Site hosted by Angelfire.com: Build your free website today!
 PAGINA DI STORIA TRENTINA                                                                                                        Per non dimenticare

Cesare Andreatta, il partigiano di Levico morto nel febbraio del '45 ad Auschwitz, all'età di 29 anni.

 




 

Qui sopra il fratello Rodolfo (a sinistra nella foto) in un'azione di guerra in Africa.

 


Sopra, ancora Rodolfo Andreatta, in divisa

da federale fascista per le vie di Trento.

 



Morì ad Auschwitz. Ma il fratello era fascista


La tragedia degli Andreatta. Cesare partigiano, Rodolfo al fronte a fianco dei nazisti


Ai primi di febbraio del 1945, 58 anni fa, poco prima che l'Armata Rossa liberasse la Polonia dall'occupazione nazista, moriva nel campo di sterminio di Auschwitz, il più tragico per l'olocausto di milioni di ebrei, un giovane trentino, Cesare Andreatta, nato il 10 aprile 1915 a Levico. Non aveva ancora trent'anni. A quanto consta è l'unico trentino morto ad Auschwitz, al termine di una vita avventurosa, ed anche eroica nel combattere per la libertà, contro il nazifascismo. Una vita affascinante, la sua, perché vissuta su quel «confine» di appartenenze complesse, bifronti, conflittuali, così caratteristico delle famiglie trentine, così «specchio» di un territorio conteso dalla storia, dalle lingue, dagli eserciti, ma anche dalle ideologie. Mentre Cesare combatteva contro i nazisti e moriva ad Auschwitz, infatti, un suo fratello, Rodolfo, di poco più anziano, combatteva contro gli angloamericani, dopo una vita altrettanto avventurosa in Spagna e in Africa, e una carriera politica nel fascismo che lo aveva portato a ricoprire la carica di Federale di Trento. Da un lato Cesare Andreatta, vittima ad Auschwitz, dall'altro Rodolfo Andreatta, Federale del Fascio, sopravissuto alla guerra, ma «epurato» dopo la Liberazione con il sequestro dei beni. Due vite «contro», quelle dei due fratelli, che traggono però origine da uno stesso ambiente, dalle radici di una famiglia di piccoli proprietari contadini di Levico, cattolica, con dieci figli (un terzo fratello sarebbe diventato sacerdote) dalle scelte coerenti, anche se su versanti opposti. Questa «doppia storia» trentina, parallela e divergente, è stata ricostruita da Gianpaolo Andreatta (lo studioso dell'Autonomia, il più diretto collaboratore di Bruno Kessler negli anni «eroici» in Provincia) di cui Cesare e Rodolfo erano zii, fratelli del papà Giuseppe. Don Pietro era l'altro fratello, diventato prete. Le radici della famiglia sono contadine, piccoli proprietari a Levico, titolari di un uso civico a Vezzena. Il soprannome di famiglia è «Baiocchi», perché il nonno aveva fatto la ferma (allora pluriennale) con Radetzky a Milano e nel milanese i soldi si chiamavano «baiocchi». La famiglia è profondamente cattolica, filoasburgica, antisocialista nelle violente polemiche d'inizio secolo, ma popolare e antifascista nel dopoguerra, tanto che ne frequentava la casa il senatore Carbonari, indomito, il quale dopo aver perduto ogni possibilità di lavoro per essersi rifiutato di prendere la tessera del fascio, girava di paese in paese a vendere lucido e stringhe da scarpe per sostenere la famiglia. La vita è difficile negli anni della grande crisi, e tre dei dieci figli «Baiocchi» vengono avviati al seminario. E sarà proprio il seminario, col suo «mix» di studio e disciplina, apertura mentale e costrizione psicologica, all'origine di scelte tanto diverse. Pietro finisce gli studi e viene ordinato sacerdote, Rodolfo (che è compagno del futuro onorevole Helfer) abbandona e si arruola volontario con le camice nere nella guerra di Spagna, mentre Cesare lascia anch'egli il seminario ed emigra clandestino in Francia (dove già si trovava un altro fratello) per non essere costretto ad arruolarsi nell'esercito del Duce. L'allora piccolo Gianpaolo ricorda ancora che sulla porta di casa, a Levico, le autorità avevano affisso un foglio con la scritta «Questa è la casa di un disertore», e che la mamma ne era ferita, pur sostenendo le scelte dei figli. Anche perché l'altro fratello, Rodolfo, laureato, influenzato dalle letture dei radicali cattolici francesi di destra (Maurras), dell'Action Franaise e di Sorel, il «maestro» di Mussolini, volontario in Spagna per anticomunismo, «riequilibrava» la situazione.Rodolfo fu tra primi a entrare in Malaga (la vittoria fascista che spianò ai franchisti la via per Madrid nel 1936) ricoprì poi incarichi per il partito fascista, nel 1940 si arruolò volontario in Africa, divenne capitano dei Bersaglieri, fu ferito a Bir el Gobi e quindi rimpatriato. Nel luglio 1943 era Federale a Trento e di là fu trasferito a Palau dove venne fatto prigioniero dopo l'8 settembre. L'altro fratello, Cesare, seguiva invece un percorso inverso. Il seminario, per reazione, l'aveva fatto diventare anticlericale, l'incontro con le letture socialiste e marxiste avevano accentuato e indirizzato il suo antifascismo «popolare». Emigrato in Francia si era ricongiunto al fratello e con lui aveva avviato una piccola azienda di lavorazione del granito, riuscendo ad acquisire la cittadinanza francese. Era cittadino francese quando, nel 1940, le armate di Hitler travolsero la Linea Maginot, giungendo fino a Parigi ed instaurando, nel sud del paese, il regime collaborazionista di Vichy. Cesare Andreatta però, non collaboro, ma seguì l'appello di De Gaulle e riuscì a riparare, come parte dell'esercito e della flotta francese, in Algeria. A questo punto nella storia di Cesare c'è un vuoto fino all'estate 1944 quando. Dopo lo sbarco degli Alleati in Normandia (il 6 giugno) mentre le armate americane avanzano, viene paracadutato dietro le linee tedesche nella zona dei Vosgi, da lui ben conosciuta, per supportare le fila partigiane (i «màquisards»!) con azioni di guerriglia volte a scompaginare le retrovie e le comunicazioni tedesche. Il 6 ottobre 1944, nel corso di un vasto rastrellamento nazista contro i partigiani, fra Vittel ed Epinal, Cesare Andreatta viene catturato con altri compagni a Senones. Un monumento ancora ricorda quell'azione di guerra e il sacrificio dei «maquìs». Imprigionato Cesare viene deportato a Dachau e quindi ad Auschwitz. Le ultime notizie su di lui, da quel lager, risalgono al 23 gennaio 1945. Il 13 luglio 1948 alla famiglia venne recapitato dal ministero francese delle Vittime di Guerra l'atto di decesso di Cesare. E' una storia che invita a riflettere, con i destini così diversi di questi due giovani, usciti dalla stessa famiglia cattolica, dallo stesso ambiente pacifico della Valsugana contadina, diventati protagonisti della storia del «secolo breve» e da essa travolti in brevi vite. E però, sui fronti opposti, giovani seri, integri nel carattere, coerenti, orgogliosi. Quando gli sequestrarono i beni il fascista Rodolfo dirà: «Non ho mai tradito», mentre Cesare difenderà fino in fondo - in coerenza con la sua giovinezza che lo aveva avvertito di come fascismo e nazismo avrebbero distrutto l'Europa - la sua dignità di uomo libero. Cesare è l'anticlericale che capisce come sia proprio il nazismo che vuole uccidere Dio. Il capolinea è Auschwitz. «In fondo - commenta Gianpaolo Andreatta, che ora ha 72 anni - gli zii, i fratelli del mio papà, sono stati due vittime: Rodolfo di un percorso di chiesa duro, chiuso, intransigente, la chiesa che sostenne poi il fascismo; Cesare di un percorso drammatico di ideologie, di scontri». Ma la loro storia segna come l'identità trentina, all'interno di una stessa famiglia, possa essere stratificata, complessa, come occorra prenderla tutta in blocco, con le sue contraddizioni. E' questa, infatti, la sua ricchezza.