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Il Velo di Maya

 

 

Riflessioni

Titolo: Autore: Data: Scuola:
Vivere con filosofia Andrea Bucciacchio 4/2/2003  
Come Platone anch'io con barba e tunica Michele Curto 4/2/2003  
Schopenhauer:
assassinio del romanticismo "coccolarsi sotto le stelle"
Michele Curto 4/2/2003  

La cena dei filosofi

Michele Curto 4/2/2003

 


Vivere con filosofia

Andrea Bucciacchio


 

L’attore statunitense Tom Hanks, nelle vesti di Forrest Gump, sosteneva alla fermata del bus: “La vita è come una scatola di cioccolatini… non sai mai quello che ti capita!
Ed è proprio così. Prendiamo, per esempio, il caso di un semplice pomeriggio come tutti gli altri: siamo in macchina perché ci stiamo recando a fare visita a nostra nonna e supponiamo che sotto casa di colei che ci preparava la merenda da piccoli, non troviamo parcheggio.
Siamo, dunque, costretti a posteggiare lontano; non possiamo prevedere quello che possa succedere nel tragitto da percorrere dall’auto parcheggiata a casa di nostra nonna: possiamo vivere l’esperienza più bella della nostra vita (incontrare per esempio una persona particolare), qualcosa di brutto, o possiamo semplicemente giungere da lei senza eventi particolari.
Proprio in questo consiste il “vivere con filosofia”: non avere rimpianti per come si è evoluto il susseguirsi di un’azione o di una decisione perché non sappiamo cosa sarebbe successo se avessimo preso un’altra strada: sì, forse ci poteva essere una soluzione migliore ma c'era un’infinita gamma di possibilità di effettuare una scelta, senz’altro, ancora più sbagliata: come se ad un bivio per andare a trovare la solita nonna avessimo percorso la via più breve ma anche quella più errata, in cui, magari, una mattonella messa male ci avesse fatto inciampare costringendoci un po’ di tempo all’ospedale.
Tutto questo è magistralmente descritto da Kierkegaard. Egli sostiene che tutte le nostre scelte sono sbagliate, quindi, tanto vale prendere le decisioni che ci identificano meglio senza pensare troppo alle conseguenze
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Come Platone anch’io con barba e tunica

Michele Curto


Alzi la mano chi durante una giornata di pioggia, ascoltando un po’ di musica rilassante (a me per esempio capita ascoltando i Metallica, ma è solo questione di gusti) e contando le innumerevoli gocce che scivolano lungo i vetri della finestra della camera oppure in bagno, seduti sulla tazza del cesso, dopo essersi finalmente liberati, non ha mai fatto pensieri e riflessioni? Precisando che non valgono le riflessioni sulla lunghezza del proprio … ci siamo capiti, allora a chi non è mai capitato? Non ne vedo molte di mani alzate, quindi deduco che è successo anche a voi. Ebbene sì anche quello che pensiamo sopra la nostra cara e adorata tazza del cesso è filosofia. Sinceramente preferisco stare sdraiato sul letto a contare le gocce di pioggia; il rumore dello sciacquone mi deconcentra. Chi ci dice che il grande Platone non abbia elaborato tutto il suo complesso sistema filosofico comodamente seduto sul proprio gabinetto? E sinceramente non credo siano in molti a volerlo andare a verificare. Comunque ora un po’ di serietà, dopotutto questo è sempre un articolo di filosofia.
Allora appurato che tutti, più o meno, e in circostanze che è meglio non indagare, facciamo dei pensieri e delle riflessioni, vediamo ora quali sono questi nostri pensieri e perché dovrebbero essere definiti filosofia. Per esempio tutti quelli che hanno il fidanzato o la fidanzata (beati loro!) avranno pensato almeno una volta a cos’è l’amore, al perché quando la propria dolce metà non risponde agli squilli noi stiamo così male? Sì, signori, anche questa è filosofia. Anche Platone, sempre lui (sarà che è anche l’unico che mi ricordo di aver studiato...Ehi mi raccomando shhhhh! non andatelo a dire al mio proff.!!!), comunque anche Platone avrà avuto una fidanzata, magari con la barba come lui, e si sarà di certo interrogato su cosa fosse quello strano sentimento che gli attraversava tutto il corpo quando accarezzava la barba - … ehm i capelli - della sua ragazza. Oppure si sarà domandato come mai abbia sofferto tanto quando è stato mollato per Achille, che è un gran bel pezzo di ragazzo. La leggenda vuole che da lì nacque il mito del Simposio, quello della mela in “Tre uomini e una gamba”, ma questa è un’altra storia. Comunque non andatelo a raccontare al vostro proff. di filosofia, magari si diverte e si mette a ridere ma state tranquilli che il 4 ve lo mette lo stesso. Già provata anche questa.
Lasciamo perdere la vita sentimentale di Platone e torniamo al discorso di prima.
Molto spesso capita un qualcosa che ci fa riflettere e senza saperlo iniziamo a fare della filosofia. Ovviamente non ci cresce di colpo una lunga barba bianca o al posto dei nostri vecchi jeans e maglietta ci ritroviamo a passeggiare in tunica per le vie del centro, anche perché penso proprio che ci arresterebbero, ma iniziamo a ragionare come facevano i filosofi. Fin dall’antichità l’uomo ha sentito il bisogno di fare filosofia, di indagare sui perché delle cose, di cercare di dare una spiegazione a ciò che lo circonda e a ciò che risiede dentro di lui. Per secoli l’uomo ha cercato di costruirsi schemi e sistemi, di elaborare teorie ed ipotesi che potessero fargli meglio comprendere la realtà. Nonostante l’avvento della scienza che ormai riesce a spiegare quasi tutto, la filosofia non è morta, anzi ci aiuta a comprendere il "quasi" che ci manca. Faccio ancora l’esempio della persona innamorata (sarà che in questo periodo anch’io non faccio altro che disegnare cuoricini dappertutto). Quando cerchiamo di avvicinarci alla nostra principessa le mani iniziano a sudare, le ginocchia a tremare, la gola a seccarsi, tanto che iniziano ad uscire suoni del tipo “ehm”, “uh”, “ahh”, “mmm” caratteristici del neonato e diventiamo completamente scemi, al punto da sorridere se ci mandano a … (Sapete: in quel posto dove tutti ci dicono di andare ma che ancora nessuno ha capito dov’è !) Ebbene di tutto ciò la scienza può dirci che è questione di ormoni che le nostre ghiandole endocrine iniziano a secernere all’impazzata, ma non è in grado di spiegare il perché all’improvviso ci capiti tutto ciò. La filosofia invece ci spiega che questo fenomeno nasce da un nostro desiderio da appagamento e di armonizzazione del nostro io con quello che ci circonda e che il nostro momento di smarrimento di fronte agli splendidi occhi della nostra dama (che si traduce in un “rincoglionimento” totale) è prodotto dalla perfetta armonia che si instaura tra me e l’oggetto (che gran bell’oggetto...Ehi ! Non iniziamo ad abbassare lo sguardo, fermiamoci agli occhi !), che stiamo osservando. Niente male come spiegazione. Comunque se vi interessa leggetevi Kant, ve lo consiglio: era un tipo in gamba. Sono sicuro che ognuno di noi abbia cercato di spiegarsi ciò in altre maniere, anche perché sono dell’idea che la filosofia sia un qualcosa di soggettivo. Ognuno in base alle proprie esperienze, sensazioni, ecc… cerca di darsi una spiegazione personale di tutto ciò che gli accade. Magari tutto quello che pensate non finirà sui manuali ma anche questa è filosofia. E chi vi vieta di scrivere un libro con tutte le vostre teorie e diventare magari anche famosi? Potrebbe anche succedere che vi dedichino un mezzobusto come per Platone e tutti gli altri.
In conclusione filosofare è una dote dell’uomo in quanto animale razionale (ebbene sì : anche il vostro vicino di banco è dotato di ragione per quanto sia incredibile da credere!), e filosofare significa appunto ragionare. E poi, detto tra noi, fare il filosofo “fa figo”, invece che parlare sempre di calcio, e ti aiuta a conquistare la tipa. Certo che se sei “cesso” la filosofia serve a ben poco… Meglio il chirurgo.

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Schopenhauer:
assassinio del romanticismo "coccolarsi sotto le stelle"


Michele Curto
 

Credo che ognuno di noi, sentendo pronunciare la parola “amore”, pensi a qualcosa di positivo o al limite a qualcosa che ci fa soffrire, ma di cui però non possiamo fare assolutamente a meno. Immagino che stiate già pensando alla vostra dolce metà che stringete avidamente fra le vostre braccia per paura che scappi, oppure alla persona di cui siete follemente innamorati, che però vi fa soffrire terribilmente, ma per la quale siete disposti a fare qualsiasi pazzia pur di vederla sorridere ancora una volta. Se siete tra i secondi allora siete messi come me. Nonostante soffriamo però non possiamo proprio fare a meno di perderci negli occhi della nostra principessa o desiderare ardentemente di poterla stringere a noi anche solo per un istante. Anche se molto spesso, soprattutto quando non viene ricambiato, provoca atroci sofferenze, l’amore rimane sempre un qualcosa di meraviglioso e innamorarsi è una delle cose più belle che possano mai capitare.
Non per tutti però l’amore è questo.
C’è stato un filosofo e più precisamente Arthur Schopenhauer (1788 1861) che è riuscito a distruggere completamente l’amore. Egli nella sua visione profondamente pessimista era convinto che l’unico principio assoluto fosse la Volontà, un “mostro” che vuole tutto, che ci usa e che ci inganna nascondendoci la realtà attraverso quello che chiama Velo di Maya. Il Velo di Maya è appunto questa “pellicola” che la Volontà ci pone davanti agli occhi per mascherare la terribile verità e cioè quella secondo cui  tutti gli esseri sono “burattini” nelle sue mani. La Volontà ci sfrutta per soddisfare se stessa. L’unico obbiettivo della Volontà è volere. Tutte le volte che appaghiamo un nostro desiderio, in realtà non siamo noi ad essere appagati ma è la Volontà. Essa infatti è insita in ogni essere (a livelli diversi, di cui l’uomo rappresenta la sua massima manifestazione e per cui anche quello più manovrabile) e ci spinge continuamente alla ricerca del piacere per soddisfare se stessa. La vita per Schopenhauer si configura quindi come desiderio continuo, a cui, una volta apparentemente appagato, segue continuamente uno nuovo. Tutto quindi si riconduce al dolore per quello che non si ha e si vorrebbe avere. Nel suo sistema filosofico Schopenhauer quindi passa in rassegna tutte le forme di piacere che l’uomo conosce distruggendole completamente, arrivando a smantellare anche l’amicizia e l’amore. Sull’amicizia Schopenhauer dice che la Volontà ci spinge ad intessere relazioni con gli altri esclusivamente con lo scopo di ottenere il piacere per soddisfare se stessa. Tutto perciò è ricondotto ad utilità, non vi è più niente di disinteressato. Il sentimento di amicizia diventa quindi un modo meschino per appagare il proprio piacere. Ognuno di noi con gli altri indossa una maschera e attraverso i vari sorrisini falsi, adulazioni finte e complimenti ipocriti mira alla soddisfazione della propria volontà e desiderio.
Vi lascio immaginare allora cosa avrà mai potuto dire circa l’amore. Anzi no, ve lo dico io. Schopenhauer afferma che l’amore è solo un’illusione. Tutte le frasi dolci, le tenerezze, i regali che si dicono e si fanno quando si è innamorati sono una strategia, un piano ben preparato per raggiungere Lei. Si signori avete capito benissimo. Ovviamente non usa questi termini ma ha in mente proprio Lei. Schopenhauer infatti afferma che l’unico scopo dell’amore è l’atto sessuale. Tutto è fatto in funzione di esso. La Volontà ci spinge ad innamorarci esclusivamente per il rapporto sessuale, per la procreazione. Con la riproduzione infatti viene prodotto un nuovo essere che la Volontà potrà sfruttare e “schiavizzare”. L’amore quindi non è altro che “due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano ed una terza che si prepara” . Afferma inoltre che, quando ci innamoriamo, noi inconsapevolmente cerchiamo nell’altra persona tutte quelle caratteristiche che unite alle nostre potrebbero dare come risultato un individuo perfetto. Tutta la magia che fino ad adesso aveva avvolto l’innamoramento si riconduce ad un gretto calcolo delle possibilità di generare un essere migliore. Ecco perché la società vede inoltre il sesso come peccato: esso produce sempre nuovi “schiavi” per la Volontà. L’amore non diventa altro che una squallidissima produzione industriale di individui sfruttabili dalla Volontà.
E se avesse davvero ragione?
In che modo potremo mai guardare in faccia le altre persone, sapendo che per loro non valiamo assolutamente nulla e che serviamo esclusivamente per appagare i loro desideri e piaceri, e che gli altri sono la stessa cosa per noi? In che modo potremo mai guardare in faccia la nostra amata sapendo che tutto quello che facciamo o lei fa per noi, ha come unico scopo quello di fornire alla Volontà altre “bambole” con cui giocare?
Non posso e non voglio credere che sia davvero così. Non voglio pensare che tutte le persone che mi stanno vicino, a cui voglio bene, agiscano in funzione di una egoistica soddisfazione dei propri piaceri e desideri. Non voglio pensare che i miei amici fingano di fronte a me solo perché magari sono l’unico che ha la macchina o perché vado bene in matematica e vogliono la soluzione di un’equazione. Non voglio pensare che tutte le mie azioni siano frutto di una Volontà superiore che mi usa a suo piacimento. No. No. No. Non voglio credere che tutte le coccole, i baci e le carezze siano solo un modo per arrivare Lì. Non voglio credere che tutta quella magia che sta dietro all’innamoramento, al classico colpo di fulmine sia solo un’illusione. Sarò forse l’ultimo dei romantici ma non posso e non voglio credere a tutto questo. Credo invece alla forza di una carezza, all’intensità di un abbraccio, alla magia di un bacio, alle romanticissime coccole sotto le stelle, ai tramonti contemplati mentre si è abbracciati, alle tenerezze e alle parole dolci sussurrate in un orecchio, al perdersi nei suoi occhi, in un suo sorriso, alle mille follie fatte per amore, alla gioia nell’averla vicino, al gioco di sguardi, al rispecchiarsi nel suo dolcissimo viso, alle passeggiate mano nella mano, alla sensazione di totale smarrimento di fronte a lei, al cuore che batte all’impazzata se veniamo degnati anche solo di un suo sguardo. Credo nel prendersi per mano, guardarsi negli occhi e dirsi TI AMO. Credo e voglio credere in tutto questo.
Sono LIBERO e INNAMORATO.

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La cena dei filosofi

Michele Curto
 

Un giorno il grande filosofo Platone tornando da una lezione tenuta nell’agorà di Atene si ferma davanti alla propria cassetta delle lettere, sbircia dentro e tra le varie bollette della luce e del telefono intravede una strana busta azzurra. La prende, la scarta e vi legge:
“Egr. filosofo Platone
lei è invitato a partecipare Mercoledì 6 Giugno alle ore 20:00 ad una grandiosa cena organizzata da me, il conte Pietro Ratto, dottore in filosofia, presso il mio castello, a cui saranno presenti tutti i più grandi filosofi della storia. Ci saranno, giusto per citare qualche nome, Kant, Hobbes,Aristotele, Fichte, Kierkegaard, Cartesio, Hegel, Pascal, Schelling, Nietzsche e molti altri. La  prego di parteciparvi. È un’occasione unica e irripetibile per potersi confrontare con tutti i più grandi pensatori della storia. Ovviamente è tutto pagato e una limousine la verrà a prendere Mercoledì per portarla alla mia dimora.
Il conte
Pietro Ratto”

Contemporaneamente ma da tutt’altra parte e più precisamente a Königsberg, capitale della Prussia Orientale, un altro filosofo, Immanuel Kant si sta preparando per la sua consueta passeggiata pomeridiana. Dovete sapere che Kant ogni giorno esattamente alle 5 del pomeriggio è solito uscire di casa, camminare per le vie della città rigorosamente solo e pensare al proprio sistema filosofico. Egli è assolutamente puntuale e preciso, si dice infatti che gli abitanti di Königsberg regolino i propri orologi in base all’ora in cui, affacciati alla finestra, lo vedono passare. Per esempio se Hans si affaccia alla finestra e vede passare Kant allora sono le 17:03, se lo vede Oliver allora sono le 17:05 e così via. Quel giorno però, nello stesso istante in cui Kant sta per chiudere la porta di casa, il postino gli recapita una strana busta azzurra. Kant la apre e vi trova lo stesso invito consegnato a Platone. Il filosofo allora, tutto eccitato, rientra in casa per leggere attentamente la lettera dimenticandosi completamente della passeggiata pomeridiana. Decide comunque di uscire ugualmente ma ormai sono già le 18:00 (e fu così che tutta Königsberg andò a dormire un’ora dopo!)
Nel frattempo in molte città europee altri importanti filosofi ricevono la stessa busta azzurra contenente l’invito per questa grandiosa cena, unica nella storia.
Finalmente arriva il gran giorno. Al castello iniziano ad arrivare le prime limousines. Il primo è Kant, puntualissimo come sempre, che sta scrutando il proprio orologio e vede che sono le 19:58. Aspetta due minuti fuori prima di bussare alla porta. La porta si apre e il maggiordomo del conte lo fa accomodare nella biblioteca del castello: una sala immensa con migliaia di libri divisi per autore dove Kant nota che sono presenti tutte le copie originali dei libri di tutti i filosofi, da quelli antichissimi dei filosofi greci a quelli dei filosofi più recenti. Nel frattempo arrivano Sant’Agostino con il suo saio e i sandali di legno, Platone con la tunica delle grandi occasioni, Freud con il pendolino per le ipnosi appeso al collo e poi tutti gli altri. Vengono fatti tutti accomodare nella vastissima biblioteca. Finalmente il conte entra nella sala. Egli è un uomo alto, sui trentacinque, con i capelli brizzolati, indossa uno smoking nero elegantissimo da cui traspare la sua gran classe. Alcuni particolari colpiscono l’attenzione dei filosofi. Il conte infatti ha sul polso destro un polsino azzurro che stona con il resto dell’abito e inoltre le unghie della mano destra sono lunghe e appuntite mentre quelle della mano sinistra sono tagliate. È proprio un tipo eccentrico. Comunque ringrazia i filosofi di essere venuti e li guida nella sala da pranzo dove vi è una lunghissima tavolata imbandita con ogni ben di Dio. Ad uno ad uno i filosofi iniziano a prendere posto. Una volta che tutti si sono accomodati il conte si alza in piedi e dice:
- Benvenuti nella mia umile dimora. Vi ho riunito tutti qui questa sera per discutere con voi di filosofia. Come avrete notato dalla mia fornitissima biblioteca di cui sono molto orgoglioso, io sono un grandissimo appassionato di filosofia. Sono proprio contento che siate venuti tutti e ora iniziamo pure.
Appena il conte finisce il proprio discorso nell’enorme sala cala il silenzio. Nessuno osa parlare, tutti sono timorosi e ognuno prova un grande rispetto nei confronti degli altri. All’improvviso Hegel si alza e salendo in piedi sul tavolo dice:
- Non serve più fare filosofia, io ho capito la verità assoluta, dopo di me non ha più senso filosofare. Io sono Dio. Sant’Agostino costernato si alza e scomunica Hegel, il quale noncurante continua il suo discorso.
Nel parlare il filosofo tedesco fa un ghigno malefico e un po’ folle. Si alza anche Freud, si sfila il suo pendolino dal collo e inizia a farlo oscillare davanti agli occhi di Hegel, il quale cade in catalessi. Freud gli dice:
- Appena schioccherò le dita tu non sarai più un filosofo ma una gallina e ti comporterai di  conseguenza.

SCHIOCK

Hegel inizia a sbattere le braccia mo’ di ali, a beccare nel piatto degli altri filosofi e a fare COCCODÈ.
A questo punto la scintilla è scoppiata e ogni filosofo inizia ad attaccare duramente il proprio rivale.
Hobbes critica Cartesio di aver reso il pensiero sostanza dicendogli :
- Secondo il tuo Cogito Ergo Sum io esisto perché penso e quindi sono pensiero, ma allora nel momento in cui passeggio io sarei una passeggiata!
Cartesio, balbettando, afferma :
- Però passeggiare è una cosa mentre pensare è tutt’altra storia.
Dicendo ciò lo stesso Cartesio si accorge di non esserne pienamente convinto e Hobbes infatti lo apostrofa :
- Ti accorgi tu stesso che quello che stai dicendo non ha alcun senso.
Allora Kant rincara la dose :
- Sempre secondo la tua idea quindi prima mi rendo conto di me stesso, poi dell’esistenza di Dio e infine di quella delle cose. Allora secondo te come farei a pensare e quindi ad esistere se non vi è nulla a cui pensare? Invece accade che contemporaneamente mi rendo conto della mia esistenza e di quella delle cose perché per pensare devo per forza pensare a qualcosa per cui le cose esistono e se penso allora esisto.
Cartesio allora, con la coda tra le gambe, si alza in piedi e fingendo di dover andare ai servizi si allontana da quello che si stava profilando come uno smantellamento del sistema filosofico a cui aveva lavorato per tutta la vita.
Mentre avviene tutto ciò Hegel sta ancora beccando sulla tavolata, all’improvviso scivola su una buccia di banana e cade sul pavimento sbattendo la testa per terra. L’incredibile botta lo fa tornare in sé. Subito si rialza e inizia sparare a raffica contro Fichte, Schelling, Kant e Schopenhauer.
Hegel accusa Fichte di "cattiva infinità". Infatti gli dice :
- Caro mio Fichte, sei solo un filosofo della domenica, io sono Dio e conosco la verità assoluta. L’infinito non può avere limiti, non è possibile che quando si arrivi alla sintesi sorga un nuovo limite. La dialettica deve essere chiusa, l’infinito non deve avere limiti. Sei solo uno stolto, non sei degno di essere definito filosofo, io sono il vero filosofo, sono Dio.
Dopo Fichte Hegel passa a Schelling dicendo :
- Caro Schelling, riesce a spiegarmi il tuo piccolo cervello come sia possibile che da un Assoluto privo di vita, freddo, distaccato e indifferente come quello che tu ipotizzi sia potuto nascere il dinamismo e l’energia della Natura? Il tuo Assoluto è come una notte in cui tutte le vacche sono nere.
Hegel se la prende anche con Kant :
- Caro il mio Kant non hai ancora capito che la realtà è perfetta e che tutto è spiegabile razionalmente e che tutto avviene perché è giusto che avvenga? E come potresti, visto che sei solo un mediocre filosofo mentre io sono Dio. Dall’alto della mia suprema sapienza ti posso dire che la realtà è perfetta così com’è e che ogni sforzo per migliorarla è assolutamente inutile e stupido.
Infine tocca anche a Schopenhauer:
- Carissimo Schopenhauer, la tua filosofia è totalmente irrazionale (come lo sei tu del resto); sei un pazzo, un visionario. Non hai ancora capito che l’Assoluto deve essere razionale e finito e che tutto è ricondotto al soggetto e cioè a Dio che sono io? L’unica filosofia è la mia e ti bandisco da tutte le cattedre di filosofia della Prussia, sia Occidentale che Orientale. Non ti permetto di divulgare le tue idee folli e prive di ogni logica.
A questo punto Fichte, Schelling, Kant e Schopenhauer si coalizzano contro Hegel, gli saltano addosso, lo legano ad una sedia e lo imbavagliano con un tovagliolo. Hegel cerca di divincolarsi ma tutto è inutile: ormai è completamente immobile. In coro i filosofi gli dicono:
- Caro il nostro Hegel visto che sei Dio e hai capito che la realtà è assolutamente perfetta, non cercare di spiegarti i motivi della nostra azione. Ciò è perfettamente razionale, logico e quindi GIUSTO.
In tutto questo trambusto il conte Pietro Ratto assiste divertito e non accenna ad intervenire.
Sbarazzatisi di Hegel, ora i filosofi riprendono a discutere molto animatamente. Kant è infuriato con Fichte che definendosi kantiano aveva pubblicato un libro, la “Dottrina della scienza”, che non rispecchia assolutamente le idee del filosofo prussiano. Per ironia della sorte i primi scritti di Fichte sono stati attribuiti da molti a Kant stesso. Nel dire ciò il professore di Königsberg prende una copia del libro dell'idealista e inizia a stracciargliela davanti al naso. Fichte, decisamente adirato per l’offesa ricevuta, afferra un vassoio con una torta e lo lancia in direzione di Kant, il quale con un’ottima prontezza di riflessi, lo schiva. Il vassoio però colpisce il povero Hegel che legato alla sedia non ha potuto fare nulla per evitare il colpo. Hegel è ancora più arrabbiato e continua a dimenarsi ed ad agitarsi. Fichte, non troppo dispiaciuto, gli dice:
- Scusa Hegel ma prova a pensare per un attimo che anche questo sia perfettamente razionale e quindi giusto.
Nietzsche, che fino ad allora era rimasto seduto e molto tranquillamente aveva continuato a lisciarsi gli enormi baffoni, si alza in piedi di scatto e se ne esce gridando:
- Dio è morto!
Sant’Agostino, che aveva già sentito dire da Hegel che lui era Dio, va letteralmente su tutte le furie per quest’altra affermazione blasfema, e abbandonando tutti gli insegnamenti cristiani salta addosso a Nietzsche cercando di strangolarlo con il crocifisso che aveva appeso al collo. I due continuano ad azzuffarsi selvaggiamente mentre dall’altra parte della sala è nato un diverbio tra Platone ed Aristotele circa la metafisica. Il primo afferma che l’essenza delle cose risiede nelle idee che sono immutabili e perfette e che si trovano nell’iperuranio, l’altro, invece, dice che la natura delle cose si trova nelle cose stesse in quanto non si capisce bene come sia possibile che le idee fuori dalle cose possano essere causa delle cose stesse. Aristotele critica Platone dicendo:
- Nella tua dottrina delle idee queste diventano esclusivamente degli inutili doppioni che complicano, anziché semplificare, ciò che invece devono rendere comprensibile.
I due filosofi continuano a discutere molto animatamente e vengono alle mani. Intanto sempre il solito Hegel, a furia di agitarsi e di dimenarsi, riesce finalmente a liberarsi, ma appena apre bocca per attaccare gli altri filosofi viene subito zittito da Schopenhauer:
- Hegel sei un “sicario della verità”, la tua filosofia è al servizio dei potenti, sei solo un “lecchino”, giustifichi come razionali tutte le “porcherie” della storia. Hai reso tutto perfettamente razionale e spiegabile, ma in realtà esiste la componente irrazionale delle cose: la Volontà. La Volontà, che è irrazionale, è l’unico principio assoluto! La ragione, invece, è lo strumento attraverso cui essa ci inganna mascherando la verità e sfruttandoci.
Incalza anche Kierkegaard:
- La verità è una verità solo quando è una verità per me. La verità non è l’oggetto del pensiero ma il processo con cui l’uomo se l’appropria, la fa sua e la vive: l’appropriazione della verità è la verità. Quanto a te, Hegel: la riflessione non deve essere oggettiva, come invece affermi tu, ma deve essere soggettiva: il singolo uomo è direttamente coinvolto nel suo stesso destino. Tale riflessione non è oggettiva e disinteressata, ma è appassionata e paradossale.
Hegel cerca di interrompere il filosofo danese, il quale però continua imperterrito nella sua critica all’hegelismo:
- La tua filosofia ha fatto dell’uomo un genere animale giacchè solo negli animali il genere è superiore al singolo. Il genere umano ha invece la caratteristica che il singolo è superiore al genere. Oltretutto hai cercato di mediare e conciliare gli opposti che nella vita concreta non risultano affatto mediabili e conciliabili. Poi identificando l’uomo con Dio non hai compreso l’abisso incolmabile che divide il modo d’essere del singolo da quello dell’Assoluto e l’infinita differenza qualitativa tra il finito e l’infinito.
Hegel rimane completamente ammutolito davanti alle innumerevoli critiche ricevute, ma ecco che si alza Marx che difende il filosofo tedesco:
- Hegel ha ragione: l’individuo deve vivere in funzione dello stato e deve completamente annullarsi in esso. La società ha il sopravvento sul singolo.
Hegel grazie a Marx si riprende dalle critiche, ma viene subito “smontato” dal suo stesso salvatore. Infatti Marx prosegue:
- Però, Hegel, tu fai delle realtà empiriche delle manifestazioni necessarie dello Spirito. Invece di limitarti a constatare che in certe epoche vi sono stati ordinamenti politici di tipo monarchico, tu procedi, visto che per te tutto ciò che è reale è anche razionale, nel dedurre la logicità della monarchia giustificandola.
A questo punto Hegel ha perso completamente la sua baldanza e si allontana dalla tavolata, ma prima di andarsene si volta verso gli altri filosofi e grida con tono infantile:
- Io sono Dio. Punto e basta.
I filosofi in coro lo mandano a quel paese.
In tutto questo Nietzsche, che si era riuscito a liberare dalle grinfie di Sant’Agostino, riprende il discorso interrotto prima:
- Dio è morto e l’abbiamo ucciso noi: io e tutti voi. Dio è la nostra più lunga menzogna. Dio rappresenta la personificazione delle varie “certezze” metafisiche, morali e religiose elaborate dall’umanità per dare un senso ed un ordine al caos della vita e del mondo. Con la morte di Dio vengono meno tutte le “certezze assolute” che hanno sorretto gli uomini attraverso i millenni, vengono meno tutti i punti di riferimento. L’uomo si ritrova di fronte al mare aperto del nulla. Con la morte di Dio l’uomo deve andare oltre e trasformarsi in Superuomo per non annegare nel mare del nichilismo. Solo chi ha il coraggio di guardare in faccia la vita e di prendere atto della caoticità a-razionale del mondo, al di là di tutte le illusioni metafisiche, è ormai maturo per varcare l’abisso che divide l’uomo dall’oltre-uomo e diventare così Superuomo.
Schopenhauer concorda con il discorso di Nietzsche e afferma:
- Tutta la realtà è solo una illusione che la Volontà ci mette davanti agli occhi per mascherare la verità. Solo alcuni possono squarciare il Velo di Maya e scoprire la verità che è terribile. La verità è che l’unico principio assoluto è la Volontà: un “mostro” che vuole tutto, che ci sfrutta per arrivare al suo fine: se stessa. La Volontà vuole volere. Il suicidio non è però la soluzione in quanto il suicida non nega la volontà, anzi manifesta un forte attaccamento alla vita che è disposta a sacrificare per sfuggire alle condizioni negative toccategli, inoltre il suicidio sopprime unicamente l’individuo, ossia la manifestazione fenomenica della volontà di vivere, lasciando intatta la cosa in sé, che risorge in mille altre forme di vita che la Volontà può comodamente sfruttare. Una prima e provvisoria soluzione possibile è l’arte, che è la contemplazione delle idee, ossia la conoscenza pura e disinteressata degli aspetti universali e immutabili della realtà. L’arte, a differenza della storia che si riferisce a ciò che è delimitato spazio-temporalmente, permette all’uomo di liberarsi dalla catena dei bisogni e dei desideri, elevandolo al di sopra del dolore e del tempo...
Mentre avviene tutto ciò Hume, che per tutta la vita si era “spaccato la testa” nel cercare di trovare una soluzione alla discussione tra empiristi e razionalisti arrivando alla conclusione che la scienza non potrà mai essere né universale né necessaria, pende letteralmente dalle labbra di Kant facendogli gli occhi dolci. Kant gli parla del suo schematismo trascendentale mostrandogli una copia della sua “Critica della ragion pura”. Galileo sta conducendo esperimenti scientifici sulle molliche di pane e attraverso il suo metodo sperimentale cerca di trovare una legge che spieghi le sue ipotesi. Pascal invece, in barba alla sua concezione del divertissement, sta giocando come un bambino con i cucchiai e le forchette per sottrarsi alla consapevolezza della miseria dell’uomo.
E con questa baraonda in cui vi è gente che grida, che si insulta, che bestemmia, che si azzuffa, si conclude la CENA DEI FILOSOFI, unica nella storia e occasione irripetibile di “pacifico” confronto tra pensieri e opinioni differenti.

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