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Lunya * Lady di Lot ![]()
Ayurà.
In questa parola la mia vita sta.
Ma non è sempre stato così, partiamo dal principio...
Non so in che anno e dove sono nata, di conseguenza anche
la mia età mi è sconosciuta e la mia patria con essa.
Mi chiamano con il nome di Lunya adesso e io mi presento
con esso del resto.
La mia memoria comincia a ricordare qualche immagine
sfuocata di una bambina scalza in una foresta, intenta a procurarsi del cibo
con molta difficoltà in un'uggiosa giornata d'inverno.
In seguito ho localizzato quella foresta sui Monti delle
Nebbie, precisamente sulla cima di un colle chiamato Avalbur, entro i confini
di Lot ancora; davanti alla foresta sorge ora Nuova Avalbur, la mia casa,
familiarmente chiamata solo Avalbur.
Un giorno come molti altri che lo precedettero, quella
bambina selvatica decise di scendere a valle per scoprire cosa c'era per la
prima volta.
Lì ricordo che incontrò dei popolani gentili che le
insegnarono le più elementari maniere civili e che ella le imparò senza fatica.
La bambina che era si fece ragazzetta di quattordici anni,
non di più e il suo nome nessuno, neanche lei lo sapeva, così veniva appellata
semplicemente "la Straniera". Altra stranezza che contraddistingueva
"la Straniera" era il possedere un accento vocale particolarissimo
non comune a nessuno degli altri abitanti; nonostante quelle anomalie, nessuna
calunnia toccò l'onore della giovane, che anzi era proba e pia; aiutava le
vecchie nella raccolta delle erbe e così imparava alcune loro proprietà in
cambio di un pagliericcio per la notte e un pasto caldo. Più di tutti lei
osservava le Streghe di Lady Malik, attirata ed affascinata dall'Ars, ma
l'esperienza diretta con la Magia la fece ben dopo.
Tutto questo andò avanti per circa un anno, quando poi la
ragazza mise per la prima volta piede in Taverna.
Il locale c'è ancora ed è stato ampliato, infatti sono
stati aggiunti una Cantina e un Magazzino. Di quella sera la mia mente ricorda
poco o nulla, solo che dopo aver bevuto una bevanda un poco alcolica, la porta
si aprì e una luce d'armatura inondò il luogo e abbagliò per un istante gli
occhi degli avventori presenti: era un Cavaliere della Dea, Umano. La
giovinetta lo guardava rapita, poichè mai prima aveva veduto da vicino una
delle spade di Themis; all'improvviso il Cavaliere ricambiò lo sguardo
rivoltogli da lei e le si avvicinò per offrirle da bere. I due cominciarono a
parlare e lui fu colpito oltremodo dalla bellezza, dalla timidezza ma anche dallo spirito della
ragazza, almeno quanto lo fu lei.
Fu un colpo di fulmine, non mi soffermerò sull'aspetto
fisico di tale Uomo, preferendo parlare dei suoi pregi caratteriali; il suo
nome? G.T. le iniziali.
Lui mi chiamava non "la Straniera", ma
"angelo mio" e invero posso affermare senza falsa modestia, che
nessun soprannome mi sembra più adatto oggi per descrivere quello che ero
allora per lui.
Dolce, buono e paziente sono i primi aggettivi che mi
vengono alla mente al Giorni dopo egli chiamò un Bardo che forgiò quello che
ora è il mio nome, disse profetando...
"Da terre assai lontane,
soave creatura
in questa landa rimane.
D'alabastro la sua pelle,
come Luna
la sua pelle di stelle.
Acqua di cristallina montagna,
i suoi occhi sono,
il ghiaccio che mai stagna.
D'oro biondo la sua testa,
corona splendente
rilucente a festa.
Melodiosa la sua argentea voce,
è più bella di quella di quest'umile cantore
che di ella narra di sua sponte non veloce.
Nome ella non ha,
c'è chi dice angelo
e chi dice quella là.
Lunya la bella è da me chiamata,
Lunya l'incantata,
petalo di rosa silenzioso che cade,
dolce come dolci non sono le spade."
Rimasi senza fiato e decisi che quello sarebbe stato il
nome.
Ci fu poi però uno sconvolgimento nel mio sereno di giovane
felice, che cambiò la mia vita: G.T. mi fece pervenire tramite suo cugino, una
lettera nella quale mi dava uno straziantissimo addio, infatti, diceva:
"sono stato esiliato a vita e radiato dai Cavalieri di Themis, ma non ho
commesso nulla, a Voi lo giuro sulla mia anima che ben conoscete".
Parole che mi sono rimaste impresse come un marchio a fuoco
nella testa e che ancora oggi ricordo con precisione assoluta; mi fece un altro
grande dono... Mi istruii, insegnandomi a leggere, a scrivere e a far di conto,
un po' rozzamente è vero, ma abbastanza da cavarmela fra la gente di basso
rango.
Rilessi più volte la missiva, prima di svenire e crollare a
terra per liberarmi qualche tempo dalle soffocanti maglie del dolore, lungo una
strada che ora non ricordo più neanche dove mi doveva condurre e perchè.
Mi risvegliai incredibilmente nel muschio soffice della mia
modestissima stanzetta che avevo preso in affitto e non mi chiesi chi mi ci
avesse portata, poichè dapprima pensai che si trattasse di un sogno, ma poi
toccai una tasca del grembiule e trovai la lettera... Ho sempre voluto credere
che
lì mi ci avesse riportata lui, tardando l'espatrio ed
esponendosi a pericolo. Trovai una rosa bianca di fianco al cuscino e avvallai
in questo modo la mia tesi.
La mia fu disperazione, la cupa e profonda che si ha solo
quando si vede svanire per colpa altrui il primo amore.
Questo dolore mi portò al volontario esilio, sapevo che non
ce l'avrei fatta a vivere negli stessi luoghi che avevo visitato con lui tempo
addietro, così, feci su fagotto e lasciai il Gran Ducato verso altri lidi
ignoti.
Dopo molto vagare errante, giunsi in una terra in cui la
gente aveva la mia stessa cadenza particolare: il nome di questa terra era
Gallia.
Così il ragionamento da fare fu semplice: la mia discendenza
era gallica, tutta o in parte, siccome in vita non avevo mai udito quella
lingua ed era innato il mio tono.
Mentre ero in una via alberata, passò d'improvviso una
cavalcatura luminosa come il giorno, bianca come un fiocco di neve, montata da
una Signora con vesti regali; io mi scostai per lasciarla passare ma,
incredibilmente la padrona si fermò poco distante da me, arrestando il cavallo
e smontando. Mi disse solo queste parole:
<Mi chiamo Zamora di Ploiesti, vieni con me, monta.>
Il tono con cui me lo disse era di comando gentile, ma
fermo; non mi restava che obbedirle, nonostante mi sentissi male in quelle povere vesti e brutto
aspetto, al seguire una donna che, a
quanto pareva, era una Nobile.
Arrivammo dopo un'ora di galoppo, ad una villa romana, così
mi spiegò, con un cortile interno dove troneggiava una fontana e bellissimi
portici ai lati, ove vidi sfilare in religioso silenzio, dodici fanciulline,
che, pensai, fossero le ancelle della Donna.
Mi condusse invece nelle mani di due donne dalla pelle
bianchissima, lattea in modo diverso dalla mia che mi lavarono, mi profumarono
e mi unsero, facendo risplendere la mia persona come mai era stata prima, che
mi riportarono da lei totalmente trasformata dopo qualche ora.
Mi accolse con un cenno del capo:
<Lo sapevo. Benvenuta.>
La ringraziai e mi pose altre domande, per le quali
non avevo altro che vaghe risposte; su
una in particolare però, fece più attenzione a mio avviso:
<Mi avete detto, Lunya, di aver amato un uomo. Siete
rimasta virgo intacta oppure no?>
Il rossore colorò le mie guance, e ciò bastò alla Signora
per convincersi di quello che poi le negai a parole.
Alla fine del colloquio, mi congedò con un sorriso e mi
disse:
<FateVi ora accompagnare nelle stanze da letto comuni,
già è tardi. Ora Voi vivrete con me.>
Non ebbi scelta, ma altro non volevo fare se non vivere lì.
Conobbi giorno dopo giorno, le altre dodici con me, che,
strano a dirsi, sapevano tutte la mia lingua e mi insegnarono la loro, il
gallico per l'appunto.
Non mi è stato mai detto il loro nome, solo i soprannomi.
Questa era la Corte giovane della Signora, quella luminosa;
gli alloggi erano nella parte destra della villa;
dall'altra stavano invece quelli dei membri del Consilium, cioè tredici anziani
che aiutavano la Signora nell'amministrazione delle Sue terre. Esso era
preceduto da una Strega che praticava le arti oscure, non nominata mai nei
discorsi per rispetto e paura.
Ogni giorno noi giovinette avevamo lezione da loro, tranne
che della Strega, che però più di una volta avevo osservato guardarmi. Ciò non
mi piaceva per niente e quando lo dissi
a quella delle mie compagne con la quale avevo più confidenza, le mi
rispose:
<Non fa così con tutte, state attenta.>
I giorni si susseguivano a ritmo serrato, lezioni, lezioni e lezioni di tutto
lo scindibile cortese, storia, usi e costumi di più di un popolo, buone
maniere, linguaggio raffinato, cucito, ricamo, canto, suono della lira,
equitazione...
A volte però, per me la routine si interrompeva grazie alle
chiamate della Signora, che per me, posso ammetterlo senza falsa modestia,
provava un'affezione del tutto particolare.
In quelle ore, mi parlava di quanto si sentisse sola e
triste, rinchiusa in un ruolo che cominciava a rifiutare per le troppe
responsabilità, gli obblighi e gli incarichi.
Io la sapevo capire, la consolavo, la spronavo ad andare
oltre e avanti, facendo conto sulla sua giovinezza...
<Ma Signora di grazia, siete forte, giovane, bella.
Continuate a credere nelle Vostre doti come sempre avete fatto!>
Al che mi sorrise tristemente ed enigmaticamente, senza dir
null'altro e mi congedò con un silente gesto della mano.
Non capii e andai via. Ora però, con gli anni dietro le
spalle, ho avuto sentore di una cosa che prima non avevo notato e cioè che la Signora non è mai
invecchiata, anzi, dalla prima volta all'ultima che la vidi in vita, era
ringiovanita e ciò mi è sospetto per gli ulteriori avvenimenti che so che
verranno...
Ma una volta non fu la Signora a chiamarmi, bensì
l'innominata Strega, in un antro di notte. Come di dovere, arrivai puntuale
all'appuntamento. Mi fece sellare un cavallo nero e mi condusse in una grotta
ove all'interno stavano un braciere ed un paiolo.
Inutile dire che fossi molto spaventata ed impaurita; mi fece
sedere vicina al calderone mentre lei incominciò a recitare parole arcane, una
litania oscura che sembrò avvolgere tutto, anche la mia mente. Il canto finì
con un suo urlo acuto, innaturale e stridulo, al quale io mi svegliai dalla
sorta di trance in cui ero caduta.
Non ebbi neanche il tempo di riprendermi che lei mi
costrinse a chinare violentemente il capo verso il paiolo, a diretto contatto
con i suoi fumi. I miei occhi videro nebbia grigiastra e nera, che si
rincorreva e giocava...
D'improvviso l'acqua fu come se svanì e al suo posto
divenne una pozza scura, una pozza di male. Non riuscivo, per quanto volessi, a
staccare lo sguardo di là e, ci fu un momento dove allungai la mano, attirata
da quell'assortante richiamo, ma, all'ultimo istante, la mia mente riprese il
potere che le spetta e io mi liberai dall'incanto; guardai subito la Strega e
feci in tempo a vedere la sua espressione: terribile, con gli occhi identici a
quelli di un rettile, la bocca contratta, il volto ancora più livido del
solito. Fu un istante ed ella tornò al consueto stato normale e io potei
respirare più liberamente l'aria, non più impregnata da tutta quella
negatività. Mi lasciò andare, ma un lampeggiare d'odio nei suoi occhi, non mi
fece dormire quella notte; mi immaginai mille torture e strazi, ma che le avevo
fatto? Cosa voleva da me? Non ho nè allora avevo risposta per queste domande.
Quello fu il mio primo, vero contatto con l'Ars Arcana.
Non dissi nulla alla Signora quando la rividi, ma i miei
occhi parlavano per me, al punto che lei mi ordinò:
<Parlate, Lunya!>
La guardai in volto, quel volto olivastro, anormalmente
esangue però ora, dominato dal naso imponente, ma che non stonava nell'armonico
insieme, incorniciato dagli scuri capelli color mogano e impreziosito dalle
gemme nere dei suoi occhi; scossi la testa e a voce flebile replicai:
<Non ho niente.>
Mi ordinò, con un gesto piuttosto secco, di andarmene e io
l'accontentai, come sempre.
Un mese dopo ci fu un giorno che la Signora mi mandò a
chiamare... Un giorno di nebbia... Io come al solito andai, ma la trovai quasi
morente nel Suo letto, dove mi salutò
con un sorriso, il Suo ultimo sorriso per me e per tutti.
Immediatamente diedi l'allarme, ma troppo tardi: quando
tornai nella stanza era già spirata.
Il lutto a Corte fu grande e un'ora dopo venne cominciato a
cercare il colpevole: stemmo due giorni noi giovani, rinchiuse nella comune
stanza, impaurite, sempre pronte ad essere interrogate dalla Strega.
Venne anche il mio turno, io fui l'ultima.
Mi portò in un sotterraneo umido e gelido, una cripta mi
sembrava, dove ebbe il coraggio di farmi togliere le vesti e di legarmi polsi e
caviglie. Mi esaminò da cima a fondo, infine tornò su e mi lasciò lì per due
ore a quanto riuscii a contare, alla fine delle quali tornò, mi fece rivestire
e io pensai che fosse finalmente finita... Ma quando stavo per svoltare a
destra, mi strattonò violentemente per un braccio e mi condusse alla fontana;
vicino alla fontana, disposti in cerchio, c'erano i membri del Consilium. Io e
la Strega andammo al centro e appena ci fummo, tutti si sedettero a terra;
nell'aria c'era attesa.
<Tu...>
Mi apostrofò: il suono vago come fosse eco e si perdette
nei meandri astrusi della mia mente.
<Tu...>
Ancora. La stessa sensazione di gelo e di panico.
<Io ti maledico nel nome dell'Acqua, del Fuoco,
dell'Aria e della Terra! Hai osato essere l'assassina della Signora Zamora
Violante di Ploiesti, tua benefattrice. Ingrata! Ti condanno all'esilio dai
Suoi possedimenti, perpetuo, sempre! Ti maledico, Lunya: farai soffrire tante
genti quante sono le stelle del cielo per amore o desiderio di te e tu stessa
ne soffrirai avvertendolo. Sii maledetta assassina!>
Evocò tanto potere con quelle parole che svenni cadendo a
terra; nessuno mi raccolse o mi aiutò. Mi risvegliai qualche minuto dopo,
stordita; tornai nell'alloggio comune, stravolta; tutte le altre dodici
sapevano già. Presi il quaderno color lavanda depositario delle mie memorie,
una veste semplice di ricambio e nulla di più.
Appena fuori dai possedimenti di Zamora, mi chiesi cosa
avrei fatto di me, dove sarei potuta andare e subito dopo un sentimento mai
provato mi prese: nostalgia.
Nostalgia del Gran Ducato dove avevo trascorso bei momenti.
Mi rimisi in viaggio superando le traversie grazie ad una
buona dose di fortuna.
Quando ormai non mancavano molte miglia, mi si pararono
davanti degli uomini intonacati ed incappucciati di scuro che mi fermarono e mi
domandarono il mio nome.
Puntualmente io glielo dissi, non potevano derubarmi di nulla,
anche volendolo. Allora uno di loro mi cantò la canzone del Bardo; mai io seppi
come fece a conoscerla; quello che sembrava il più autorevole mi si avvicinò e
mi sussurrò:
<Tuo Padre veniva dalla Gallia, era un Capo. Tua Madre
era una Donna del popolo di Lot. Entrambi ora sono morti, chi
resta sei tu.>
La voce trapassò il mio cuore, scolpì le parole in esso,
poi tutto disparve così come si era di colpo materializzato.
Dopo un altro giorno di viaggio arrivai alle porte:
ERO TORNATA.
La gente
Desidero qui ricordare
tutti coloro che mi stanno in un
modo o nell’altro vicini, per
tributare loro un ringraziamento.
L’ATTUALE
FAMIGLIA ADOTTIVA
Zio:
Lauzerk
Nipoti:
LouzerKnives, Aleisha et FiReDie
Sorelle:
Arale
Fratelli:
HolyEvilJin
PERSONE
CARISSIME
Vatil, Acham, Virgoth, Beholder, Alena, SaVot
Vengono poi Amici e Conoscenze Stimate, ma a causa del
numero,
per non fare eventualmente torti, preferisco non metter
nulla.

Dies
Possiedo
inoltre un Pegaso femmina di nome Dies, donatomi dal Carpentiere della Masseria
Artigiano. Dono sì
gradito, in quanto io e l’animale legammo subito e facemmo amicizia con una facilità quasi sorprendente.
NOME: DIES
RAZZA: PEGASO
NATO IL: 14/05/99 PRESSO LE STALLE DELLA MASSERIA DI LOT
SESSO: FEMMINA
ALTEZZA AL GARRESE: 171CM
MANTELLO: CANDIDO, MEDIO, MA MORBIDO
CARATTERISTICHE: CORAGGIOSA, TENACE, MOLTO DOLCE
PADRE: SHING: NATO IL 31/04/1997 LOT PRESSO L’ALLEVAMENTO DELLA MASSERIA
MADRE: TUONO: NATO IL 10/12/1998 LOT PRESSO L’ALLEVAMENTO DELLA MASSERIA
I pegaso sono animali leggendari. Ne esistono davvero pochi e
ancora meno sono quelli nati in cattività e quindi addomesticati. Sono molto
simili ai cavalli, l'unica cosa che li contraddistingue sono le grandi ali e in
alcuni casi un corno posto proprio in mezzo alla fronte. La loro muscolatura è
molto sviluppata e le ossa cave per permettergli di volare, caratteristica li
accomuna agli uccelli. Normalmente la loro apertura alare supera i due metri e
le ali sono del tutto simili a quelle degli uccelli. Hanno un carattere molto
fiero e indipendente e per questo risulta molto più difficile addomesticarli,
soprattutto se sono già adulti. Adorano volare e spesso gli esemplari adulti si
sfidano in spettacolari evoluzioni per impressionare le femmine. Si possono
facilmente trovare vicino a fonti d'acqua e una leggenda narra che abbiano il
potere di far scaturire sorgenti con il colpo di un loro zoccolo. Dies è
stupenda, ha un morbido pelo bianco con bellissimi riflessi azzurri che
diventano quasi blu sotto le ali. Al contrario dei suoi simili, non le piace
volare ma preferisce galoppare e questa particolarità la porta a cercare di
legare più con i cavalli che con gli altri Pegaso. Fa amicizia facilmente con
gli altri animali ma è piuttosto diffidente verso le persone. Ha anche molta
pazienza e sopporta bene le "torture" dei bambini, unici che non teme
oltre alla sua padrona. Per dimostrare il suo affetto, le strofina il muso
contro in cerca di carezze e le da dei leggeri morsicotti. Molto fedele,
non lascerebbe mai le persone che ama in difficoltà e, pur di aiutarle, sarebbe
disposta a volare anche un giorno intero o addirittura dare la vita.
La
Masseria di Lot certifica che il Pegaso Dies
è di proprietà di Milady Lunya
acquistato il giorno 13 Maggio 2003Lot presso l’Allevamento della Masseria di
Log
Lady GoldLuna
Mastro
Allevatore della Masseria di Lot