno potuto fare
a meno di cogliere il netto collegamento (il “giallo” nisseno, proprio
per la sua avvincente complessità, ha anche trovato spazio in pubblicazioni
dedicate, appunto, ai casi giudiziari più celebri).
Nel suo racconto, Camilleri - cui, di certo, non difetta la fantasia
per i suoi apprezzati soggetti, e il successo che continua a mietere lo
conferma appieno - inserisce la vicenda del veneficio in quella del “pentimento”
di un'anziana donna, vedova di un farmacista, che in punto di morte confessa
che la bustina consegnata cinquant'anni prima ad un'amica (l'avvelenatrice)
non conteneva quel veleno che sarebbe stato causa del decesso del marito
della stessa amica, e quindi al centro della vicenda giudiziaria in seguito
scaturita. Camilleri, da maestro di trame qual è, è bravo
a montare questa storia, che impegna Montalbano, su quella dell'avvelenamento
che occupa la parte centrale del racconto e che, come detto, ricorda molto
quella nissena, pur nella diversità di alcuni particolari.
Rimangono obiettivamente parecchi, però, quelli in comune riscontrabili
nelle due storie: dai primi malesseri della vittima, al suo decesso assistito
dagli amici, agli immediati sospetti dei familiari che chiedono l'esame
autoptico, alla prima confessione della donna, alle varie fasi del processo,
via via fino alla grazia concessa alla donna dopo una lunga detenzione.
Walter Guttadauria
L'Arena, 27.5.2002
Torna Montalbano
In libreria il nuovo volume di storie di Andrea Camilleri in cui il
popolare commissario appare più riflessivo, più attento a
se stesso. «Per la prima volta ho scritto racconti lunghi»
«Livia aveva ragione. Lui aveva paura... Aveva scanto perché
sapeva benissimo che raggiunto il fondo... Avrebbe immancabilmente trovato
uno specchio. Che rifletteva la sua faccia». È questo in sintesi
il messaggio de «La paura di Montalbano», l'ultimo libro di
Andrea Camilleri, edito da Mondadori (pp. 324 - euro 11,80) arrivato da
pochi giorni in libreria. Il volume è una raccolta di sei racconti,
tre brevi e tre lunghi, a differenza dei precedenti volumi mondadoriani
(i romanzi di Montalbano escono da Sellerio) dove i racconti erano tutti
brevi e più numerosi. In questo volume c'è «un Montalbano
più riflessivo, più attento ancora, semmai, a se stesso»,
specifica l'autore.
«La paura di Montalbano» è il quinto racconto, breve,
che Camilleri definisce «il più strano». A cominciare
dal luogo dell'ambientazione, un piccolo centro di montagna, in provincia
di Courmayeur, dove il commissario di Vigata «è completamente
spaesato». Spiega l'autore: «In questo racconto c'è
lo specchio deformante che riflette la faccia di Montalbano; egli è
accusato di non approfondire mai la psicologia, si ferma alle ragioni che
spingono qualcuno a commettere una colpa, ma forse - aggiunge - ci sono
ragioni più profonde e in questo senso Montalbano capisce che le
critiche nei suoi confronti sono fondate e che se si cala più nel
profondo trova la propria immagine riflessa».
I tre racconti brevi - «Giorno di febbre»; «Un cappello
pieno di pioggia» e «La paura di Montalbano» - per Camilleri
«più che indagini sono tre incontri straordinari». Per
gli altri tre - «Ferito a morte»; «Il quarto segreto»
e «Meglio l'oscuro» -, invece, si tratta di una novità
stilistica.
«Per la prima volta ho scritto racconti lunghi, due sono da 60
cartelle ed uno da 100 - indica lo scrittore siciliano - si tratta quasi
di romanzi brevi». Un genere che Camilleri definisce «difficile»
e che non aveva mai tentato in precedenza, ma dei quali è soddisfatto
perch é consentono «un maggiore respiro a personaggi che vivono,
appunto, come in romanzi brevi». Una scelta con la quale l'autore
può fare le sue «amate digressioni».
I tre racconti lunghi sono inediti, a differenza di due dei tre brevi
che sono stati già pubblicati: come specifica lo scrittore nella
nota a fine libro «Giorno di febbre» è stato pubblicato
su una rivista dell'Amministrazione penitenziaria e «Un cappello
pieno di pioggia» su un quotidiano nazionale nel 1999.
Se lo spirito di Montalbano trova in questo ultimo libro una progressione
verso la riflessione e l'autoanalisi, c'è anche una novità
narrativa, un nuovo legame tra il commissario e il centralinista del commissariato
di Vigata, Catarella. «Il quarto segreto» è la prova
di questo legame perch é i due condivideranno proprio quattro cose
che non riveleranno ad alcuno. E proprio in questo stesso racconto nasce
e si consolida una inedita amicizia tra Montalbano ed un ottimo maresciallo
dei carabinieri.
La Repubblica
(ed. di Palermo), 26.5.2002
Arriva il detective col diabete
Mondadori pubblica "L'abbaglio" di Cacciatore
Sembra che l'esercito dei giallisti siciliani, di giorno in giorno,
venga incrementato da nuove leve. L'ultimo chiamato «alle armi»
è Giacomo Cacciatore, scrittore di trentaquattro anni, del quale
uscirà tra breve il racconto poliziesco L'abbaglio, quasi un romanzo
breve, inserito nella raccolta noir della Mondadori intitolata Caldo polare,
a cura di Sandrone Dazieri, nella quale si potranno leggere testi di Carlo
Lucarelli, Santo Piazzese e Andrea Camilleri.
Un nuovo investigatore dunque si aggira per le strade di Palermo, città
mediterranea con una spiccata vocazione a ospitare intrighi e omicidi:
il suo nome è Vittorio Cacciamali, vice soprintendente affetto da
diabete, che si ritrova, pochi giorni prima del suo congedo, a spezzare
il patto di mutua comprensione con il suo quartiere, Ballarò, dove
tra l'altro lo stesso Cacciatore è cresciuto. «È uno
dei miei luoghi preferiti - dice - Sarà il teatro dell'azione del
mio racconto, una storia continuamente in bilico tra l'ironico e il grottesco,
con al centro un investigatore al quale ho fatto scontare la pena del contrappasso.
Nel senso che, dopo una sfilza di commissari e detective sensibili alla
buona cucina e in grado di digerire di tutto, adesso arriva Cacciamali,
che certi piaceri a tavola non se li può passare, ma che sarà
bravo a esplorare il microcosmo di Ballarò».
E non sarà questa l'unica indagine del vice soprintendente,
dal momento che tornerà alla carica nel prossimo libro di Cacciatore,
un romanzo che avrà inizio dal finale di L'abbaglio, e ambientato
ancora a Ballarò. Intanto sta per uscire per Ila Palma, Amore e
coltelli, una raccolta di racconti che Cacciatore ha pubblicato su "Repubblica"
tra il 1999 e il 2002.
E la lingua? «Ho cercato di leggere il meno possibile Camilleri,
non certo per mancanza di stima, ma solo per non subirne il fascino e l'influenza.
Il dialetto è difficile da evitare, parlando di Palermo e del suo
mercato. Perciò ho deciso di circoscrivere le espressioni dialettali
alle parti dialogate».
Salvatore Ferlita
Specchio, supplemento de La
Stampa, 25.5.2002
Quando facevo Maigret
Anni '60, il futuro inventore di Montalbano è produttore alla
Rai. Gli suggeriscono: portiamo sul piccolo schermo il commissario parigino.
Ecco, nel suo racconto, come nacque una serie leggendaria.
Ma a chi lo dobbiamo, Maigret? Il successo di Maigret in Italia, s’intende.
Alla Mondadori, certo, che per prima tradusse i gialli del commissario
parigino. Adesso all’Adelphi, che lo ristampa come un classico. In mezzo,
negli anni Sessanta, senza dubbio a Gino Cervi, protagonista di sedici
episodi televisivi che inchiodarono il Paese davanti alla tivù come
solo, a quei tempi, “Lascia o raddoppia” (e oggi quegli episodi, ristampati
in cassetta e dvd dalla Elle U Multimedia si vendono alla grande, e se
non li trovate in edicola potete sempre cercarli sul sito elleu.com).
Ma qui siamo alla storia, storia nota. A scavare la storia, però,
salta fuori il romanzo. Vero. E nel primo capitolo del romanzo si scopre
che dietro alla fortuna esplosiva del commissario Maigret formato tivù
c’è l’inventore dell’unico commissario italiano capace di tenergli
testa per abilità investigativa, inclinazioni gastronomiche, successo
di pubblico. Che dietro a Gino Cervi, insomma, c’è Andrea Camilleri,
e se non è una coincidenza questa… Lui mette le mani avanti: ”All’epoca
non mi passava neppure per l’anticamera del cervello di scrivere romanzi
gialli. Non avevo la minima idea che un giorno avrei raccontato del commissario
Montalbano”.
All’epoca Camilleri faceva il produttore per la seconda rete della
Rai, una Rai che adesso non si può neanche immaginare, dove uno
come lui, “barando”, poteva mandare in onda roba impervia come “Finale
di partita” di Samuel Beckett (in un ciclo dedicato al Teatro dell’Assurdo).
In che senso, “barando”? “Bé, la mia idea era di portare in tivù
drammi altrimenti incomprensibili usando, diciamo, un trucco. E il trucco
era la scelta degli attori… In “Finale di Partita” i protagonisti erano
Renato Rascel e Adolfo Celi, capisce?”. Ebbe ottocentomila spettatori,
“una cosa incredibile. Ma già per la televisione cominciava a essere
poco. Va bene, pazienza. Comunque quando mandavamo in onda Maigret, nei
cinema furono costretti a mettere gli apparecchi tivù, e farlo vedere
prima del film. Se no la gente
stava a casa.”
Camilleri rimette le mani avanti: ”L’idea di Maigret, però,
non fu mia. Nacque a Diego Fabbri, a nessun altro se non a lui. E cominciò
a parlarmene…”.
Fabbri aveva scritto per il teatro un famoso “Processo a Gesù”
(la prima fu al Piccolo di Milano), ma era uomo poliedrico di interessi.
“Insisteva: ” Sarebbe straordinario…” tenga presente che faceva piovere
sul bagnato. Io avevo cominciato a leggere Simenon da bambino, mi trovò
entusiasta. Senza ancora parlarne a nessuno elaborammo una sorta di progetto.
E’ chiaro che per il protagonista subito ci venne l’idea di Gino Cervi…”.
Cervi era uno degli attori più popolari d’Italia, aveva fatto
Peppone in Don Camillo, tantissimo teatro, “oltretutto era un uomo di una
simpatia, di una comunicativa…”; accettò con entusiasmo la proposta.
Era già così importante, per gli attori, la tivù?
“Sì, sì, era molto importante. Specie in una serie. L’attore
capiva che battendo un chiodo con insistenza si acquistava notorietà.
Certo Cervi ce l’aveva già grandissima…”.
Il primo ostacolo venne dalla signora Maigret. Cioè, Simenon
non era d’accordo sulla scelta di Andreina Pagnani: ”Anche noi non avevamo
pensato a lei, e non per un fatto di bravura di Andreina, ma perchè
l’osservazione che poi ci fece Simenon noi la sapevamo già. Vale
a dire: troppo bella. E vabbè, gli dicemmo, è ormai una signora
di una certa età. Eh!, disse lui, ma Maigret si è sposato
giovanissimo. Voi lo vedete che si sposa una bellissima ragazza come la
signora Pagnani? Non
rientra nel personaggio”.
A volere Andreina era Cervi, che faceva compagnia con lei. “Quando
gli esponemmo le nostre ragioni”, ricorda Camilleri, “Gino rispose con
una battuta dei Sei personaggi in cerca d’autore. Rispose testualmente:
”Ma si rimedia col trucco”, proprio come citazione. Era un’attrice, Andreina:
nel momento che la invecchiammo molto e mandammo le foto a Simenon… vabbè,
disse. Però era entusiasta di Cervi”.
Sul set come andò? ”Io ho fatto tanta televisione. Raramente
sono stato così a lungo in un clima di totale rilassamento, era
un piacere andare in studio. Sì, c’era una grande intesa, dovuta
prima di tutto alla simpatia umana di Cervi, che non drammatizzava mai
nessuna situazione. E poi alla grande abilità di Mario Landi (il
regista, ndr), su questo non c’è il minimo dubbio. Ho letto che
secondo Simenon Cervi è stato il Maigret migliore. Lo credo anch’io…”.
Perché? “Quello che li accomunava immediatamente: Gino non scherzava
sulla buona tavola. Poi c’era… un comune senso del buon senso, che Maigret
ha e che Cervi aveva a livelli notevolissimi. E poi…”.
Camilleri parla a voce lenta, bassa, arrochita. S’interrompe spesso,
tira gran boccate di sigaretta. Rievoca assaporando. Ma adesso la pausa
è più lunga del solito, una vera degustazione. ”Ecco, Cervi
era un modernissimo attore all’antica. Cioè a dire: modernissimo
nella dizione, nel muoversi, ma andava a suggeritore. Gli attori d’oggi
non ci vanno più, a suggeritore; imparano la parte a memoria. Abituato
com’era al suggeritore, Cervi questa memoria non l’aveva. Solo che il suggeritore
non si può adoperare, in televisione, perché si sente…”.
E allora? “ Allora si inventò il gobbo. Un gobbo a manovella, non
uno di questi gobbi elettronici di cui le annunciatrici dispongono adesso,
che possono fare l’aria disinvolta. Sul gobbo manuale, il suggeritore trascriveva
le ultime due parole della battuta precedente e poi tutta la battuta di
Gino. Gino difficilmente durante le lunghe prove apriva il copione…”.
Durante le lunghe prove, il copione l’apriva il suggeritore. Un suggeritore
ad personam, perché gli altri la loro parte la imparavano.
“Però lui, abilmente, aveva chiesto a me, e naturalmente ottenuto
da me, che il gobbo cosiddetto entrasse negli ultimi due o tre giorni in
sala prova. In maniera, siccome era a mano, che il suggeritore graduasse
il giro di manovella secondo la lunghezza della battuta… Allora, tante
di queste cose che hanno fatto il personaggio esemplare, il calcare la
pipa, la lentezza di alcuni gesti che danno l’idea di un sottopensiero
profondissimo di Maigret, sono in realtà dovute al fatto che lui
doveva leggere la battuta!”.
Camilleri ride, s’accende l’ennesima sigaretta: ”Ricordo un giorno
che la mamma di Mario Landi stette male e lui dovette partire. Io ero un
regista, e Mario mi disse: ”Mi fai un favore? C’è una scena
che bisogna girare subito. Sostituiscimi tu.”. Era una scena lunga, si
girava solo quella lì. E’ stata una prova del fuoco, come regista
televisivo, è stato un incubo.” Perché? “Si trattava
di un interrogatorio che Maigret faceva a un portinaio, cosa eccezionale
perché di solito sono sempre portinaie, sono tutte femmine. Il portinaio,
nel caso specifico, era quel grande attore goldoniano che fu Cesco Baseggio.
E Cesco era abituato ancor peggio di Gino ad andare a suggeritore. Ma non
era abituato al gobbo, cosa che invece Gino aveva imparato…”.
Quindi? “Quindi il problema tecnico di dover mettere due gobbi e far
sì che le camere fossero messe in direzione tale da non avere salti
di campo o occhi storti e fare un dialogo in cui i due si guardassero di
tanto in tanto in faccia fu un problema che io avrei dovuto vincere l’Oscar
per la regia con quella sola scena di dieci minuti, cose da impazzire.
Venne benissimo, perché giustamente il portiere sembrava reticente,
e Gino molto pensoso sulle reticenze del portiere. Venne esemplare. Solo
che era il risultato di un disastro”.
Ci fu un momento che il disastro si profilò davvero, e irrimediabile.
“Un giorno Gino, stavamo girando, continuava a toccarsi dietro. “Che
c’hai, Gino?” “C’ho un dolore qua dietro, non è niente”. Invece
era un infarto in corso. L’indomani ci vedemmo persi, con lui ricoverato.
Mario e io ci eravamo detti: lasciamolo in pace- invece ci chiamò
lui: ”Venite con un registratore”. E andammo con un registratore. “Ho pensato
come risolvere il problema”, disse Gino. “Nel caso che io muoia. Se voi
registrate ora questa battuta, dovete metterla fuori campo, però
si può concludere la puntata”. Ci aveva pensato, poveraccio. E infatti,
toccandoci, facendo scaramanzia, la registrammo. Non ce ne fu bisogno.”.
Lei ha detto che, all’epoca di Maigret, non ci pensava neppure, a Montalbano.
Poi però qualcosa di Maigret ce l’ha messa, nel suo commissario.
Magari inconsciamente… “No, no, anche coscientemente. Coscientemente proprio.
Cercando di differenziarlo, certo, se no sarebbe stata una ripetizione”.
E Cervi? S’è ricordato pure di Cervi?
“Eh, devo dire… per esempio, c’è un punto, in un mio libro,
che il commissario Montalbano si fa ‘na mangiata terribile e poi dice alla
sua donna che ha mangiato solo un panino. Ecco, quella l’ho presa para
para da Gino Cervi. Ci eravamo fatti, io e lui, una mangiata di quelle
proprio da star male. Dopo di che lui telefonò a sua moglie e disse
che aveva mangiato un panino con Camilleri, che era una bugia infame, perché
la signora si preoccupava degli eccessi mangiatori di Gino… ma c’è
qualcos’altro di Gino, in Montalbano. A volte mi vengono in mente certe
sue reazioni davanti ai personaggi che mi divertivano. Certe occhiate,
certi movimenti… E vedo che Montalbano magari fa lo stesso, così,
spontaneamente."
M.G.Minetti
Corriere della sera,
25.5.2002
Libertà di scrittura
Un Cavaliere per editore
Con diversi accenti, tre famosi scrittori, Giorgio Bocca, Andrea Camilleri
e Vincenzo Consolo, esprimono il disagio di pubblicare libri per una casa
editrice controllata («mera proprietà»!) dal presidente
del Consiglio. L'analisi delle loro dichiarazioni ci aiuta, forse, a capire
l'atteggiamento di alcuni intellettuali d'opposizione nei confronti del
potere politico, dei committenti e di se stessi. Dice Giorgio Bocca: «Uno
che (come me) scrive tutti i giorni contro Berlusconi non può continuare
a stare nella sua azienda, sapendo che lui è molto presente. Alla
lunga, poi, diventa difficile stare in una casa editrice che lancia Emilio
Fede come un autore di punta. Ho incominciato a sentirmi un corpo estraneo».
Sgombriamo il campo dal sospetto più stupido: Bocca non è
affatto geloso della superstar televisiva. Il tormento che l'ha spinto
ad abbandonare la Mondadori è figlio della sua morale partigiana,
della sua definitiva scelta di schieramento. Se così non fosse,
non si spiegherebbe perché mai un giornalista (laico, indipendente
e mai censurato) si senta votato a scrivere «tutti i giorni contro
Berlusconi». Un giorno, chissà, il Cavaliere potrebbe azzeccarne
una, e un commentatore sereno dovrebbe prenderne atto. O no?
Chiaro: sulla frontiera opposta ci sono i miseri rinfacci della Destra,
che accusano gli autori antagonisti di «sputare nel piatto dove mangiano»,
oppure di esercitare il poco nobile mestiere delle Foglie di Fico. Eppure
tutti sanno che gli scrittori di successo portano soldi agli editori (e
non viceversa). Ed è noto che ogni azienda preferisce i quattrini
alle Foglie.
Poiché Giorgio Bocca è soprattutto un giornalista, è
lecito domandarsi se la sua protesta non possa estendersi (per analogia)
anche al rapporto tra i cronisti e la Proprietà.
Qui è necessario essere chiari. Può accadere, purtroppo,
che alcuni redattori si sottomettano ai capricci del Padrone. Ma è
umiliante che molti giornalisti diano per scontato che tutti i colleghi
siano pronti a farsi comprare. Questo non può essere vero, perché,
oltretutto, non ci conviene: l'indipendenza e la fiducia dei lettori sono
le nostre uniche ricchezze, le nostre uniche garanzie di dignità.
La posizione di Andrea Camilleri mi sembra, tutto sommato, condivisibile:
«Quando ho il raffreddore prendo l'aspirina prodotta dalla Bayer
e non mi chiedo se è la stessa società che ha prodotto certi
gas o altro. Purtroppo, quando si scrive bisogna avere un editore».
Camilleri, insomma, imposta e risolve il problema in modo corretto: è
lui che «si serve» dell'editore (come di un'aspirina), e non
il contrario. Tanto è vero che può permettersi il lusso di
sbeffeggiare Berlusconi, non troppo velatamente, in un libro pubblicato
dalla sua Casa editrice. Gli artisti e gli intellettuali, insomma, non
dovrebbero avere padroni o, almeno, dovrebbero pensare di non averne, e
comportarsi come se non ne avessero. Questo vale soprattutto per gli scrittori
più noti che, giustamente, esigono che le opere loro siano ben stampate,
ben pubblicizzate e ben distribuite, ma che devono il loro successo soltanto
ai lettori.
Vincenzo Consolo, infine, s'iscrive al club degli Arrampicatori sugli
Specchi e dice: «Bocca ha fatto bene. Anch'io provo un forte imbarazzo
a pubblicare per Mondadori, soprattutto pensando alla proprietà.
Ma continuo a sperare che qualcosa possa cambiare, visto che il processo
per il lodo Mondadori è tuttora in corso». Consolo, quindi,
attende che la sua tempesta morale venga placata dai giudici. Non è
il solo.
Giuliano Zincone
Giornale di
Brescia, 25.5.2002
Esce Camilleri «prêt-à-porter»
Una firma per una raccolta di racconti a vasta diffusione
Andrea Camilleri ha presentato la collezione primavera-estate del suo
filone prêt-à-porter. Non si tratta di capi unici e inconfondibili
come Il birraio di Preston, La concessione del telefono o La scomparsa
di Patò. E neppure di altissima sartoria, come le storie del commissario
Montalbano che escono da Sellerio. La paura di Montalbano sta piuttosto
nella serie del «mese» e degli «arancini», prodotti
di pronto e sicuro consumo. Per carità, non vogliamo togliere nulla
a Camilleri e alla sua bravura. Diciamo solo che, pur di gran firma, si
tratta di prodotti destinati alla più larga diffusione. Tre racconti
brevi e tre racconti lunghi che offrono una singolare alternanza di sensazioni.
Ma va detto che nei pezzi di corto respiro l’autore siciliano non riesce
ad offrire il meglio di sé. Il suo è un raccontare che ha
bisogno di più spazio, di ritmi più larghi per raggiungere
gli effetti voluti. E poiché Camilleri è sornionamente attento
anche a questa dimensione, forse bisogna saper cogliere quel che l’autore
sicilianamente lascia intuire. Perché proprio da un raccontino toglie
il titolo dell’intera raccolta? Forse proprio perché in quelle poche
pagine dà una risposta essenziale all’interpretazione del suo personaggio
più celebre. E spiega come il commissario «ha scanto»
a sondare l’animo umano perché sa che «raggiunto il fondo
di uno qualsiasi di questi strapiombi, ci avrebbe immancabilmente trovato
uno specchio». Di maggior fascino i tre racconti lunghi, veri e propri
romanzi in nuce. E viene da rimpiangere che - chissà per quale motivo
- Camilleri non li abbia voluti serbare per sviluppi ulteriori. Quali altre
idee ha già nel cassetto? Preziose (anche se han già creato
polemica) alcune incursioni sull’attualità: i giornalisti che ormai
diventano storici, i ministri che per risolvere il problema degli incidenti
stradali vogliono far viaggiare tutti a 150 all’ora, i politici che dicono
di combattere la mafia ma distinguendola da "quei galantuomini" che talvolta
"si sono sostituiti allo Stato per fare giustizia"... Insomma, Camilleri
resta Camilleri e leggerlo è sempre un grande piacere.
Claudio Baroni
l'Unità, 24.5.2002
Fronte del video
Sottoposti
Al momento in cui scriviamo non abbiamo ancora potuto vedere l'ennesima
puntata di «Porta a porta» con Silvio Berlusconi e Vespa nel
ruolo del gatto e della volpe. Ma ne abbiamo viste tante altre e Berlusconi,
del resto, è sempre in onda. Tanto per dirne una, anche mentre parlava
Fassino, l'altra sera nello stesso programma, su schermo si continuava
a vedere Berlusconi. È il mero proprietario, non solo della Rai,
ma della Nazionale, dell'editoria, del cinema, del teatro e di tutto. Così,
i suoi solerti e numerosissimi sottoposti si scagliano indignati contro
Camilleri, reo di criticare Berlusconi pur scrivendo per la Mondadori.
Quasi che l'autore di Montalbano gli avesse venduto cuore, cervello e il
resto, come hanno fatto loro. E così, l'onorato Miccichè
ha potuto rimproverare al regista Ronconi di satireggiare Berlusconi «che
gli dà i soldi». Soldi dello Stato, ovviamente, ma non
fa differenza perché anche lo Stato è sua mera proprietà.
Mentre chi osa lamentarsi è subito definito arrogante (come Enzo
Biagi) perché non tace e acconsente ai diktat. E siccome tutto è
del padrone unico e assoluto, gli spiriti indipendenti sono accusati di
«sputare nel piatto dove mangiano» da dipendenti abituati a
mandar giù di tutto.
Maria Novella Oppo
La Nazione,
24.5.2002
Non vedenti. Ecco i libri «parlati»
MONTECATINI — Novità dal Comune destinata ai non vedenti: nasce
un punto di ascolto del «libro parlato» alla biblioteca per
consentire anche a loro di avvicinarsi alla letteratura. Un passo avanti
di grande significato per chi deve convivere con questo handicap, che lo
priva, tra tante altre cose, anche del piacere di leggere.
L' iniziativa è stata presa in collaborazione con l' Unione
italiana ciechi e il Centro del libro parlato di Firenze. Grazie proprio
al materiale messo a disposizione dal Centro del libro parlato di Firenze
e alla collaborazione di Angelo Grazzini, presidente della locale sezione
dell'Unione italiana ciechi, che ha sede a Buggiano, l'amministrazione
comunale conta di poter assicurare un servizio adeguato e un'eventuale
assistenza per l'utilizzo dei volumi «da ascoltare».
Per adesso in catalogo ci sono una ventina di libri. Si va dai classici
come Pirandello ed Hemingway agli autori del momento come Andrea Camilleri,
Alessandro Baricco e Luis Sepulveda. Ma sono compresi anche altri best
seller come quelli di Stephen King, Isabel Allende, Paulo Coelho, Michael
Crichton, John Grisham, Ken Follet, Josè Saramago.
l'Unità, 23.5.2002
“Mi pagano i lettori, non il premier”
Lo scrittore ribatte al giornale Libero che lo accusa di aver criticato
Berlusconi nel suo ultimo libro pubblicato con la Mondadori
PALERMO. «Tanto rumore per nulla. I giornali della destra mi attaccano
sul fatto che guadagnerei soldi con Berlusconi, criticandolo. Una serie
di falsità assolute. In realtà nel mio ultimo testo non vi
è nessun attacco al premier, e cosa più importante, non sono
pagato da Berlusconi, ma dalla Mondatori che mi dà una percentuale
sui libri venduti. Mondadori guadagna con i miei scritti. Li vuole, per
profitto, mica per beneficenza». Il celebre scrittore Andrea Camilleri,
non ci sta e rompe il suo silenzio. Decide di intervenire sulle polemiche
politiche suscitate dal suo ultimo libro La paura di Montalbano.
Spiega: «I giornalisti di Libero hanno preso un granchio,
un abbaglio. Hanno smarrito l'oggetto della polemica. Nel libro non vi
sono attacchi al premier, e non perché il commissario Montalbano
abbia cambiato idea. Lui è un uomo di sinistra. Già ne La
forma dell'acqua, il primo romanzo su Montalbano parlavo di ministri,
di sottosegretari, per certi provvedimenti legislativi, e si trattava di
un altro periodo storico, vi era un governo di colore diverso. Questo non
vuol dire che Montalbano sia un qualunquista. Percepisce gli errori che
compiono quelli di sinistra, come si suol dire 'li coglie in castagna'.
Mentre critica la disastrosa politica del centrodestra».
Hanno suscitato polemiche i riferimenti a sottosegretari e ministri.
«Se loro vedono delle allusioni, me le spieghino. Ho sempre attinto
a fatti di cronaca quotidiana, ma rielaborandoli in maniera fantasiosa
e letteraria. E continuerò a farlo.Quello che mi dà fastidio
è leggere delle falsità assolute, quali Berlusconi paga Camilleri.
La Mondadori, mi dà semplicemente quello che mi spetta. Sul libro
che pubblico per loro percepisco per i diritti d’autore il 15%. Più
correttamente mi pagano i lettori. La Mondadori non fa altro che attuare
un trasferimento di soldi. Mi dà un anticipo: se il mio libro non
vende, lo restituisco. Se le vendite superano le previsioni, mi dà
un conguaglio. Le persone gradiscono i miei libri e li comprano. Se guadagno
un miliardo con un libro, è solo il 15% dei loro proventi. Molti
miliardi, dunque, vanno alla Mondadori, che è di Berlusconi. Tanto
è vero che vengono a cercare i miei libri. Ed io glieli do volentieri,
perché possiede una grande distribuzione e ha un mercato che altre
case editrici non hanno».
Qual è il suo giudizio sull'autonomia della Mondadori?
«Secondo me, continua ad avere una sua linea di indipendenza.
E lo fa perché ne trae profitto, mica le case editrici sono istituzioni
di beneficenza. A differenza dei giornalisti di Libero, del Foglio,
del Giornale, io non prendo soldi da Berlusconi, ma dai lettori.
Finiamola, con questo equivoco, sul quale ci marciano in troppi».
Nel libro vi sono riferimenti ai fatti di Napoli ed al G8?
«No. Come non c'è il riferimento a Berlusconi. Quelli
di Libero scrivono male e cose inesatte. In quell'articolo su di
me, hanno compiuto errori elementari. Citano la pagina sulla questione
della pubblica sicurezza Ed allora, dov'è l'attacco a Berlusconi?
Se viene scritto che la polizia deve fare il suo dovere, dove, sta l'attacco?
Le vicende di Napoli e Genova, non si intrecciano con il testo. Nel racconto
vi è una discussione fra il questore e Montalbano, su come stare
più vicini alla gente».
Polemiche strumentali?
«Ovvio. Se uno piglia un giornale come La Stampa dell'altro
ieri, che certo non è un giornale di sinistra, trova due notizie
'una appresso all'altra', che se le avesse impaginate così un quotidiano
di estrema sinistra, si sarebbe parlato di una provocazione. La prima:
due carabinieri nei guai per aver ottenuto favori sessuali da una prostituta
clandestina. La seconda: due poliziotti accusati di aver pestato a morte
un tossicodipendente. Che vogliamo fare? O si fa finta che queste cose
non accadano, o le mele marce, che vi sono ovunque, vanno eliminate. Per
i miei romanzi e racconti, lo ribadisco, traggo anche spunto dalle vicende
di cronaca. Che rielaboro in maniera originale sul piano narrativo. E’
la libertà della scrittura, della letteratura».
Ne La paura di Montalbano vi è però un riferimento
ad un ministro?
«In questo caso specifico, sì. Il riferimento è
a Lunardì, il quale ha detto che con la mafia bisogna convivere.
Lo stesso Libero, a dimostrazione delle polemiche pretestuose cui
accennavo, l’ha definita una frase infelice. Fuori dall'eufemismo si tratta
di una affermazione gravissima. Allora, o Lunardi parla a vanvera, ma non
credo, perché non mi permetto di mettere in dubbio la sua intelligenza,
o realmente ha detto quello che pensava con buona pace di Falcone e Borsellino
e di tutti quelli che con il loro sacrificio hanno dato un reale contributo
alla lotta contro la mafia. Lunardi chiarisca il suo pensiero, una volta
per tutte».
Molti hanno lanciato l’allarme sulla caduta di tensione nella lotta
alla mafia…
«E’ un errore usare questo termine. Se ci sono delle leggi da
votare, che “volenti o nolenti", oggettivamente per la commissione antimafìa,
offrono delle aperture piuttosto vaste alle possibilità di intervento
mafioso, questo è assai più che una caduta di tensione, è
uno sfascio. Ha ragione Violante, non possono commemorare Falcone e Borsellino
e tutte le decine di persone coraggiose che si sono ribellate alla mafia
e per questo sono morte, politici che lavorano a disegni di legge che oggettivamente
possono favorire l'intervento mafioso. E in modo legale: questo è
grave e preoccupante!»
Salvo Fallica
Radio Capital, 22.5.2002
Intervista ad Andrea Camilleri
E' stato chiesto a Camilleri se avesse un ricordo preciso di quando
e come aveva saputo della strage di Capaci. E lui ha raccontato (più
o meno testualmente) che stava tornando in treno a Roma dalla Fiera del
Libro di Torino. A Livorno salì un signore molto distinto che era
letteralmente fuori di sè, parlava da solo e sbatteva la valigetta
contro il corridoio; continuava a ripetere "in che mondo viviamo...", poi
si mise seduto con la testa fra le mani. Lui non ha osato chiedergli niente;
arrivato a Roma ha appreso la notizia.
[a cura di Maddalena]
Gazzetta del Sud,
22.5.2002
Camilleri: «Capitò tutto quello che poteva capitare»
La “vera storia” narrata in prima persona da Enrico Falconcini. "Cinque
mesi di prefettura in Sicilia"
Cinque mesi durante i quali, come scrive Camilleri, «capitò
tutto quello che poteva capitare». Dall'evasione «indisturbata»
di 127 detenuti, alle dimissioni di 43 impiegati statali per solidarietà
a Garibaldi e, non ultimo, l'arrivo ad Agrigento dello stivale dell'eroe
dei due mondi ferito ad Aspromonte e venerato alla pari di una reliquia.
Sullo sfondo una Sicilia ancora nostalgica di Garibaldi e delle camicie
rosse – nonostante dallo sbarco dei Mille sia già passato un anno
e in Italia dappertutto è Unità – e mentre i confusi disordini,
prodotto del miscuglio di rivendicazioni politiche, mafia nascente e residui
borbonici, convincevano senza drammi il governo della Destra storica a
proclamare in Sicilia lo stato d'assedio. «Cinque mesi di prefettura
in Sicilia» di Enrico Falconcini (Sellerio, pp. 368, euro 15,00)
è la storia, narrata in prima persona e comprovata da documenti
dell'epoca, di un prefetto, appunto Falconcini, che dopo aver lavorato
tra la Toscana e il Piemonte viene mandato ad Agrigento. Un incarico di
breve durata perché lo sfortunato prefetto dopo appena cinque mesi
e tanti incredibili tragicomici avvenimenti ricevette una lettera esasperata
dal ministero che mise bruscamente fine al suo incarico in Sicilia e, cosa
ancora più grave, a tutta la sua carriera. Il racconto, dunque,
è fortemente influenzato dalla vicenda personale del narratore esautorato
dei suoi poteri, forse per una severità nell'applicazione del decreto,
e il parlar di sé diventa una testimonianza inestimabile oltre che
dei fatti anche di una neonata classe dirigente italiana e dell'atteggiamento
dello stato unitario, straniero in Sicilia. La prima cosa che si chiede
nel leggere «il racconto di fatti avvenuti durante lo stato d'assedio»
è quali fatti non fossero avvenuti in Sicilia in quel periodo e
così la cronaca di Falconcini diventa quasi una picaresca e lamentosa
cronaca di Macondo. «Questo libro – scrive Camilleri – ha un suo
rilevante valore storico per capire le condizioni della Sicilia nel periodo
immediatamente successivo all'Unità. Credo però che abbia
valore anche e soprattutto come patetica e involontariamente umoristica
testimonianza della vana lotta di uno sventurato contro un destino avverso
o, più prosaicamente se volete, contro una jella di rara implacabilità».
Sergio Bertalli
Giornale di Sicilia, 22.5.2002
Piazzetta Regina, i lavori anticipati
Occhio su Pachino e dintorni Il Comune ha accelerato l'iter per l'avvio
delle opere di pavimentazione nella piazza di Marzamemi. Verranno evitati
problemi ai commercianti
MARZAMEMI. Potrebbero iniziare a breve, si prevede entro qualche giorno,
i lavori di ripavimentazione della piazzetta Regina Margherita a Marzamemi.
[...]
Pochi mesi fa la piazza di Marzamemi è stata scelta per girare
alcune delle scene della serie televisiva Rai sul commissario Montalbano,
il personaggio nato dalla penna di Andrea Camilleri.
[...]
Giovanna Crimi
Il Giorno,
22.5.2002
Una sera a cena con Camilleri
MILANO — Metti una sera a cena con Andrea Camilleri. O meglio con le
ricette prese in prestito dai suoi libri dedicati al commissario Montalbano.
L'appuntamento per gustare il mondo dello scrittore siciliano è
oggi alle 21 al ristorante «Ferdi» di via Bramante 7. L'idea
della cena con menù letterario è di Rosita Dorigo, esperta
di buona cucina e vini, originaria di Venezia ma ormai trapiantata sotto
la Madonnina da diversi anni. «Questa è la prima di cinque
serate che abbiamo voluto chiamare "Sapori d'autore" - dice la giovane
«maitre a manger» - nei prossimi mesi ci sarà il secondo
appuntamento con Ernest Hemingway. La terza occasione conviviale sarà
invece incentrata su Isabelle Allende. Questa - conclude - vuol'essere
una gustosa inziativa per avvicinare l'arte della cucina a quella dello
scrivere». E molto presto infatti l'angolo bar del «Ferdi»
diventerà sala di lettura. Per la cena si prenota allo 02-347137.
Marco Cogliati
Il
Piccolo, 21.5.2002
I racconti di Camilleri, ricette collaudate
Mondadori pubblica «La paura di Montalbano», una nuova
raccolta di avventure
È tornato il commissario Montalbano, con il suo carico di umanità,
pietas e «umore nivuro». Fedele all’alternanza che offre all’editore
Sellerio i romanzi e alla Mondadori i racconti, Andrea Camilleri pubblica
con la casa di Segrate una nuova raccolta di storie brevi centrate sul
suo celeberrimo poliziotto.
E puntualmente si rinnova il miracolo di una macchina narrativa che,
pur nella ripetitività degli schemi e dei linguaggi, non stanca
mai. Dopo l’ultimo romanzo storico, «Il re di Girgenti» (Sellerio,
pagg. 448, euro 11,37), il lavoro più ambizioso di Camilleri e forse
il meno convincente, lo scrittore di Porto Empedocle torna nelle librerie
con oltre trecento pagine che ospitano tre racconti lunghi e due brevi,
i primi inediti i secondi già pubblicati su giornali e riviste.
Tutti dedicati a «La paura di Montalbano» (Mondadori, pagg.
321, euro 15,80), ovvero virati a sottolineare il pregio principale di
un personaggio di carta, la caratteristica prima che deve avere: la capacità
di crescere, cambiare, mutare nel corso delle narrazioni. Paure comprese.
Perciò è un piacere che si rinnova incontrare ancora
una volta il commissario Montalbano, sempre uguale a se stesso e sempre
così diverso, con tutto il contorno di personaggi accessori (Catarella,
ad esempio, carattere che sta acquistando una fisionomia sempre più
accentuata, senz’altro destinato a diventare maschera). La struttura segue
naturalmente le regole del poliziesco: un barbone con un passato misterioso,
una donna che da vittima apparente si tramuta in spietata carnefice, un
incontro occasionale con un vecchio compagno che apre uno squarcio pietoso
sui destini delle persone.
E poi morti annunciate per lettera, un salvataggio che fa più
paura di una morte, un evento inquietante di cinquant’anni prima. Il gioco
delle trame è molteplice, la ricetta è nota, e non c’è
molto altro da aggiungere: in questi racconti - scritti nell’usuale lingua
inventata, ormai entrata a corredo del lessico corrente - Camilleri si
conferma grande narratore, inesauribile nel rinnovarsi all’interno di un
immaginario mondo codificato, con poche e misurate fughe in avanti che
risolvono il problema primo di ogni narrazione seriale (e di ogni narrazione
in genere): evitare la noia.
Pietro Spirito
Il
Piccolo, 21.5.2002
LETTERATURA «Tutti i colori del giallo» di Luca Crovi:
mafia, trame occulte e altre vicende di casa nostra
I misteri d’Italia: storie da romanzo
Carlotto racconta il G8, Valpreda e Colaprico la strage di piazza Fontana
La verità sui fatti del G8 ve la rivelerà l’Alligatore.
No, non il nemico irriducibile di Capitan Uncino, ma il singolare investigatore
creato da Massimo Carlotto. Nel «Maestro dei nodi», nuovo romanzo
dello scrittore veneto in uscita a settembre, verranno a galla storie mai
raccontate, episodi nascosti, testimonianze imbarazzanti. In un mix esplosivo
di realtà e fantasia.
Sì, perchè da tempo, ormai, gli scrittori di gialli sono
quelli che mettono il dito nella piaga dei misteri d’Italia. Parlano di
mafia, come Andrea Camilleri e Domenico Cacopardo. Riportano alla ribalta
la strage di piazza Fontana, nel romanzo «La primavera dei mai morti»
di Piero Colaprico e Pietro Valpreda. Raccontano l’incarognirsi delle nostre
città, del nostro vivere.
Snobbati da tanti critici, sottovalutati da troppi lettori, i giallisti
di casa nostra hanno, adesso, l’onore di vedersi riuniti in una storia
della letteratura poliziesca made in Italy che Luca Crovi ha scritto per
Marsilio: «Tutti i colori del giallo» (pagg. 365, euro 17).
«Gli anni Settanta della Storia d’Italia sembrano un serbatoio
inesauribile di misteri - dice Luca Crovi - pronto per essere scandagliato
dagli scrittori di gialli. Basta leggere i libri di Carlo Lucarelli, Marcello
Fois, Piero Colaprico e Pietro Valpreda».
Solo gli anni Settanta?
«No, quello è un filone. L’altro, invece, guarda da distanza
ravvicinata il nostro tempo. I romanzi gialli e noir, adesso, sono quelli
che meglio sanno raccontare le trasformazioni della nostra società.
E lo fanno in maniera lucida, senza tranciare giudizi».
Per esempio?
«Massimo Carlotto da tempo sta costruendo un’immagine dello sfascio
dell’osannato Nordest. Ed è terrificante proprio perchè corrisponde
alla realtà. Andrea Camilleri parla di mafia con una competenza
che forse nessuno ha più»
Sono sassi gettati nello stagno?
«È un modo per costringere il lettore a porsi delle domande.
Colaprico e Valpreda nel loro nuovo romanzo, ”La primavera dei mai morti”,
non a caso raccontano la rivolta nel carcere di San Vittore del 1969 e
la strage di piazza Fontana».
Vendono molto?
«Vendono bene. E fanno scoppiare d’invidia i loro colleghi. Ma
io dico: se tanti narratori, invece di stare lì a guardarsi l’ombelico,
si fossero sintonizzati con la realtà, forse la crisi del libro
non sarebbe così profonda».
Ma il giallo italiano non era snobbato da tutti?
«La critica letteraria ha sempre trattato il giallo italiano
come una sorta di Cenerentola della letteratura. Un genere da lasciare
in cucina, mentre nel salotto buono si mettono in mostra i gioielli. In
realtà, bravi scrittori capaci di inventare intrighi, misteri, li
abbiamo sempre avuti».
A partire da chi?
«Per esempio, da Carolina Invernizio ed Emilio De Marchi. Sul
finire dell’Ottocento, i loro romanzi ”noir” vendevano già benissimo».
Quali?
«”Il cappello del prete” di De Marchi in sei anni riuscì
a bruciare sette edizioni. Uscì in contemporanea a Napoli e a Milano
vendendo subito tutte le copie della prima tiratura»
Inventando la pubblicità libraria?
«Quello fu il primo romanzo italiano ad avere un notevole lancio
pubblicitario. Inventarono dei cartelloni, disseminati per la città,
con un gigantesco cappello da prete sopra».
Un po’ criptico, no?
«Sì, ma prevedeva che, dopo una settimana, arrivassero
altri cartelloni con la scritta: ”Il cappello del prete, grande feuilleton
di Emilio De Marchi”. Non basta, vennero ingaggiati anche dei ragazzi-sandwich
che giravano per Napoli con la stessa pubblicità».
Libri popolari?
«Popolari, perchè volevano coinvolgere il maggior numero
di lettori possibile. Però, Emilio De Marchi, Carolina Invernizio,
Matilde Serao, scrivevano storie poliziesche, con atmosfere noir, misteriose,
stilisticamente di alto livello».
Letteratura, quindi?
«Senza dubbio. Una tradizione che, poi, è stata riscoperta
dopo gli anni Venti del Novecento. Quando sono nati i mitici Gialli Mondadori.
All’inizio, il fascismo ha aiutato questo settore, perchè il 15
per cento degli autori della collana doveva essere italiano».
Poi, però...
«I romanzi polizieschi, infarciti di omicidi, di indagini e colpi
di scena, sono diventati indigesti per il regime. E allora, molti autori
italiani si sono rifugiati nel filone ”rosa”. Ezio D’Errico e Giorgio Scerbanenco,
tanto per fare due nomi, hanno trovato rifugio nei Romanzi della Palma.
Narratori ”noir” travestiti da piccoli Liala».
Il black-out è proseguito ben dopo la caduta del fascismo...
«Nel secondo dopoguerra, la narrativa s’è concentrata
soprattutto sulla realtà italiana. Raccontando la Resistenza, la
lotta la fascismo e la nazismo, la ricostruzione, i mutamenti della società.
E, ovviamente, il dramma dei lager».
Gli scrittori di gialli sono scomparsi?
«No, qualcuno tentava di sopravvivere. Ma era durissima, perchè
gli editori cercavano soprattutto dei buoni imitatori dei classici inglesi
e americani. E Alberto Tedeschi s’imbarcava in crociate perdute quando
giurava sulla bravura, per esempio, di Franco Enna».
Poi è arrivato un certo Giorgio Scerbanenco...
«Che con il ciclo dedicato a Duca Lamberti è riuscito
a tracciare la strada maestra per il giallo italiano. Cioè, quella
che ha iniziato a confrontarsi con la realtà del nostro Paese. Con
i problemi sociali, politici, territoriali. Uno come Loriano Macchiavelli
ha saputo raccontare le trasformazioni della sua Bologna e dell’Emilia
in maniera straordinaria».
E non solo quello...
«No, perchè in coppia con Francesco Guccini ha costruito
tre deliziosi romanzi storici, che ruotano attorno al maresciallo Santovito,
posti tra il presente e il passato».
Alessandro Mezzena Lona
Messaggero
Veneto, 21.5.2002
Da De Marchi a Scerbanenco a Camilleri: un’ampia ricognizione firmata
da Luca Crovi
Una mappa del giallo italiano
Tutto su un genere che coniuga ormai successo di pubblico e consenso
di critica
Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli, protagonisti di un raro evento letterario
in un mercato anomalo come quello italiano (secondo le statistiche, una
persona su tre legge soltanto un libro l'anno), rappresentano soltanto
la punta di un iceberg di un fenomeno che negli ultimi anni sta riscontrando
un sempre maggiore interesse da parte dei lettori. Così com'era
accaduto in passato con autori illustri (si pensi a Sciascia o a Gadda,
soltanto per fare alcuni esempi), in tutte le sue sfumature dal rosa al
noir, il giallo si sta infatti rivelando come un utile strumento per raccontare
l'Italia dei nostri giorni. Una stagione felice per il giallo italiano
che non conosceva tale notorietà dalla fine degli anni Sessanta,
da quando cioè Giorgio Scerbanenco traghettò romanzi e racconti
ritenuti fino ad allora di serie B, dandogli dignità e fama.
E in questi ultimi anni sono stati tanti gli scrittori a centrare il
successo, riuscendo contemporaneamente a coniugare (così come fece
Scerbanenco) il successo di pubblico e di critica.
Facciamo qualche nome? A Milano si è imposta la Scuola dei duri
capitanata da Andrea G. Pinketts, che ha affiancato il suo investigatore
privato Lazzaro Santandrea al meneghino commissario Ambrosio di Renato
Olivieri. Ma a indagare i crimini metropolitani ci sono anche il vecchio
maresciallo dei carabinieri Pietro Binda creato dall'inedita coppia Piero
Colaprico-Pietro Valpreda, il “gorilla” di Sandrone Dazieri e il cacciatore
di libri di Andrea Carlo Coppi (altro fondatore, assieme a Carlo Oliva
e Dazieri, della Scuola dei duri).
Un po' più in giù, tra la via Emilia e il Far West, accanto
a Carlo Lucarelli, si muovono da anni bravissimi autori come Loriano Machiavelli,
Eraldo Baldini (creatore di affascinanti storie gotiche rurali ambientate
sull'Appennino), Giampieri Rigosi, Marcello Fois... senza dimenticare il
recente felice esordio di Luigi Guicciardi, modenese, padre del commissario
Cataldo. E come risposta alla milanese Scuola dei duri, anche in Emilia
sono nate iniziative per vivacizzare il genere giallo: è il caso
del Gruppo dei tredici di Lucarelli (una sorta di scuola del giallo) e
dell'ormai collaudata coppia di autori Loriano Macchiavelli-Francesco Guccini,
giunti ormai alla quarta avventura del maresciallo Sanvito.
E così via, da Torino dove indagano il commissario Lupo di Piero
Soria e l'investigatore privato Bruno Giordani di Bruno Ventavoli, alla
Napoli raccontata da Giuseppe Ferrandino e alla Palermo che fa invece da
sfondo alle vicende scritte da Santo Piazzese. Ma in Sicilia si muove anche
un autore anti-Camilleri, e cioè Domenico Cacopardo, già
autore di tre romanzi. Senza dimenticare il Nord-Est di Massimo Carlotto,
autore di noir ambientati in una città, Padova, «melmosa e
malsana, dove la corruzione è diventata legge» e la città
di mare in cui si muovono i serial killers di Luca Di Fulvio.
A raccontare le mille città e i mille personaggi italiani è
Luca Crovi, classe 1968, critico rock, conduttore radiofonico, redattore
alla Sergio Bonelli Editore. In Tutti i colori del giallo. Il giallo italiano
da De Marchi a Scerbanenco a Camilleri (edito da Marsilio), Crovi ci accompagna
nel thriller made in Italy, partendo da Augusto De Angelis e da Alessandro
Varardo per arrivare ai giorni nostri. Un lavoro decisamente ricco, documentato
e completo, che non sfigura affatto accanto alla Bibbia di Loris Rambelli,
la Storia del giallo italiano, prima esauriente guida critica e bibliografica
alla letteratura gialla, pubblicata da Garzanti più di 20 anni fa.
Riprendendone l'analisi, il manuale di Luca Crovi l'aggiorna, arricchendola
di strade parallele a quella letteraria: nel saggio vengono infatti analizzate
le opere gialle nel campo del fumetto, della televisione e del cinema.
Ma non mancano anche interessanti approfondimenti tematici: è il
caso della storia delle copertine dei libri gialli o delle curiosità
legate attorno alla figura di uno degli investigatori più famosi,
e cioè Scherlock Holmes, e delle sue escursioni in Italia: avventure
apocrife, come quelle raccontate da Natalino ma non per questo meno credibili
e godibili.
Oscar D’Agostino
Il Nuovo, 20.5.2002
"Non bisogna convivere con la mafia"
Un convegno in ricordo di Giovanni Falcone. Lo organizza la Sinistra
giovanile. Con Tano Grasso e Andrea Camilleri. "Per non dimenticare l'esempio
di chi ha combattuto un male che non è finito per niente".
ROMA - "Era un uomo meraviglioso. E per noi è un esempio da seguire.
Sarà perché veniamo dal meridione, sarà perché
siamo attenti alle cose che ormai quasi non si leggono più sui giornali.
Sarà per questo e per qualcos'altro. A partire forse dal fatto che
ricorre la morte di Giovanni Falcone e non può essere il motivo
solo di una cerimonia in ricordo, ma anche di un incontro per riflettere
sui temi della giustizia e della lotta alla mafia". Giorgio Fano, segretario
romano della Sinistra giovanile, usa parole forti per presentare il convegno
"A dieci anni dalle stragi... Le loro idee camminano sulle nostre gambe",
che si svolgerà mercoledì 22, nell'aula Calasso, della facoltà
di Giurisprudenza alla Sapienza.
E' annunciata la presenza di Tano Grasso, presidente del Fondo antiusura
e compagno del giudice siciliano, nella lotta al malaffare, e di Andrea
Camilleri, romanziere di fama internazionale e voce sempre presente quando
il tema si concentra sulla sua terra natale. E nessuno nasconde che della
tavola rotonda sarà anche pollice verso per l'atteggiamento del
Governo rispetto all'argomento. "Non si può dimenticare quel che
disse il ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi e cioè che
bisogna convivere con la mafia - dice con forza un altro degli organizzatori
dell'iniziativa - Non esiste e non può esistere. Specie perché
qualcuno ha dato la propria vita per far rispettare lo Stato, le sue istituzioni
fondamentali".
"Non bisogna abbassare la guardia" è allora lo slogan di sempre.
"Sui giornali si legge sempre meno la mafia - spiega Fano - Ma questo non
vuol dire che non esista. E' la sua tecnica. Una volta con le bombe e molte
con il silenzio. Con il potere di influenzare la politica, che dovrebbe
essere partecipazione e non esclusione in favore dei più ricchi".
E non è uno scherzo del destino, o una volontaria scelta degli organizzatori,
che dopodomani ad aprire l'incontro sia una ragazza che studia legge e
che quasi tutti conoscevano solo per il suo nome, Lorenza. E non per il
suo cognome che è Falcone. Leggerà una frase di Giovanni
Falcone, che in questi giorni viene molte volte ripetuta e che sembra lontana.
Troppo: "A questo Paese vorrei dire: Gli uomini passano, le loro idee restano,
restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe
degli altri uomini".
Simone Navarra
Corriere della sera,
19.5.2002
Ma i «cortometraggi» vanno stretti a Salvo Montalbano
Il nuovo Camilleri
Ci è già capitato di osservare, in altra occasione, come
il genere racconto vada stretto ad Andrea Camilleri, scrittore da romanzi.
Questa nuova raccolta offre la possibilità di confrontare nello
stesso volume tre «cortometraggi» imperniati sul commissario
Salvo Montalbano con tre indagini dello stesso poliziotto di più
ampio respiro, quasi dei romanzi brevi. La letteratura non si misura a
metri, ma proprio perché apprezziamo la bravura di Camilleri nell’evocare
il «genius loci», atmosfere, caratteri e ambiguità della
sua terra, elevando la sicilianità a metafora della commedia umana,
resta una punta di delusione quando la narrazione appare contratta e l’affresco
si riduce a bozzetto.
La vena di Camilleri ha bisogno di distendersi: lo scrittore introduce
poco a poco, con dosati e sapienti colpi di pennello, nel teatro dell’intrigo
dove l’ambiente (dalle maschere di paese ai tic degli agenti) è
intrinseco alla trama, all’enigma e alla soluzione; il racconto breve,
invece, per essere efficace ha bisogno di quello scarto secco proprio di
altre vocazioni. Per esempio La paura di Montalbano, il raccontino che
dà il titolo alla raccolta, adombra lo smarrimento del commissario
(e dell’autore?) di fronte agli «abissi della psiche»; ed è
un’occasione persa perché l’ostica relazione fra il pragmatico Salvo
e Freud avrebbe prodotto ben altri effetti se sviluppata fra le passioni
sanguigne di Vigata invece di essere compressa nell’aria rarefatta di una
gita alpina. Basta voltar pagina, però, e ritroviamo Montalbano
al suo meglio: il quasi-romanzo Ferito a morte è il più classico
dei polizieschi, dove attorno al delitto ruotano figure delineate ma sfuggenti,
come la diciassettenne Grazia dalle movenze feline e lo sguardo selvatico,
dettagli che si confondono finché la logica (o l’intuizione) dell’investigatore
non pesca il filo d’Arianna per risalire il labirinto.
Il miglior Camilleri, inoltre, è quello dell’ultimo quasi-romanzo,
Meglio lo scuro: qui l’enigma appare come uno spettro affiorato dal passato
remoto, resuscitando un universo di offese e rancori, rabbie e tradimenti
racchiusi nella memoria di due donne giunte all’estremo capolinea della
vita. Con il consueto ingegno il poliziotto si fa luce persino tra le ombre,
ma qui l’autore mette di fronte Salvo, i lettori e se stesso alla vecchiaia,
sul crinale dove si offusca la memoria della vita per cedere il passo alla
morte: un territorio esistenziale dove Camilleri deve intimare l’alt al
ficcanaso Salvo Montalbano in pagine di rara intensità. Così,
i tre «cortometraggi» dall’esile trama appaiono un’aggiunta
inutile nell’economia del libro (tanto più che due sono già
stati pubblicati altrove).
Cesare Medail
Die Welt, 19.5.2002
Das Gesetz der Serie
In diesen Wochen erscheint eine Flut von Bestseller-Fortsetzungen.
Doch wie viel Neues steckt im Alten? Eine Bestandsaufnahme
Nur der Titel klingt poetisch: "Die Nacht des einsamen Träumers"
(edition lübbe, 19 Euro). Doch der sechste Fall von Commissario Montalbano
ist äußerst brutal. Brunettis sizilianischer Kollege, der Ermittler
mit der sozialen Ader und der Schwäche für die gute Küche,
ist diesmal dem Mörder einer Prostituierten auf der Spur. Und natürlich
hat die Mafia ihre Hände im Spiel. Kein Wunder, dass Montalbano nicht
nur wegen der sizilianischen Hitze ins Schwitzen gerät. Krimi-Altmeister
Andrea Camilleri, 1925 in Porto Empedocle an der Südküste der
Insel geboren und ein Verwandter von Luigi Pirandello, seziert die sizilianische
Mentalität ebenso differenziert wie seine Mordfälle. Auch der
sechste Montalbano-Krimi ist ein Volltreffer.
sk
Giornale di Sicilia, 18.5.2002
Recensione di "Cinque mesi di prefettura in Sicilia" (Sellerio) di
Enrico Falconcini, con prefazione di Andrea Camilleri.
La
Nuova Sardegna, 18.5.2002
Andrea Camilleri a Nuoro per il Premio Deledda
Il 1º giugno la proclamazione dei vincitori
I destini di due grandi scrittori isolani - Andrea Camilleri e Grazia
Deledda - sia pure così diversi tra loro, uno vivente l'altro no,
siciliano il primo sarda la seconda, si incontrano a Nuoro il 1º giugno
prossimo. L'occasione è data dalla cerimonia di premiazione del
concorso letterario Grazia Deledda, ripescato e rivitalizzato dall'assessore
alla Cultura della Provincia di Nuoro Tonino Rocca dopo trent'anni di oblio.
Istituito nei primi anni Cinquanta, e sospeso quasi senza motivo nel 1972,
il premio intitolato alla scrittrice nuorese premio Nobel è tornato
quest'anno con una giuria che vanta, appunto, tra i suoi componenti, un
autore prestigioso come Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano, presidente
della giuria di una della quattro sezioni del premio, quella riservata
alla Narrativa nazionale, sarà a Nuoro nella mattinata di sabato
1º giugno per la cerimonia di proclamazione dei vincitori. Nel pomeriggio,
dopo una visita alla casa natale del Nobel, incontrerà i suoi tanti
lettori nuoresi alla biblioteca Satta, dove Giuseppe Marci parlerà
del suo penultimo libro, «Il re di Girgenti». Mentre poco o
nulla si sa sul nome dei vincitori, è noto il programma della due
giorni organizzata per celebrare la rinascita del premio. Dopo i saluti
dei rappresentanti istituzionali che hanno contribuito all'evento, la parola
passerà ai presidenti delle quattro sezioni. Che sono, oltre al
citato Camilleri, l'economista Paolo Savona (saggistica), lo storico Attilio
Mastino (narrativa giovani) e l'accademico dei Lincei Giovanni Lilliu (narrativa
in lingua sarda). Durante la cerimonia, presentata ieri da Rocca insieme,
tra gli altri, agli assessori alla cultura del Comune di Nuoro e della
Regione, Roberto Deriu e Beniamino Scarpa, parlerà il nipote della
scrittrice, Alessandro Madesani; canterà poi il musicista Andrea
Parodi, mentre gli attori Mario Faticoni e Gianni Cossu leggeranno brani
tratti dalle opere vincitrici. Madrina della manifestazione sarà
l'ex miss Italia Alessandra Meloni. Il giorno successivo, il 2 giugno,
appuntamento in un altro luogo importante del Parco Letterario Deleddiano,
Galtellì, dove è prevista l'esibizione di gruppi folk e la
rappresentazione teatrale del romanzo «Canne al vento» di Giovanni
Carroni. L'organizzazione è del Comitato Nuoro 2000.
Tra due settimane la grande festa per i vincitori del premio Grazia Deledda
NUORO. Ora è ufficiale: la proclamazione dei vincitori delle
quattro sezioni del Premio nazionale di narrativa Grazia Deledda è
stata fissata per sabato 1º giugno, nell'auditorium dell'Istituto
superiore regionale etnografico. Lo ha annunciato ieri mattina, nel corso
di una conferenza stampa nei locali del museo deledddiano, il comitato
organizzatore, e per esso l'assessore provinciale alla cultura Tonino Rocca,
presente l'assessore regionale Beniamino Scarpa.
L'appuntamento è per le 9,30 di sabato primo giugno. I lavori
si apriranno con i saluti del sindaco Mario Zidda, dei presidenti della
Provincia Francesco Licheri, della Camera di commercio Romolo Pisano, della
Comunità montana del Nuorese Peppino Mureddu e delle Baronie Salvatore
Succu, nonchè dello stesso assessore regionale Beniamino Scarpa.
Seguiranno l'introduzione di Tonino Rocca e gli interventi dei presidenti
delle commissioni giudicatrici: Andrea Camilleri per la narrativa nazionale;
Paolo Savona per la saggistica; Attilio Mastino per la narrativa giovani;
Giovanni Lilliu per la narrativa in lingua sarda.
Dopo la proclamazione dei vincitori di ciascuna sezione, porterà
la sua testimonianze il nipote della scrittrice Alessandro Madesani. Poi
Andrea Parodi interpreterà un passo «Dedicato a Efis»,
ispirato a Canne al vento. È poi in programma la proiezione del
cortometraggio «L'isola di Grazia Deledda», con la collaborazione
della cineteca sarda-società Umanitaria. Gli attori Mario Faticoni
e Gianni Cossu, invece, leggeranno alcuni brani tratti dalle opere vincitrici.
Il tutto presentato dall'ex miss Italia Alessandra Meloni.
Nel corso della stessa serata si esibiranno i cori de Sos Canarjos
e degli Amici del folclore.
Nel pomeriggio, alle 16,30, sarà effettuata la visita alla casa
natale del Premio Nobel. Mentre alle 17,30, nell'auditorium della Biblioteca
Satta, sarà presentato il libro di Andrea Camilleri "Il Re di Girgenti".
L'autore sarà presente al dibattito. È previsto l'intervento
di Giuseppe Marci, dell'Università di Cagliari. A coordinare i lavori
sarà il giornalista Stefano Salis.
Per domenica 2 giugno è in programma a Galtellì, alle
ore 10, l'incontro, nell'antica cattedrale di San Pietro, col consiglio
comunale. Successivamente si renderà visita al Parco letterario
nazionale deleddiano, con l'attore Giovanni Carroni e il gruppo di animazione
teatrale della Pro Loco di Galtellì. Seguirà l'esibizione
del gruppo folk locale "Tradizioni popolari" e dei cori Voches'e ammenthos
e Sos Cantores. La giornata si concluderà con la visita al monumento
del Cristo (realizzato dallo scultore spagnolo Pedro Angel Manrique) sul
monte Tuttavista.
a.b.
Alice, 17.5.2002
Il libro della settimana
Andrea Camilleri - La paura di Montalbano
Come si misura la notorietà di uno scrittore? Se una persona,
seduta casualmente accanto a te su di un mezzo pubblico, sbirciando la
pagina di un libro che stai leggendo, non solo riconosce immediatamente
l'autore, ma anche che le poche frasi lette appartengono a un'opera nuova,
allora di certo quello scrittore è famoso. È quello che è
capitato a chi scrive nei giorni scorsi ed è stato un chiaro segnale
che Camilleri rappresenta uno dei rari esempi di popolarità unita
a qualità, di autore che potremmo definire, con dizione ormai desueta,
"nazionalpopolare" pur essendo profondamente radicato, per tematiche e
linguaggio, nella propria regione. Se le aspettative dei lettori sono alte
e, non appena terminata la lettura di un suo libro, si pongono immediatamente
in attesa di un successivo, questa ultima raccolta di racconti non li deluderà
di certo. Piuttosto li entusiasmerà per quella prodigiosa vena di
narratore che Camilleri continua ad avere, per la maggiore chiarezza del
linguaggio rispetto all'ultima prova, per un'evoluzione del protagonista
che, pur nella sua peculiarità, rivela aspetti nuovi della sua personalità,
infine per una più evidente vena civile che senza cadere nel didascalico
o nel predicatorio, induce alla riflessione.
Montalbano ha ormai, per molti lettori, il viso di Zingaretti, ma la
cosa non disturba affatto, anzi rende ancora più vivo un personaggio
che già dalla pagina scritta, emerge con forza teatrale e che, in
quest'ultimo libro, mostra in modo aperto i limiti di carattere (l'irritabilità
e l'abitudine di scaricare su chi lo circonda il nervosismo), ma anche
l'umanità profonda, lo spirito di solidarietà per le vittime
o per chi (come il maresciallo Verruso) confida nella riservatezza e nella
collaborazione generosa di un "quasi" avversario.
Fa parte del personaggio anche il farsi turbare da qualche presenza
femminile, ma non è solo la bellezza di una donna che fa vibrare
il commissario, è la sua pulizia interiore, il coraggio, la dignità
e, in questo, esce da ogni stereotipo, anche perché c'è sempre
una specie di pudore nel riconoscere l'effetto che una donna provoca in
lui e qualche senso di colpa nei confronti della lontana fidanzata Livia,
così ben accennato dallo scrittore nella telefonata dolcissima che
fa fare a Montalbano, toccato dal fascino discreto di Caterina.
La conoscenza che Camilleri ha del suo personaggio gli consente quella
naturalezza amicale nel trattarlo che è possibile ritrovare solo
in Simenon, così come allo scrittore belga fa pensare l'antieroismo,
il rifiuto per la retorica e la capacità di fondere il quotidiano
malessere con l'azione straordinaria.
Le indagini, pur non togliendo nulla alla tensione narrativa e alla
giusta suspence, rivelano aspetti sociologici e devianza diffusa, penetrazione
della mafia nella realtà politica ed economica siciliana e invitano,
implicitamente, i lettori a non dimenticare mai la pericolosità
e la tentacolare arroganza di questa piaga italiana. Non manca però
la pietà: pietà per la povertà, per l'ignoranza, per
la fragilità umana, per i pensieri delittuosi che anche le persone
per bene, talvolta, possono avere, pietà per le vittime di un sistema
ingiusto che emargina i diversi o, peggio ancora, li usa come strumenti
inconsapevoli. Così anche Catarella, l'ingenuo e devoto poliziotto,
in alcuni racconti, è meno macchietta ed è più uomo:
forse esprime un'umanità meno intelligente e colta, ma la sua affidabilità
e la sua generosità mostrano come queste doti, oggi troppo rare,
siano da rivalutare e come Camilleri, dall'alto della sua esperienza umana
oltre che intellettuale, inizi a provare insofferenza per una cultura fine
a se stessa e per un mondo che premia solo i più furbi.
Grazia Casagrande
La Sicilia, 17.5.2002
«Le favole del tramonto»
Il Centro servizi culturali e l'associazione Teatro aperto presentano
«Le favole del tramonto» di Andrea Camilleri, recital per voce
recitante, pianoforte e orchestra, con Paolo Schininà, Giacomo Schembari
e Saro Riso. La manifestazione si terrà in via Armando Diaz 56,
a Ragusa, sabato 18 maggio, con inizio alle 19.
g.l.
Il Nuovo, 17.5.2002
Italiani e libri: è di Connery il Nome della rosa
Secondo un'indagine condotta su 1024 persone da .com, gli italiani
compiono strafalcioni epocali.
TORINO - L'autore del Nome della Rosa è senza alcun dubbio Sean
Connery; mentre Decamerone è la definizione data dagli agenti immobiliari
ad un appartamento di dieci stanze. Per finire, l'amico discolo di Pinocchio
non è Lucignolo, ma Pierino e I Malavoglia sono un gruppo
di studenti di cui Verga narra le disavventure alla vigilia della Prima
Guerra Mondiale.
[...]
Va meglio con Montalbano, il protagonista dei libri di Andrea Camilleri,
anche se molti intervistati invece di ricollegarlo al libro affermano che
è un poliziotto di un serial Tv (34 per cento).
[...]
Il Gazzettino, 17.5.2002
ACIF
Padova. Alle 16.30, sede dell'associazione culturale italo francese
in via Barbarigo 32, Beatrice Morellato terrà una conferenza su
"La traduction de Camilleri en France": infotel. 049/8712671.
Messaggero
Veneto, 17.5.2002
Arriva la polizia a scuola e annuncia: «Laura Devecchi ha
vinto il concorso»
Farra. Il suo racconto è tra i migliori d’Italia. Una pergamena
con la dedica di Camilleri
Lo sapevano in pochi - i genitori e la preside della sua scuola - ma
a regalarle una bella festa sono stati in tantissimi. Come non essere fieri
di Laura Devecchi, alunna della classe IV della scuola elementare Pitteri
di Farra d’Isonzo? E non soltanto perché in pagella ha “ottimo”
in tutte le materie.
E’ lei, infatti, una delle vincitrici del concorso di narrativa nazionale
intitolato “...quando a un tratto arrivò la Polizia...”, indetto
dal Ministero dell’Interno e riservato a giovani scrittori in erba, d’età
compresa tra i 9 e i 18 anni.
[...]
E’ il suo momento di gloria: il commissario le comunica che il suo
racconto è stato selezionato e giudicato uno dei migliori, tra gli
oltre tre mila elaborati presentati da tutta Italia. Per lei, uno zainetto,
un cappellino, un bouquet di fiori e, soprattutto, la pergamena con la
dedica dello scrittore Andrea Camilleri, componente della commissione formata
anche da agenti di polizia, attori, giornalisti e psicologi che ha giudicato
i racconti.
Ma Laura, del papà del commissario di Montalbano, confessa di
non avere letto ancora niente: «Non mi piace la lettura, a parte
i fumetti di Topolino - ci racconta, mentre gli amici la baciano e l’abbracciano
e un sedicente “fidanzato” le chiede un autografo -. A scuola preferisco
la matematica e da grande vorrei aprire un ristorante assieme a Valentina,
la mia compagna di banco».
[...]
Luana de Francisco
Sette (supplemento del Corriere
della sera), 16.5.2002
Inchiesta - L'Italia del cortigiano
Intervista di Claudio Sabelli Fioretti a Valerio Riva
[...]
Sabelli Fioretti - Chi è lo scrittore italiano più sopravvalutato?
Riva - Camilleri. Scrive racconti dal linguaggio piatto, semplici sceneggiature
per la Rai. E' uno scrittore di plastica, inventato. Come Baricco. Dietro
di lui c'è il vuoto.
[...]
La Repubblica
(ed. di Palermo), 15.5.2002
Montalbano scopre gli abissi della psiche
In vendita da ieri i nuovi racconti di Camilleri. E tra breve due cd
Ve lo immaginate Salvo Montalbano, il commissario più amato d'Italia,
alle prese con gli abissi della psiche, i suoi «intricati labirinti»,
«i dedali oscuri», «gli inestricabili grovigli»,
«le sotterranee caverne»?
È proprio quello che accade nel quinto racconto che dà
il titolo alla nuova raccolta di Andrea Camilleri, La paura di Montalbano
(Mondadori, 15,80 euro, da ieri in libreria), in cui l'eroe di Vigata viene
accusato di trascurare le ragioni profonde che spingono a commettere una
colpa. Ma il commissario sa bene che, una volta raggiunto il fondo di uno
di questi strapiombi, «ci avrebbe immancabilmente trovato uno specchio.
Che rifletteva la sua faccia»: da lì la sua paura. Dalle pagine
del nuovo libro dell'autore empedoclino emerge dunque un Montalbano diverso,
che va vistosamente cambiando, forse per via dell'età e dei segni
lasciati da tutte le inchieste passate. E più che le situazioni
o i casi con cui deve di volta in volta misurarsi, a dominare in queste
pagine sono le nuove sensazioni del commissario vigatese, le sempre diverse
reazioni, i leggeri smottamenti della sua psiche, da Camilleri abilmente
colti e rappresentati, facendo ricorso ora alla ormai sperimentata misura
del racconto, molto simile a quelli contenuti nei precedenti volumi mondadoriani,
ora invece cimentandosi in una vera e propria novità stilistica:
il romanzo breve, sapientemente calibrato, tanto da consentire un respiro
maggiore ai personaggi che in esso si muovono. Una prova in più
dell'ansia sperimentale di Camilleri, del suo mettersi continuamente alla
prova.
E già da ieri è cominciato il pellegrinaggio in libreria
dei lettori più affezionati e ansiosi, raggiunti dall'intervista
rilasciata dallo scrittore al Tg1. «Stiamo già vendendo la
copie appena arrivate - dice Fabrizio Piazza della Modus vivendi - ma da
due giorni registriamo prenotazioni da parte dei fedelissimi». Alla
Feltrinelli Camilleri nel primo pomeriggio è a quota dieci, come
del resto da Flaccovio, mentre da Sellerio sono state vendute soltanto
cinque copie: «Certo - spiega Costantino Chillura - quando uscivano
i primi gialli si vedevano calare in libreria orde di lettori, alla stregua
dei lanzichenecchi, pronti a razziare a qualsiasi costo, quasi in preda
a una crisi di astinenza. Adesso ci siamo un po' abituati all'esercito
dei camilleriani». Un esercito destinato a rimettersi in marcia abbastanza
presto, dal momento che l'instancabile «affabulatore agrigentino»
lo troveremo nuovamente sugli scaffali delle librerie con una curiosa novità,
sempre Mondadori: un cofanetto contenente due cd, grazie ai quali sarà
possibile sentire la calda e roca voce di Camilleri che legge per la prima
volta alcuni tra i più bei racconti di Montalbano (viene alla mente
la registrazione fatta nel '67 ed edita quest'anno della voce di Garcìa
Marquez alle prese con Cent'anni di solitudine) e un libro con il testo
dei racconti e alcune pagine inedite, in cui l'autore si confessa sulle
passioni, gli umori, il futuro del commissario di Vigata, sempre più
in bilico tra la pensione e il matrimonio.
Salvatore Ferlita
L'Arena, 15.5.2002
Liceo Maffei. La «Vita di Luigi» allestita dal laboratorio
di studenti diretti da Andrea de Manincor
Pirandello, «figlio cambiato»
Un racconto concentrato sui rapporti con la famiglia
Dopo questa fatica sarà un autore che non scorderanno, gli studenti
della Scuola di teatro del Liceo ginnasio Maffei, probabilmente incuriositi,
stimolati ad andarsi a leggere molte più pagine di Pirandello di
quante non obblighi il frettoloso programma scolastico. La "Vita di Luigi"
andata in scena al Teatro Camploy racconta di Pirandello attraverso Andrea
Camilleri e la sua "Biografia del figlio cambiato", racconto che lui stesso
definisce "del tutto personale" e "destinato non agli accademici, agli
storici, agli studiosi, ma al lettore più che comune". Un punto
di vista in realtà piuttosto interessante, visto che Camilleri e
Pirandello sono legati, oltre che dalla loro origine siciliana, dall'aver
speso gran parte della loro vita per il teatro e la scrittura, e un teatro
e una scrittura poco convenzionali. Andrea De Manincor, nel metterla in
scena, è andato ancora più in là. Lasciando cadere
il finale possibilista di Camilleri, il suo riconciliante olivo saraceno,
De Manincor ha lavorato per sottrazione, lasciando una linea essenziale
di racconto. Spicca soprattutto la famiglia, i rapporti conflittuali di
Luigi con i suoi familiari, il padre Stefano in primis, un rapporto negato
e solo (troppo) tardi ritrovato; spicca l'angoscia di "figlio cambiato"
che Pirandello pensò sempre di essere, e al quale dedicò
anche una novella.
La sua vita - usando un espediente pirandelliano (nella novella "La
giornata") - viene condensata nello spazio di poche ore, con tanti Luigi
dall'infanzia alla vecchiaia, visti passare nel caffè di una stazione
(quella di Agrigento) e intorno a lui le figure chiave: il padre con la
sua amante, ma soprattutto le donne, dalle demoniache "Donne" della storia
del figlio cambiato, alla sorella Lina, ai suoi primi amori, e poi la moglie
Antonietta, vista da giovane e nella follia matura, la figlia Lietta, Marta
Abba e le attrici di una compagnia di giro, la donna in nero dell'"Uomo
dal fiore in bocca".
La scena dà spazio a tutti gli studenti-attori, nel moltiplicarsi
dei personaggi, pur rimanendo drammaturgicamente valida. Il quadro iniziale
li vede come in un'orchestra, che si anima in un contrappunto di microscene
legate da nessi quasi onirici. Ma nel contempo c'è un altro Pirandello
che guarda dall'esterno, se per caso la vicenda ci fosse sembrata troppo
veristica, se ci fossimo scordati, come egli dice citando Shakespeare,
che "tutto il mondo è teatro", anche la vita, anche e soprattutto
la vita di Pirandello.
Una quarantina gli studenti-attori (impossibile citarli tutti) tutti
curati nell'interpretazione nonostante la tentazione talvolta di un perdonabile
birignao, e tra questi alcune ottime interpretazioni femminili, talenti
che il tempo farà sicuramente sbocciare. Nel frattempo la Scuola
di teatro sta lavorando per partecipare con questa "Vita di Luigi" al convegno
di studi pirandelliani di Agrigento del prossimo dicembre.
Daniela Bruna Adami
Il
Mattino di Padova, 15.5.2002
Gli antenati del nostro "giallo"
Luca Crovi racconta il thriller italiano
Molti credono che il giallo italiano, fenomeno letterario oggi assai
diffuso, sia una "moda" recente. Ma non è così, come risulta
dal saggio ampiamente documentato di Luca Crovi Tutti i colori del giallo
(ed. Marsilio, 363 pp., Euro 17,00), sottotitolo, "Il giallo italiano da
De Marchi a Scerbanenco a Camilleri", che ne lascia intendere l'ampiezza
d'orizzonti. Ma quella di Crovi non è una semplice "storia": essa
rimane solo la base, da cui il saggio sviluppa poi quei settori che, assemblati,
costituiscono il complesso arcipelago del giallo italiano.
Un'indagine dunque a tutto campo, in cui si passa ai sottogeneri, all'importanza
delle collane, al ruolo degli illustratori, all'analisi degli autori e
delle loro tematiche, per giungere agli influssi del "genere" sul fumetto,
alle sue parentele con le opere cinematografiche e le serie televisive.
Crovi non trascura nemmeno cenni a quegli autori non italiani che,
amando il nostro Paese, vi hanno ambientato le loro storie - come Magdalen
Nabb e Thomas Harris, oltre a Michael Dibdin e Donna Leon, i cui investigatori
agiscono a Venezia - e analizza i fitti addentellati del giallo con la
letteratura "alta".
Con tale valenza, Tutti i colori del giallo si propone come un'opera
oggi necessaria, in quanto risaliva al lontano 1979 - Loris Rambelli, Storia
del giallo italiano - l'unico saggio sistematico su questo settore, ormai
riconosciuto dalla critica come una colonna portante della cultura letteraria.
Crovi evidenzia bensì come il fenomeno Andrea Camilleri abbia
portato a un consumo enorme di gialli italiani, ma anche come la sua opera,
peraltro apprezzabile, sia solo la punta di un iceberg di ampia consistenza
e profonde radici. L'indagine prende infatti le mosse dal lontano 1887,
allorché Emilio De Marchi pubblicò Il cappello del prete,
storia tenebrosa con innocenti, criminali, delitti e pene, oltre che, beninteso,
un investigatore protagonista: un romanzo interpretabile oggi come un autentico
capostipite del thriller.
Crovi affronta poi le tappe della diffusione del giallo nei primi decenni
del secolo successivo, con le molte collane popolari di fascicoli settimanali,
fino alla geniale invenzione mondadoriana, nel 1929, dei "Libri Gialli".
Essi invogliarono tanti autori italiani a cimentarsi con questo nuovo genere.
E fu tutta una fioritura di opere: soffocata però dal fascismo,
che non vedeva affatto di buon occhio una letteratura proveniente dall'esecrato
mondo anglofono.
Con la successiva rinascita, nel dopoguerra, Crovi individua in Giorgio
Scerbanenco la rivoluzione, cioè il punto di svolta dal giallo tradizionale
(accademico e "finto") a quello realistico, duro, noir. Il suo investigatore
Duca Lamberti, medico radiato dall'ordine in quanto colpevole di eutanasia
per pietà, vivacchia conducendo indagini. Ma la Milano dipinta da
Scerbanenco, spietata e violenta, ha trovato raramente un cantore così
sincero e suggestivo.
E' lì la radice autentica - siamo alla fine degli anni Sessanta
- di quella scuola di giallisti italiani oggi seguiti da moltissimi lettori.
Scrittori quali Loriano Macchiavelli - ormai riconosciuto come un maestro
del settore - Carlo Lucarelli, Andrea G. Pinketts, Claudia Salvatori, Danila
Comastri Montanari e una moltitudine di altri, ai quali Crovi dedica particolareggiate
analisi sia delle opere sia dei protagonisti, senza escludere le psicologie
delle città in cui essi agiscono.
Gianni Brunoro
Liberazione, 14.5.2002
Il ritorno di Montalbano
Sei storie brevi del comissario creato da Camilleri
Non un solo romanzo, ma sei racconti - alcuni molto brevi, altri di
maggiore respiro - per segnare il ritorno di Montalbano, il commissario
creato dallo scrittore siciliano Andrea Camilleri. In La paura di Montalbano,
la raccolta appena pubblicata da Mondadori (pp.321, Euro 15,80), c'è
spazio per le consuete trame poliziesche tessute da Camilleri ma anche
per incontri straordinari e curiosi del suo fortunato personaggio.
Il "giallo", la trama narrativa intorno a cui si dipanano le vicende
dello stesso Montalbano e dei suoi curiosi interlocutori, è come
sempre costruito passo dopo passo, senza drammatiche accellerazioni, quasi
la violenza e la rabbia fossero più il prodotto e il portato di
lunghe e difficili sedimentazioni, che non il frutto di un'esplosione isolata.
Il filo conduttore della raccolta - due dei racconti più brevi
erano già stati pubblicati, mentre per il resto si tratta di inediti
- potrebbe forse essere cercato proprio in questa traccia antica che i
crimini su cui cerca di fare luce il commissario Montalbano sembrano continuamente
mostrare in controluce. Ci sono, nel suo difficile procedere verso la luce
della risoluzione di un caso, i segni di una ossessione e di un dramma
che affonda nel tempo e che testimonia di una condizione collettiva, di
altri drammi e altre sofferenze lungamente patite. Montalbano avanza, ma
lo fa con timore, quasi sapendo che alla fine del percorso si troverà
di fronte a nuovi dubbi, celati oltre la cortina di facili certezze. Perché,
come scrive Camilleri alla fine del racconto che dà il titolo all'intera
raccolta, anche il commissario ha paura. «Lui aveva paura, si scantava
di calarsi negli "abissi dell'animo umano" (...) aveva scanto perché
sapeva benissimo che, raggiunto il fondo di uno qualsiasi di questi strapiombi,
ci avrebbe immancabilmente trovato uno specchio. Che rifletteva la sua
faccia".
Guido Caldiron
Il
Mattino di Padova, 14.5.2002
Montalbano torna in libreria
Camilleri firma una nuova raccolta di sei racconti
ROMA. «Livia aveva ragione. Lui aveva paura... Aveva scanto perchè
sapeva benissimo che raggiunto il fondo... Avrebbe immancabilmente trovato
uno specchio. Che rifletteva la sua faccia». E' questo in sintesi
il messaggio de La paura di Montalbano, l'ultimo libro di Andrea Camilleri,
edito da Mondadori (pp. 324 - euro 11,80) da oggi in libreria. Il volume
è una raccolta di sei racconti, tre brevi e tre lunghi, a differenza
dei precedenti volumi mondadoriani (i romanzi di Montalbano escono da Sellerio)
dove i racconti erano tutti brevi e più numerosi. In questo volume
c'è «un Montalbano più riflessivo, più attento
ancora, semmai, a se stesso», specifica l'autore. «La paura
di Montalbano» è il quinto racconto, breve, che Camilleri
definisce «il più strano». A cominciare dal luogo dell'ambientazione,
un piccolo centro di montagna, in provincia di Courmayeur, dove il commissario
di Vigata «è completamente spaesato». Spiega l'autore:
«In questo racconto c'è lo specchio deformante che riflette
la faccia di Montalbano; egli è accusato di non approfondire mai
la psicologia, si ferma alle ragioni che spingono qualcuno a commettere
una colpa, ma forse ci sono ragioni più profonde e Montalbano capisce
che le critiche nei suoi confronti sono fondate e che se si cala più
nel profondo trova la propria immagine riflessa».
I tre racconti brevi - «Giorno di febbre»; «Un cappello
pieno di pioggia» e «La paura di Montalbano» - per Camilleri
«più che indagini sono tre incontri straordinari». Per
gli altri tre - «Ferito a morte»; «Il quarto segreto»
e «Meglio l'oscuro» -, invece, si tratta di una novità
stilistica. «Per la prima volta ho scritto racconti lunghi, due sono
da 60 cartelle ed uno da 100 - indica lo scrittore siciliano - si tratta
quasi di romanzi brevi». Un genere che Camilleri non aveva mai tentato
in precedenza, ma dei quali è soddisfatto perchè consentono
«un maggiore respiro a personaggi». I tre racconti lunghi sono
inediti, a differenza di due dei tre brevi che sono stati già pubblicati.
C'è anche una novità narrativa, un nuovo legame tra il commissario
e il centralinista del commissariato di Vigata, Catarella. «Il quarto
segreto» è la prova di questo legame perchè i due condivideranno
proprio quattro cose che non riveleranno ad alcuno. E proprio in questo
stesso racconto nasce un'inedita amicizia tra Montalbano ed un maresciallo
dei carabinieri.
Il Nuovo, 13.5.2002
Torna Camilleri, ed è ancora Montalbano
Esce martedì in tutte le librerie La paura di Montalbano l'ultimo
libro dell'autore siciliano edito da Mondadori.
MILANO - ''Livia aveva ragione. Lui aveva paura... Aveva scanto perché
sapeva benissimo che raggiunto il fondo... Avrebbe immancabilmente
trovato uno specchio. Che rifletteva la sua faccia''. Eccolo, in poche
righe il messaggio de La paura di Montalbano, l'ultimo libro di Andrea
Camilleri, pubblicato da Mondadori (pp. 324 - € 11,80) e da martedì
in vendita in tutte le librerie. Una raccolta di sei racconti, tre
brevi e tre lunghi. In questo volume c'è ''un Montalbano più
riflessivo, più attento ancora, semmai, a se stesso'', specifica
l'autore.
La paura di Montalbano è il quinto racconto, breve, che Camilleri
non esita a definire ''il più strano''. A cominciare dall'ambientazione,
un piccolo centro di montagna poco distante da Courmayeur, dove il commissario
di Vigata ''è completamente spaesato''. Spiega Camilleri: ''In questo
racconto c'è lo specchio deformante che riflette la faccia di Montalbano;
egli è accusato di non approfondire mai la psicologia, si ferma
alle ragioni che spingono qualcuno a commettere una colpa, ma forse - aggiunge
- ci sono ragioni più profonde e in questo senso Montalbano capisce
che le critiche nei suoi confronti sono fondate e che se si cala più
nel profondo trova la propria immagine riflessa''.
I tre racconti brevi - intitolati Giorno di febbre, Un cappello pieno
di pioggia e La paura di Montalbano - per Camilleri ''più che indagini
sono tre incontri straordinari''. Per gli altri tre - Ferito a morte; Il
quarto segreto e Meglio l'oscuro - si tratta di una novità stilistica.
''Per la prima volta ho scritto racconti lunghi, due sono da 60 cartelle
ed uno da 100 - indica lo scrittore - si tratta quasi di romanzi brevi''.
Un genere che definisce ''difficile'' e che non aveva mai tentato in precedenza,
ma dei quali si ritiene soddisfatto perché consentono ''un maggiore
respiro a personaggi che vivono, appunto, come in romanzi brevi''. Una
scelta con la quale l'autore può fare le sue ''amate digressioni''.
Due dei tre racconti brevi sono stati già pubblicati: uno su
una rivista dell'Amministrazione Penitenziaria mentre Un cappello pieno
di pioggia su un quotidiano nazionale nel 1999. Tra le novità narrative
il nuovo legame tra il commissario e il centralinista del commissariato
di Vigata, Catarella. Il quarto segreto ne è la prova perché
i due condivideranno proprio quattro cose che non riveleranno ad alcuno.
TG1, 13.5.2002
Intervista ad Andrea Camilleri
Andrea Camilleri, dica la verità: non si è stancato di
questo commissario Montalbano?
Beh, io un pochino sì, per la verità, ma il fatto
è che sono un pochino assediato vuoi da Montalbano stesso, che si
presenta a me ogni tanto dicendomi "Raccontami, raccontami", e anche dai
lettori. Io posso scrivere anche, metta conto, un capolavoro -può
succedere, no?- e la gente mi dice "Sì, l'ho letto. Ma quand'è
che esce un nuovo Montalbano?".
Sì, ma questo Montalbano adesso ha paura?
Eh, ha paura di sé stesso...
Ah, ecco...
Eh, il mio personaggio è un personaggio che invecchia con...
invecchia in tempo reale, cioè a dire i suoi racconti, i suoi romanzi
seguono un arco di tempo preciso, no?, che corrisponde anche al suo invecchiare,
e invecchiando vengono fuori tante paure.
Senta, un'idea: ma non potrebbe far morire Montalbano nel prossimo
libro?
No, io sono contro la violenza. Credo che se dovessi far finire
Montalbano lo farei finire sposato, pensionato e in pace con sé
stesso.
Luigi Saitta
La Stampa, 12.5.2002
Camilleri. La paura fa Montalbano
Torna da Mondadori il popolare commissario dello scrittore siciliano:
in anteprima l'incipit di uno dei nuovi racconti inediti, "Ferito a morte".
Tutta la colpa della nottata che stava perdendo, arramazzandosi nel
letto sino a farsi quasi stranguliare dal linzolo, non era certo dovuta
alla mangiata della sira avanti, che era stata di robba leggera.
[...]
Andrea Camilleri
Le tre inchieste
Esce da Mondadori La paura di Montalbano, nuova raccolta di avventure
del commissario creato da Andrea Camilleri. Il volume contiene tre racconti
lunghi inediti, Giorno di febbre, Ferito a morte (di cui pubblichiamo qui
accanto le pagine iniziali), Un cappello pieno di pioggia. Le altre tre
novelle, invece, sono già apparse nel corso degli anni, su quotidiani
e riviste. Il commissario Montalbano, portato al successo dallo scrittore
siciliano, è una creatura che cresce, si modifica, cambia modi di
sentire, di avventura in avventura. Nel nuovo libro aggiunge alla tavolozza
dei sentimenti, una sensazione inedita: quella, normalissima, della paura.
Andrea Camilleri, nato nel 1925, ha esordito come scrittore «in giallo»
nel 1978, creando un mondo immaginario, che somiglia molto alla realtà
della sua Sicilia.
La Repubblica,
12.5.2002
La signora dei libri e i tre uomini della sua vita
Sarà lei la madrina della Fiera che s´apre mercoledì
a Torino. Passioni e vanità d´una primadonna dell´editoria.
Prima l´incontro con Enzo, il marito: era fotografo ma divenne
presto editore.
Poi Sciascia, maestro ed amico. Infine Camilleri, la terza carta fortunata.
PALERMO. Tutto è rimasto eguale, come ai bei tempi. La scrivania
antica dove sedeva Leonardo Sciascia, lo stesso divanetto ma con una tappezzeria
nuova, alle pareti gli innumerevoli bozzetti che - sulla macchia blu dei
libriccini - hanno fatto lo "stile Sellerio". «Vorrei che i miei
figli si liberassero di questo mausoleo», dice donna Elvira guardando
il suo studiolo, il tono imperioso di chi vuole convincersene. Niente è
cambiato rispetto a vent´anni fa, anche la stanza delle riunioni
con le grandi librerie ottocentesche, ora affastellata di carte da cui
sporge la testa di Beppe Aiello, il Lettore dei Manoscritti, una figura
più da romanzo che da industria editoriale. Anche il quadrilatero
famigliare d´affetti e tempeste è quello d´un tempo.
Su un lato di via Siracusa, un intero piano diviso tra Elvira ed Enzo Sellerio,
il marito fotografo da cui si separò alla fine degli anni Settanta.
Sull´altro lato della strada, il balcone fiorito di lei e, ad angolo,
le finestre spoglie di Enzo. La novità in casa editrice è
un simpatico e preparato trentenne dai capelli rossi, il figlio Antonio,
una laurea alla Bocconi con una tesi sull´azienda di famiglia. Ha
studiato sofisticati criteri di razionalizzazione, ma un´intensa
stagione di letture scientifiche va a frantumarsi contro quello che lui
– con ironica rassegnazione – chiama "un modello del tutto originale"(che
oggi fattura 25 miliardi l´anno). «Di che parlate?»,
irrompe sulla scena "il modello originale", Elvira, lo sguardo fulmineamente
cangiante dalla tenerezza alla severità. «Manca Olivia, la
primogenita: lei s´occupa delle librerie, ma presto arriverà
in casa editrice». Capelli lunghi raccolti in un bianco chignon,
classe 1936, sarà Elvira Sellerio ad inaugurare la nuova Fiera del
Libro di Torino, mercoledì al nastro di partenza.
Chi l´ha convinta ad accettare?
«Mi ha scritto tempo fa il direttore Ernesto Ferrero, un amico
editor al quale voglio bene. L´altro è Roberto Cerati, mi
è sempre stato vicino, lo consultai perfino prima di lanciare la
nostra collana più famosa "La Memoria". Una lettera affettuosa e
cortese, "Cara signora, se Lei vorrà…"».
Ma, scusi, vi date del "lei"?
Il gelo saetta nello sguardo. «Io a tutti do del "lei". Forse
è l´età». Poi riprende: «Quello di Torino
è un appuntamento importante, irrinunciabile per chi ama i libri.
Sono onorata che la madrina sia un´editrice siciliana».
Ma perché finora è stata lontana dalla Fiera?
«Un editore deve stare quanto più silenzioso, nascosto,
taciturno. Il nostro è un mestiere d´umiltà, ma in
pochi lo intendono così. È servizio, non protagonismo».
Non sarà invece che lei preferisce stare lontano dagli autori?
«Preferisco incontrarli sulla pagina scritta. Dialogare con loro
a distanza, per lettera. Tabucchi e Bufalino li ho conosciuti dopo averli
pubblicati».
Paura di delusioni?
«Forse. Ma, direi meglio, gli scrittori non sempre somigliano
ai loro libri. Tabucchi per esempio è un toscano sanguigno, però
scrive come un portoghese. Camilleri invece è come i suoi romanzi:
perfino nel parlato, negli ammiccamenti, nel modo così espressivo
di disegnare i personaggi».
Come l´ha conosciuto?
«Me lo presentò Leonardo un secolo fa. Era un regista
piuttosto noto, io seguivo i suoi Maigret televisivi con la colonna sonora
di Luigi Tenco. Un giorno arrivò in casa editrice pallidissimo.
"Un caffè, presto", implorò. "Ora un whisky, vi prego". Lo
guardammo angosciati. Poi cominciò: "Il sangue scorreva come in
un film. Ma se fossi stato io a girare il film, avrei detto di diluirne
la tinta: era troppo rosso". Insomma: aveva assistito a una carneficina,
e riuscì a farcela vedere con le parole. Questo spiega il successo
dei suoi libri».
Camilleri le è rimasto sostanzialmente fedele, a parte qualche
uscita con Rizzoli e Mondadori.
«In realtà nessuno mi ha mai tradito, specie tra i grandi.
Fastidiosi sono i piccolini che, per diventare importanti, scelgono editori
più potenti. Sciascia fu l´unico a fare il percorso contrario:
dai colossi alla piccola editrice siciliana. Camilleri ci ha già
consegnato due nuovi libri, ma aspettiamo il prossimo anno, per non esagerare.
Lei non immagina quanti miliardi gli abbia offerto Mondadori, e lui niente.
Intendiamoci, anche con noi guadagna…».
Diciamo che è reciproco: sei milioni di copie vendute.
«Camilleri è stato il terzo incontro fortunato della mia
vita. Lo capiscono perfino in Veneto, anche se poi i venditori locali mi
hanno suggerito di togliere Palermo dal marchio in copertina. Roba da matti:
ha ragione Adriano (ndr, Sofri) quando mi suggerisce di scrivere la storia
della casa editrice».
Gli altri due incontri della vita?
«Il primo è stato Enzo, mio marito. Bellissimo, affascinante,
curioso. Lo sposai a ventisei anni, subito dopo la morte di mia mamma Lina.
Ero la più grande di sei fratelli, mio padre un alto funzionario
dello Stato. Non sopportavo di continuare a stare in quella casa. Fu un
atto di egoismo, anche se poi la nostra famiglia è rimasta molto
unita: passionale e cattivissima come la classica famiglia siciliana. Il
sabato pomeriggio ci vediamo sempre per lo scopone: tutti tranne gli estranei,
ossia i cognati».
Enzo faceva il fotografo.
«E poi l´editore. Fu lui, alla fine degli anni Sessanta,
ad avviare la casa editrice: un progetto maturato insieme a Leonardo Sciascia
e Antonino Buttitta, l´antropologo. Stavano sempre insieme, parlavano
fitto nella stanza piena di fumo».
Teneramente rivolta al figlio: «Antonio, ma tu t´annoi?».
Lui mite: «Dài, racconta».
Lei era esclusa dal dotto consesso?
«Ero quella del caffè. Come un caratterista di seconda
fila, entravo sulla scena e chiedevo "Caffè?". Nei rari momenti
di originalità: "O una tazza di tè?". Loro annuivano».
Complessi?
«No, ad essere sincera. Alla mia età lo posso confessare
- che le femministe mi perdonino – ma io ero molto carina, sapevo di piacere.
E le donne ne traggono forza e sicurezza».
In che modo esercitava la sua femminilità?
«Ero frivola, vanitosissima. Una camicetta nuova mi teneva allegra
per una giornata. Poi giocavo con i miei capelli: li tagliavo cortissimi,
cambiavo colore. Tutto per amore di Enzo. Anche il mio ingresso in casa
editrice fu per stare più vicino a lui. Per farmi apprezzare di
più».
Come fu?
«Cominciai a intervenire alle riunioni, ad appassionarmi. Seguendo
sempre una regola: se avevo un´idea convincente, la presentavo come
non mia. L´attribuivo a Leonardo o ad Enzo».
E loro?
«Ci cascavano sempre».
Ma lei per Enzo era "la povera ragazza". Il matrimonio fatalmente finì.
«Rimasi sola, con due figli ancora piccoli. E senza un soldo.
Le banche mi negavano i crediti, le cartiere e le tipografie non mi accettavano
come interlocutore. Solo per farmi ascoltare, mi facevo introdurre telefonicamente
dal portiere: una voce maschile aiuta sempre. E poi soffrivo d´amore».
Un´occhiata ad Antonio, come incerta. «Se trovavo per casa
un golf o un cappotto di Enzo mi ci avvolgevo dentro piangendo».
Però ci fu Sciascia ad aiutarla.
«Sì, un maestro, un grande amico, la seconda fortuna della
vita. Mi aiutò ad acquistare sicurezza, elogiava il mio puntiglio
e la mia determinazione. Ed era molto giudicante».
Che cosa le rimproverava?
«Non sopportava che fossi così cortese con tutti, anche
con le persone che detestavo. "Gli hai fatto credere d´essere al
centro del tuo mondo", mi diceva severo».
Francamente pare difficile immaginarla così arrendevole.
«Tu Antonio mi ricordi così? È stato il processo
a incattivirmi (ndr, un processo sui finanziamenti regionali concluso con
un´assoluzione). Dopo non sono stata più la stessa. Cominciò
all´inizio degli anni Novanta, gli editori concorrenti mi davano
per spacciata. Einaudi tentò di mettere sotto contratto i libri
di Carlo Lucarelli. Venne a Palermo Benedetta Centovalli, editor da Rizzoli,
a prender nota degli autori più venduti. Per loro ero come morta.
Queste cose ti cambiano il carattere».
Che cosa le manca di Sciascia?
«La mescolanza di gioco e cultura. La curiosità. Il riscontro
della qualità. Perfino i litigi. Antonio, ti ricordi che belle litigate
con Leonardo?».
Il figlio divertito annuisce: «Ora, mamma, proprio non si riesce
a litigare. Decidi sempre tu».
La volta che Sciascia più s´arrabbiò?
«La prima volta che pubblicai un libro senza interpellarlo. Carmilla
di Joseph S. Le Fanu. Era un genere che non gli piaceva, tutto vampiri
e fantasmi. S´infuriò».
Era anche questo un modo di emanciparsi dal maestro.
«Ormai, per tutti, ero la Signora. Ancora oggi in casa editrice
mi chiamano così. Da "povera ragazza" a Signora, la traversata era
compiuta».
Ma è vero che ora ha votato per Forza Italia?
«No».
Ha sostenuto però la candidatura a sindaco di Palermo di Francesco
Musotto, ex forzista chiacchierato.
«Mi creda, Musotto è chiacchierato come lo sono tutti
i personaggi influenti di questa città. Anch´io lo sono, perché
fuori dal gregge».
C´è qualcosa che la infastidisce nelle celebrazioni dedicate
a Sciascia?
«M´indigna che oggi nessuno dei suoi amici diessini abbia
sentito il dovere morale di illimpidirne la figura, sottraendola alle ombre
che gli avevano messo addosso negli ultimi anni. Mi sembra folle una sinistra
che non si riappropri di una sua intelligenza».
Allora la indigneranno anche i tentativi di tirargli la giacchetta
da parte della destra.
«Ma certo. La colpa è però d´una sinistra
che non protegge i suoi uomini. Leonardo ne sarebbe seccatissimo».
Pausa. «Ecco, ho fatto quel che non dovevo. Attribuire a Sciascia
sentimenti postumi. E non c´è più lui a correggermi,
a mettere i puntini sulle i».
Un´ultima sigaretta, e la Signora s´accomiata mettendoci
in mano un delizioso volumetto di Viktor Sklovskij, Zoo o lettere non d´amore,
epistolario su uno sfortunato amore che il padre del formalismo russo genialmente
camuffò da gioco narratologico. «Ho settant´anni»,
scrive Sklovskij. «La mia anima giace innanzi a me. È tutta
segnata dalle pieghe del tempo. Hanno piegato l´anima la morte degli
amici. La guerra, le dispute. Gli errori, le offese. E la vecchiaia, che
nonostante tutto è sopraggiunta».
Simonetta Fiori
L'Arena, 12.5.2002
Pirandello via Camilleri
Debutta la nuova drammaturgia della Scuola di teatro del Liceo Maffei:
la «Vita di Luigi» attraverso la «Biografia del figlio
cambiato» del suo conterraneo
Stasera e domani, alle 21, al Teatro Camploy, gli allievi della Scuola
di Teatro del Liceo Maffei saranno in scena con Vita di Luigi, di Andrea
de Manincor, ispirata a Biografia del figlio cambiato di Andrea Camilleri,
per la regia di Laura De Biasi e Andrea de Manincor. Si tratta di una drammaturgia
basata sulle vicende personali di Luigi Pirandello. Una vita romanticamente
artistica, quella dello scrittore siciliano: una vita difficile. E alla
bella opera di un suo attuale, arcinoto conterraneo, Andrea Camilleri,
che all'esistenza pirandelliana ha dedicato le pagine di Biografia del
figlio cambiato, ci si è ispirati per dare vita a questa altra biografia.
La quale, per scrittura e costruzione, è divenuta opera totalmente
originale: con rare, rarissime citazioni dallo stesso Pirandello, nel tentativo
di farla esistere in sé e per sé e di avvicinare il pubblico
a quell'esistenza. Per questo si è scelto di collocare tutti gli
eventi cui si fa diretto riferimento in un unico luogo, profondamente pirandelliano:
il caffè della stazione; in un tempo unico, quello della reale rappresentazione,
trattando ciascun episodio come piccolo accadimento a sé stante.
Di conseguenza, ciascuno di questi eventi è nello stesso tempo
scisso, staccato dal precedente, e connesso per il motivo che i protagonisti
sono sempre Pirandello e i parenti (il padre Stefano, la madre Caterina,
la sorella Lina), gli amici e gli amori giovanili (Jenny la tedesca, la
cugina Lina, omonima della sorella), la moglie Antonietta, (prima giovane
e poi madre matura), la figlia Lietta (prima e dopo la partenza - rifugio
in Cile), l'attrice Marta Abba, musa della consolidata notorietà
artistica e drammaturgica, colti in alcuni momenti decisivi della loro
vita.
In scena, a commentare la successione degli episodi, una compagnia
teatrale di giro, di quelle che scavalcavano, come si diceva, le montagne
per toccare le parti estreme della già variegata provincia italiana;
compagnie contemporanee proprio a Pirandello; compagnie la cui tradizione
in modo indiretto lo stesso Pirandello contribuì a scalfire.
Gli eventi che così passano nella vita del Nobel siciliano,
anche nell'ottica proposta dal libro di Camilleri, inducono Luigi dapprima
a provare l'allontanamento dalla figura paterna, non solamente per motivi
di carattere affettivo e sentimentale (tra questi, la scoperta di una relazione
extraconiugale mantenuta per un certo periodo dal genitore) ma perché
considerata distante dalle personali inclinazioni di scrittore nutrite
fin dalla giovane età da Pirandello. Ma nella maturità altri
eventi finiscono per restituire il drammaturgo all'originale alveo familiare,
per una serie di atteggiamenti e prese di posizione, anche nei confronti
dei figli, che lo fanno decisamente assomigliare a quel padre un giorno
rifiutato.
La vicenda personale di Pirandello insomma inanella una catena di episodi
drammatici, che vengono innescati da scelte esercitate dallo scrittore.
E dati questi episodi, per questa messinscena si è partiti da un'intuizione:
quella di far assistere alla concatenazione degli eventi un personaggio,
la cui esistenza è misteriosamente identica nei singoli accadimenti
rappresentati a quella di Pirandello.
Le musiche sono di Ryuchi Sakamoto, Ivano Fossati, Cesaria Evora. Ricerca
dei costumi di Laura De Biasi. L'assistenza tecnica di Alberto Bonizzato.
Il Resto
del Carlino, 11.5.2002
Camilleri: «Ho imparato da lui»
Andrea Camilleri, il giallista «padre» del Commissario
Montalbano, ha avuto un passato di sceneggiatore televisivo alla scuola
di Fabbri.
«La scrittura — racconta — non tanto di capitoli tradizionali
quanto di sequenze e una certa velocità dell'immagine mi vengono
dall'esperienza televisiva. Con la televisione ho imparato anche il meccanismo
del giallo producendo la serie del commissario Maigret. Allora ebbi la
fortuna di lavorare con un grande commediografo qual era Diego Fabbri,
lo sceneggiatore. Quando Diego Fabbri doveva sceneggiare gli episodi, comprava
tre o quattro libri e poi li rompeva materialmente a gruppi di pagine,
li destrutturava per rimontarli in un altro modo, televisivamente, e scriveva
le scene di raccordo. Seguendolo passo passo io mi sono accorto di cos'era
la tecnica di Simenon».
Andrea Camilleri
InternetBookShop
Disponibile dal 14 maggio il nuovo libro di Camilleri
La paura di Montalbano (15,80 E)
Il legame che unisce e tende la scrittura di tutte le storie, tre brevi
e tre lunghe, è una certa commozione che vibra sotto pelle lungo
questi racconti e i loro personaggi, mettendo spesso i brividi a
chi legge. La figura del maresciallo Verruso, formale, pignolo, apparentemente
una specie di antimontalbano, eppure grandioso nella dignità con
cui custodisce un suo tremendo segreto, o l'immagine della signora Giulia
Dalbono che, in una sorta di assurdo paradosso, non riesce più ad
aprire gli occhi dopo un incidente che invece avrebbe dovuto spalancarglieli
per sempre, non si dimenticano. Come non si dimenticano gli sguardi selvatici
della picciotta Grazia Giangrasso di "Ferito a morte" e le due vecchie
signore di "Meglio lo scuro", nelle quali Montalbano si imbatte indagando
su un fatto inquietante avvenuto cinquant'anni prima.
Repubblica,
10.5.2002
In libreria autori inediti spagnoli e portoghesi
Oggi arriva in libreria "In via del tutto eccezionale" (pagg. 170, euro
14,50), un romanzo dello scrittore andaluso Felipe Benítez Reyes,
con una nota di Andrea Camilleri. Il 10 giugno sarà la volta dell´opera
prima di un giovane autore portoghese, José Luís Peixoto,
il vincitore del premio Saramago che firma "Nessuno Sguardo", con una presentazione
di Antonio Muñoz Molina.
Sono due libri pubblicati da La Nuova Frontiera, una casa editrice
nata nel ´99 e già attiva nel settore ragazzi, e inaugurano
una nuova collana - Liberamente si chiama - dedicata soprattutto ad autori
di lingua spagnola e portoghese inediti in Italia. Benitez Reyes è
molto conosciuto in Spagna anche come collaboratore di El Pais, ma è
soprattutto autore di numerosi libri tradotti in varie lingue, dalla prosa
considerata brillante e grottesca, e può vantare numerosi premi
tra cui il prestigioso Nacional de Literatura.
Giornale di Brescia,
10.5.2002
Luca Zingaretti sul grande schermo in «Texas ’46» e in
autunno di ritorno in tv con nuovi episodi del commissario Montalbano
«Io, soldato prigioniero di un ideale»
«Subisco il fascino della generazione della guerra, che credeva
nella dignità e nell’onore»
[...]
Lei sta ultimando le riprese a Ragusa dei nuovi episodi del commissario
Montalbano, tratti dai racconti di Camilleri («Il gatto e il cardellino»,
«L’odore della notte», «Gli arancini di Montalbano»).
Ormai non ha più il timore di rimanere identificato con il personaggio?
«Direi proprio di no. Ho una grande gavetta dietro le spalle
che mi dà forza, e poi il successo di Perlasca, tanto per fare un
esempio, sta a dimostrare che se esiste la cosiddetta identificazione,
è un pericolo che si può proprio scongiurare».
Sente di assomigliare in qualche modo al suo commissario Montalbano?
«Non voglio passare da presuntuoso, lo giuro. Ma i suoi valori
sono anche i miei. Con la differenza che io li vivo in un altro modo e
in un altro mondo. Roma non è un’isola, un minuscolo fortino protetto
e diviso dal mare, è una giungla. Roma è dura. Ma se si ha
dignità, se si è temprati a dovere e si dà per scontato
che la vita è una lotta continua, è possibile abitarci, persino
rintanarcisi».
Emanuela Castellini
La Stampa, 8.5.2002
Libro intervista con Saverio Lodato
Camilleri si confessa e scende in trincea
L´infanzia, Montalbano, la mafia e un amaro attacco alla politica
d´oggi
L'ALBERO più simbolico che ci sia, la palma, adesso, alle sue
numerose valenze ne aggiunge pure un'altra: rappresenta una mentalità,
una cultura molto speciale che subdolamente avanza e, lentamente ma con
spregiudicatezza, ha conquistato il sud e ora pone i suoi avamposti anche
nel centro nord. Andrea Camilleri utilizza una suggestiva immagine di Leonardo
Sciascia per spiegare mafia, camorra, estorsioni, saccheggiamenti, ruberie
e affini: «Una volta Sciascia affermò in una curiosa poesia,
La palma va a nord, che dei botanici si erano accorti che la palma, e intendo
proprio l'albero della palma, si spostava, in un anno, di cinquecento metri
verso Nord? In sostanza la palma è metafora di quella che è,
secondo ciò che posso interpretare del pensiero di Sciascia, una
certa mentalità paramafiosa - attenzione: non propriamente mafiosa
in sé - che sta invadendo non solo l'Italia, ma addirittura l'Europa?».
Terribile, dunque, questa Linea della palma: così si chiama il bel
libro-confessione di Camilleri con il giornalista Saverio Lodato che uscirà
a giorni da Rizzoli. E indica la deriva di un confine sempre più
incerto tra legalità e illegalità che occupa ormai gran parte
della penisola e dilaga anche in Europa. Nella lunga carrellata sulla sua
vita Camilleri ripercorre l'infanzia siciliana, il fascismo, gli anni della
guerra, il trasferimento a Roma, i primi approcci alla scrittura letteraria,
la sua esperienza come autore di televisione e di teatro fino al tardivo
ed eccezionale successo come narratore. Non è la prima volta che
il padre del commissario Montalbano si racconta. Lo aveva già fatto
nel suggestivo dialogo con Marcello Sorgi, La testa ci fa dire. Adesso,
oltre a ripercorrere le tappe della sua autobiografia, mostra a volte anche
un tratto più amaro e pungente. Ed anche polemico. Oggi, a differenza
di qualche anno fa, si sente in trincea. E mostra questo stato d'animo
soprattutto nelle pagine in cui discute con calore di politica, ripensa
la sua militanza nel Pci, discetta del suo impegno di oppositore del governo
Berlusconi, si occupa di giustizia, di conflitto d'interessi e anche di
mafia. Insomma, alla maniera di Sciascia, sviscerando e ragionando come
un illuminista di altri tempi, Camilleri ce la mette tutta non solo per
ricostruire il suo straordinario percorso di scrittore ma anche per fermare
con la forza delle idee questo labile confine della palma.
Mirella Serri
Il Denaro, 8.5.2002
Max Gazzè, il giullare di Girgenti
La sua musica va abbinata al nuovo libro di Camilleri
Il cd.
Questo disco del cantautore romano racchiude dieci nuove canzoni, l’una
diversa dall’altra, sia per quanto concerne l’arrangiamento musicale, sia
per quanto riguarda il linguaggio adoperato nel costruire i versi, ai quali
ha collaborato per la stesura definitiva il fratello Francesco. Gazzè
ha creatività da vendere e lo dimostra in brani come «Questo
forte silenzio», dove insinua nella mente di chi lo ascolta il dubbio
che lo sbarco sulla Luna non sia mai avvenuto; in «Eclissi di periferia»,
invece, descrive il decollo di una casa popolare quasi come se fosse un’astronave;
in «Non era previsto», infine, prende decisamente le distanze
dall’impero del conformismo. Disco che non rilassa, ma che stimola pensieri.
Max Gazzè, Ognuno fa quello che gli pare, Virgin/EMI, 2001;
16,53 euro.
Il libro.
Abbandonate (ma solo momentaneamente) le avventure del commissario
Montalbano - che ha avuto anche una trasposizione televisiva di buon successo
- Andrea Camilleri con questo nuovo romanzo crea un divertente gioco di
fantasia. L’ambientazione è quella della Sicilia di fine ‘600, quando
siccità, carestia, peste e maghi flagellavano il popolo della grande
isola. La storia s’ispira ad un fatto realmente accaduto all’epoca.
Per sei giorni, infatti, Girgenti divenne un regno autonomo e un contadino
(Zosimo) si autoproclamò re. Romanzo a tratti grottesco, scritto
in una forma dialettale che, in alcune pagine, si mischia con la lingua
spagnola. Fantasia al potere.
Andrea Camilleri, Il re di Girgenti, Sellerio, 2001; 11,36 euro.
La motivazione dell’abbinamento.
Max Gazzè può essere tranquillamente definito come un
sorta di Battiato giovane, e la sua musica, come del resto quella del cantautore
siciliano, non si presta ad ascolti distratti. C’è, nel disco appena
recensito, una contaminazione di diversi generi (la musica jungle che si
mescola ai mandolini mediterranei) e un osmosi di suoni (tutti rigorosamente
analogici) così marcata da far pensare ad un lavoro certosino finanche
nella realizzazione dei più piccoli particolari. E, in fin dei conti,
anche nell’ultima fatica letteraria di Camilleri vi è una certa
e marcata commistione eterogenea di elementi fra loro molto diversi, accomunati
però dalla fantasia, libera da sovrastrutture preconfezionate. Quella
fantasia che spinge questi due artisti a descrivere storie e contesti partoriti
dal tessuto socio-culturale dal quale provengono e che, proprio per questo
motivo, riescono nell’intento di far emergere con le parole e con la musica
il lato fanciullesco della loro personalità.
Salvatore Tartaglione
Il
Tirreno, 7.5.2002
Il mistero della scrittura
Andrea Camilleri alla Scuola Normale parla dei suoi libri
PISA. Ci sono voci e voci, si sa. Possono distinguersi per timbro o
per registro, ma sono veramente rare quelle capaci di dimostrare quella
legge dell'armonia, che vuole che per ogni nota prodotta, ne vibrino all'unisono
delle altre, e riescano a farle risuonare chiaramente a chi ascolta.
E poi ci sono scritture e scritture. E anche questo si sa. A me la
voce di Andrea Camilleri, profonda, roca, vibrante, nella sala Bianchi
della prestigiosa Scuola Normale, ha fatto venire voglia di rileggere tutti
i suoi romanzi, per riascoltare tutte le note che sono stata capace di
percepire.
Bisognava proprio essere lì per avvertire tutta la sacralità
che aleggia intorno ad uno scrittore che racconta cosa sia il narrare e
lo faccia con quella leggerezza che raggiunge solo chi, faticosamente,
lotta ogni giorno con quello che per Vittorio Sereni è il «male
del reticolato».
La presenza di Camilleri, ospite di una delle conferenze che si tengono
al pomeriggio del venerdì alla Scuola Normale, non è fatto
nuovo e già questo costituisce un'eccezione come ha tenuto a precisare
Settis, che, presentandolo, ha sottolineato l'interesse che il suo precedente
intervento su Pirandello, aveva suscitato. Interlocutore brillante dello
scrittore siciliano è stato il filosofo Aldo Giorgio Gargani, che
ha saputo costruire stimolanti occasioni di dibattito individuando i motivi
pregnanti della scrittura di Camilleri.
Protagonisti: la narrazione e il mistero che ne è alla base.
Una sorta di evento inspiegabile «...perché chi racconta è
già predestinato alla scrittura - dice lo scrittore -. È
solo la paura di sottoporsi ad un giudizio che può bloccare, curvare
la curva del destino, ma non divaricarla, a meno di non allontanarsi da
se stessi».
E sulla dimensione oscillante tra realtà ed astrazione che caratterizza
i suoi racconti, ci spiega ancora Camilleri, che si tratta di un'abilità
che «si raggiunge solo con l'esercizio, la perdita delle remore,
con il coraggio che serve per andare avanti nella ricerca. Ma non sempre
c'è questo coraggio. Quando scrivi così, come nel finale
del Re di Girgenti, dove per indicare la presenza dei paesani che assitono
alla morte di Zosimo ne evochi il solo respiro, la comunicazione diventa
più difficile. Ma quello che si chiede a questo punto al lettore
è una sorta di plusvalore, di valore aggiunto, di sforzo così
come il centrometrista s'impegna per guadagnare faticosamente una frazione
di secondo che migliori il suo scatto».
E noi che l'abbiamo ascoltato ci sforzeremo di fare quello scatto.
Patrizia Di Giuseppe
Tribune de Genève,
6.5.2002
LIBRI. Pirandello, biographie de l'enfant échangé,
d'Andrea Camilleri
(Flammarion, 309 pages)
Luigi Pirandello et Camilleri ont vu le jour dans la même bourgade
de Sicile, Porto Empedocle.
Pas étonnant que l'un des plus prolifiques auteurs italiens
du moment ait voulu brosser le portrait de son illustre devancier.
Trois axes ont été privilégiés: l'enfance
maladive, le père sévère et cette île, où
la bourgeoisie d'alors fait semblant de ne pas voir la mafia.
Au fil des pages Camilleri tape dur.
Le dramaturge, qui a joué l'innocent égaré parmi
les montres, s'est en fait donné le beau rôle.
Normal! C'est lui qui tenait la plume!
Etienne Dumont
Luigi Pirandello e Camilleri sono entrambi nati nello stesso borgo
di Sicilia, Porto Empedocle.
Non è sorprendente che uno dei più prolifici autori
italiani del momento abbia voluto abbozzare il ritratto del suo illustre
predecessore.
Tre assi sono stati privilegiati: l'infanzia malaticcia, il padre
padrone e quest'isola, dove la borghesia di allora fa finta di non vedere
la mafia.
Al filo delle pagine, Camilleri picchia forte.
Il drammaturgo, che ha fatto l'innocente, smarrito tra i mostri,
si è attribuito la bella parte.
Normale! E' lui che teneva la penna!
[Traduzione di Piero Marelli]
La
Nuova Sardegna, 6.5.2002
Fissata la data della cerimonia per il prestigioso premio letterario
nazionale
A giugno il "Grazia Deledda"
L'iniziativa torna a vivere a distanza di 32 anni. Organizza la Provincia
l'ultima edizione è stata curata dall'Etp
NUORO. Avrà luogo presumibilmente il 1º giugno prossimo
la cerimonia relativa alla consegna dei premi ai vincitori del concorso
letterario nazionale "Grazia Deledda", bandito nel novembre dello scorso
anno dal comitato organizzatore che fa capo all'amministrazione provinciale
barbaricina. L'iniziativa è stata riavviata a distanza di 32 anni
dall'ultima edizione, gestita dall'Ept.
Le commissioni delle 4 sezioni: narrativa, presieduta dallo scrittore
Andrea Camilleri; saggistica, presieduta dall'economista Paolo Savona;
narrativa giovani, presieduta dal pro rettore dell'Università di
Sassari Attilio Mastino; narrativa in lingua sarda, presieduta dall'accademico
dei Lincei Giovanni Lilliu, hanno portato a termine il lavoro di lettura
e selezione delle opere.
Alla fine di aprile i giurati si sono riuniti per sciogliere gli ultimi
dubbi e decidere sui nomi ai quali attribuire la palma del vincitore e,
nel caso specifico, dell'assegno di 7mila 500 euro da consegnare ai primi
classificati delle 4 sezioni; e di 5mila a quello della sezione studi deleddiani.
Il dado, dunque, è tratto. Ma niente è dato sapere, neppure
a livello di indiscrezioni, dei nominativi che sabato 1º giugno saliranno
sul palco dell'Istituto etnografico per ricevere l'ambito riconoscimento.
Il comitato ha messo in moto la macchina organizzativa per offrire al folto
pubblico degli invitati, tra i quali i mass media più prestigiosi,
insieme alla televisione di Stato ed alle emittenti commerciali, una serata
interessante e piacevole. Non è neppure da escludere che a presentare
la cerimonia, che pare sarà arricchita anche dall'intervento di
alcuni personaggi dello spettacolo, possa essere chiamata una presentatrice
di grido.
Così come pare che, approfittando dalla presenza di uno scrittore
di grandissima fama come Andrea Camilleri, si riesca ad organizzare, almeno
per il giorno successivo, un incontro-dibattito nell'auditorium della Biblioteca
Sebastiano Satta. Iniziativa che va inoraggiata e sorretta, vista la grande
fame di cultura e di confrontarsi dei giovani nuoresi.
L'assessore provinciale alla cultura Tonino Rocca, al quale va il merito
di aver rilanciato il concorso letterario, è all'opera per il conseguimento
del migliore successo per la città e per il premio.
a.b.
Giornale di Sicilia, 5.5.2002
Montalbano va in montagna e Camilleri ritorna al teatro
Si intitolerà "L'ombrello di Noè" uno dei prossimi libri
di Andrea Camilleri, che lo scrittore ha già assicurato all'editore
Rizzoli, che lo dovrebbe stampare per l'autunno. Ma la nuova fatica del
papà del poliziotto Salvo Montalbano non sarà un giallo,
bensì un volume a metà strada tra saggistica e narrativa,
incentrata sul rapporto dello scrittore siciliano con il teatro. E' stato
lo stesso Camilleri a rivelare questi particolari partecipando ad un incontro
organizzato in suo onore dalla Scuola Normale Superiore di Pisa. L'autore
ha parlato del prossimo libro come di una raccolta di riflessioni, ma anche
di ricordi, sui commediografi e gli uomini di teatro che più hanno
condizionato la sua carriera letteraria.
"L'ombrello di Noè" sarà anche una "confessione d'amore"
nei confronti dello scrittore Luigi Pirandello, il commediografo siciliano
che ha rivoluzionato la storia del teatro con opere come "Sei personaggi
in cerca d'autore" oppure "Come tu mi vuoi". E a Pirandello saranno dedicati
quattro capitoli, utilizzati anche per spiegare il debito di memoria e
di invettiva che ha nei confronti dell'autore di "Il Fu Mattia Pascal".
Intanto, uscirà a giugno un libro di Camilleri, già pronto
da alcuni mesi, dal titolo provvisorio di "La paura di Montalbano". Si
tratta di sei racconti, di cui tre dei veri e proprio romanzi brevi, in
cui il commissario di polizia più amato dai lettori (e telespettatori)
italiani si trova catapultato in uno scenario a lui inconsueto, la montagna.
Il libro è pubblicato da Mondadori e rappresenta un nuovo momento
del fortunato sodalizio Camilleri-Mondadori che, segnala la casa editrice
di Segrate, ha venduto più di un milione di copie. Due anni fa,
sempre per Mondadori, era uscita la raccolta di racconti "Gli arancini
di Montalbano".
Se il commissario Salvo Montalbano continua ad essere il protagonista
principale della fantasia creativa dell'autore siciliano, Camilleri è
già al lavoro anche su una storia che gli "gira" per la testa da
un paio di anni. E' la vicenda di un eroe immaginario in un paese immaginario,
vissuto alla fine degli anni Venti, in pieno regime fascista. Finora c'è
solo un'idea e appunti sparsi, ma Camilleri ha in mente l'ambientazione
precisa di quello che potrebbe diventare il suo prossimo romanzo storico:
Mussolinia, la città che non fu mai costruita ma che il dittatore
Benito Mussolini cominciò a fantasticare nel 1928. Nello scorso
autunno Camilleri ha pubblicato da Sellerio "Il re di Girgenti", il suo
primo romanzo di ambientazione storica, ispirato da una vicenda vera accaduta
in Sicilia nei primi decenni del Settecento.
Il Giorno,
5.5.2002
Tra Pirandello e Montalbano
Si intitolerà L'ombrello di Noè uno dei prossimi libri
di Andrea Camilleri: non un giallo, ma un volume a metà strada tra
saggistica e narrativa, incentrata sul rapporto dello scrittore siciliano
con il teatro. Lo ha detto lo stesso Camilleri all'incontro organizzato
in suo onore dalla Scuola Normale Superiore di Pisa. L'ombrello di Noè
sarà anche una “confessione d'amore” per Pirandello. Ma prima dell'estate
i lettori ritroveranno il personaggio che ha fatto la fortuna dello scrittore,
in La paura di Montalbano: sei racconti ambientati in montagna.
Il
Tirreno, 4.5.2002
Il trio dei «Monotorakiki» e il loro rock alternativo
LIVORNO. I Monotorakiki sono una delle due bands livornesi (l'altra
sono gli Appaloosa dei quali ci siamo occupati nei giorni scorsi) che si
presenteranno alla rassegna musicale internazionale «Arezzo Wave»
nel luglio prossimo.
[...]
Gli ampi interessi musicali e non dei tre ragazzi sono alla base del
loro successo; le influenze musicali sono molteplici (Jesus Lizard, Thurston
Moore, Boss Hog, Frank Zappa, Tool, King Crimson, Blond Red Head, Ramones,
Refuse, Fugazi, Shellac e altri) ma non sono le loro uniche fonti di ispirazioni:
«Io posso dire che i mei testi come influenzati dai racconti di Andrea
Camilleri e dai film sulla mafia italo-americana anni'50 -'60 come The
Goodfellas (Quei bravi ragazzi) di Scorzese che, per l'appuntamento ha
ispirato il testo di uno dei nostri ultimi pezzi: Tommy Will Be a Godfather»
spiega il cantante Michael Rotondi.
[...]
Patrik Poini
La Nazione,
3.5.2002
Lo scrittore Camilleri ospite della Scuola Normale
PISA — Per l'appuntamento, ormai consueto, con le Conferenze de «I
Venerdì del Direttore», lo storico Palazzo della Carovana
di Piazza dei Cavalieri torna ad accogliere un visitatore d'eccezione,
che già negli anni passati è stato ospite delle aule della
Scuola Normale: Andrea Camilleri. L'incontro, dal titolo «La vita
narrata», è strutturato come un colloquio in cui l'interlocutore
principale di Camilleri — oltre, ovviamente, al pubblico presente — sarà
il filosofo Aldo Giorgio Gargani. L'appuntamento è per questo pomeriggio
alle 17, nell'Aula «Luigi Bianchi».
Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925, ha iniziato
a lavorare come regista teatrale nel 1942. Da allora ha messo in scena
più di cento opere, tra cui molti lavori del suo conterraneo più
illustre, Pirandello, ma anche di Beckett, Ionesco, Adamov, Strindberg,
T.S. Eliot e Majakovskij. Ha realizzato numerose regie di opere teatrali
e di romanzi sceneggiati per radio e televisione. È stato autore,
sceneggiatore, produttore e regista di programmi culturali e di serie televisive.
L'importanza del suo lavoro è stata riconosciuta dal conferimento
della cattedra di regia all'Accademia Nazionale di Arte Drammatica «Silvio
D'Amico» e dall'insegnamento al Centro Sperimentale di Cinematografia
di Roma. Pur avendo iniziato a scrivere racconti e poesie intorno ai vent'anni,
il suo esordio come romanziere risale solo al 1978 con «Il corso
delle cose», primo della serie dei romanzi «storici».
Seguono, tra gli altri, «Un filo di fumo» (Premio Gela), «La
stagione della caccia», «Il birraio di Preston» (Premio
Vittorini), «La mossa del cavallo» (Premio Elsa Morante) e
i cinque romanzi che hanno come protagonista il commissario Montalbano,
tra cui «La voce del violino» (Premio Flaiano 1998). Collabora
a riviste italiane e straniere e come sceneggiatore ha recentemente lavorato
alla serie di film tratti dai romanzi incentrati sulla figura di Montalbano.
Un incontro, quello tra il filosofo Gargani e il «padre»
del celebre commissario Montalbano, che si annuncia molto interessante
data la grande capacità oratoria di entrambi.
La Stampa, 3.5.2002
«Finalmente possiamo festeggiare»
Il sovrintendente Giambrone risponde alle polemiche del sindaco
PALERMO «Teatri Aperti» è il titolo del convegno
che si è svolto ieri al Massimo di Palermo sul tema «Esperienze
a confronto e progetti per le città».
[...]
«Si festeggia, eccome», ha ribadito Giambrone: «Questo
teatro è stato chiuso per 23 anni, vi pioveva dentro, migliaia di
gatti abitavano le sue rovine. Ora è stato riaperto, restituito
alla città, è un modello di gestione artistica e amministrativa,
promuove un´indagine sulla sorte dei luoghi di spettacolo ancora
chiusi, che sono in tutta Italia 361 ad una prima incompleta analisi. L'eccezionale
concerto di Abbado - ha proseguito - ridesta su Palermo l'attenzione della
cultura internazionale. Su questa strada si deve proseguire, anche se le
elezioni amministrative sono alle porte e con essa ci si dovrà democraticamente
confrontare. Pensiamo però al Petruzzelli di Bari sul cui destino
si hanno notizie poco rassicuranti, e alla Fenice che finalmente dovrebbe
concludere i suoi travagli. Ora si deve vigilare anche sulla Scala di Milano,
affinché i lavori di ristrutturazione non provochino nuove sorprese.
Qui in Sicilia, a ottobre, si riapre il piccolo teatro di Racalmuto, patria
di Leonardo Sciascia: sarà affidato alla direzione artistica di
Camilleri. E' un contributo della nostra voglia di far riaprire i teatri
italiani».
ar. ca.
La Nazione,
1.5.2002
Un incontro con Camilleri
SAN MINIATO — Andrea Camilleri sarà a San Miniato domani alle
16,30 nella ex chiesa di San Martino per presentare, in anteprima nazionale,
il suo nuovo libro «L'ombrello di Noè». Per lo scrittore
siciliano non è la prima volta a San Miniato. L'autore dei romanzi
del commissario Montalbano, dai quali è stata tratta anche una fortunata
serie televisiva, è già stato sotto la Rocca nel 1950, per
Festa del Teatro.
Giornale di Sicilia, 1.5.2002
"Bisogna creare un vivaio di attori, autori e tecnici"
Non è retorica, ma si prova un'autentica emozione per un teatro
che riapre. E l'emozione è più forte davanti a un teatro
che viene non tanto inaugurato per la prima volta, ma che viene riaperto
dopo anni e anni di chiusura e di silenzio. Un teatro riaperto significa
aggiustare e rimettere a posto una linea spezzata. E questa linea spezzata
è una linea di tradizione culturale, cioè il meglio che una
città o un paese possa esprimere di sé‚ come voglia di conoscenza,
come voglia di maturazione e soprattutto come voglia di stare assieme.
Perchè gli eventi che coinvolgono una cittadinanza tutta intera
vengono discussi e dibattuti all'interno della sala teatrale dove il giorno
dopo si metterà in scena una commedia dell'Ottocento o magari un'opera
lirica: l'edificio teatro è il cuore pulsante di un paese. Come
la soddisfazione che può provare un chirurgo che rimette in vita
una persona che si credeva morta, è il senso della rinascita di
un teatro.
Io mi sento profondamente e sinceramente onorato a fare il direttore
artistico del rinato Teatro Regina Margherita di Racalmuto. Questo teatro
io l'ho amato attraverso le parole di Leonardo Sciascia che ne ha scritto.
La sua chiusura gli faceva male, gli doleva, perchè credo che Leonardo
- era anche critico teatrale - attribuisse al teatro l'importanza che tutti
riconosciamo. Per me dunque avere questo incarico non è un onere
è un vero onore.
Che cosa ci ripromettiamo? Naturalmente, di fare cultura. Però
vorrei che una volta per tutte si chiarisse il senso da dare alla parola
cultura: non un fatto elitario, non un fatto per pochi, noi - i promotori
della riapertura del teatro di Racalmuto - vorremmo un teatro che sia l'espressione
del comune sentire di un paese perchè questo è soprattutto
cultura, non l'esercizio sacerdotale di pochi. Cultura è vivere
assieme agli altri una esperienza.
Mi auguro quindi che questo teatro oltre ad ospitare spettacoli di
livello, possa anche produrne, attraverso delle scuole di formazione che
possano essere non solo per attori ma soprattutto per tecnici: gente che
sa costruire una scena, che sa piazzare un riflettore. Gente importante
in teatro quanto un attore, anche se a questa gente non sempre viene prestata
la dovuta attenzione quando si parla di teatro.
Creare un vivaio, dunque. Non solo di attori. Non solo di tecnici.
Ma la nostra ambizione più grande è anche quella di potere
incitare qualcuno a scrivere, offrendogli un luogo dove possa essere rappresentato.
Un autore non rappresentato infatti non esiste. La destinazione ultima,
finale, per chi scrive per il teatro è il palcoscenico. Speriamo,
con questo teatro, di potere offrire a qualche giovane autore o giovane
autrice questa ultima destinazione: la scena teatrale.
Andrea Camilleri
Email: camilleri_fans@hotmail.com