Morì ad Auschwitz. Ma il fratello era fascista
La tragedia degli Andreatta. Cesare partigiano, Rodolfo al fronte a fianco dei nazisti
Ai primi di febbraio del 1945, 58 anni fa, poco
prima che l'Armata Rossa liberasse la Polonia dall'occupazione nazista, moriva nel campo di sterminio di Auschwitz, il più tragico per l'olocausto di milioni di ebrei,
un giovane trentino, Cesare Andreatta, nato il 10 aprile
1915 a Levico. Non aveva ancora trent'anni. A quanto consta è l'unico trentino morto ad Auschwitz, al termine di
una vita avventurosa, ed anche eroica nel combattere per
la libertà, contro il nazifascismo. Una vita affascinante, la
sua, perché vissuta su quel
«confine» di appartenenze
complesse, bifronti, conflittuali, così caratteristico delle
famiglie trentine, così «specchio» di un territorio conteso
dalla storia, dalle lingue, dagli eserciti, ma anche dalle
ideologie. Mentre Cesare combatteva
contro i nazisti e moriva ad
Auschwitz, infatti, un suo fratello, Rodolfo, di poco più anziano, combatteva contro gli
angloamericani, dopo una vita altrettanto avventurosa in
Spagna e in Africa, e una carriera politica nel fascismo
che lo aveva portato a ricoprire la carica di Federale di
Trento. Da un lato Cesare Andreatta, vittima ad Auschwitz, dall'altro Rodolfo Andreatta, Federale del Fascio, sopravissuto alla guerra, ma «epurato» dopo la Liberazione con
il sequestro dei beni. Due vite
«contro», quelle dei due fratelli, che traggono però origine
da uno stesso ambiente, dalle
radici di una famiglia di piccoli proprietari contadini di
Levico, cattolica, con dieci figli (un terzo fratello sarebbe
diventato sacerdote) dalle
scelte coerenti, anche se su
versanti opposti. Questa «doppia storia» trentina, parallela e divergente, è
stata ricostruita da Gianpaolo Andreatta (lo studioso dell'Autonomia, il più diretto collaboratore di Bruno Kessler
negli anni «eroici» in Provincia) di cui Cesare e Rodolfo
erano zii, fratelli del papà
Giuseppe. Don Pietro era l'altro fratello, diventato prete. Le radici della famiglia sono contadine, piccoli proprietari a Levico, titolari di un
uso civico a Vezzena. Il soprannome di famiglia è
«Baiocchi», perché il nonno
aveva fatto la ferma (allora
pluriennale) con Radetzky a
Milano e nel milanese i soldi
si chiamavano «baiocchi». La
famiglia è profondamente cattolica, filoasburgica, antisocialista nelle violente polemiche d'inizio secolo, ma popolare e antifascista nel dopoguerra, tanto che ne frequentava
la casa il senatore Carbonari,
indomito, il quale dopo aver
perduto ogni possibilità di lavoro per essersi rifiutato di
prendere la tessera del fascio,
girava di paese in paese a vendere lucido e stringhe da scarpe per sostenere la famiglia. La vita è difficile negli anni
della grande crisi, e tre dei
dieci figli «Baiocchi» vengono
avviati al seminario. E sarà
proprio il seminario, col suo
«mix» di studio e disciplina,
apertura mentale e costrizione psicologica, all'origine di
scelte tanto diverse. Pietro finisce gli studi e viene ordinato sacerdote, Rodolfo (che è
compagno del futuro onorevole Helfer) abbandona e si arruola volontario con le camice nere nella guerra di Spagna, mentre Cesare lascia anch'egli il seminario ed emigra
clandestino in Francia (dove
già si trovava un altro fratello) per non essere costretto
ad arruolarsi nell'esercito del
Duce. L'allora piccolo Gianpaolo ricorda ancora che sulla porta di casa, a Levico, le
autorità avevano affisso un
foglio con la scritta «Questa è
la casa di un disertore», e che
la mamma ne era ferita, pur
sostenendo le scelte dei figli.
Anche perché l'altro fratello,
Rodolfo, laureato, influenzato dalle letture dei radicali
cattolici francesi di destra
(Maurras), dell'Action Franaise e di Sorel, il «maestro» di
Mussolini, volontario in Spagna per anticomunismo, «riequilibrava» la situazione.Rodolfo fu tra primi a entrare in Malaga (la vittoria fascista che spianò ai franchisti la
via per Madrid nel 1936) ricoprì poi incarichi per il partito
fascista, nel 1940 si arruolò
volontario in Africa, divenne
capitano dei Bersaglieri, fu ferito a Bir el Gobi e quindi rimpatriato. Nel luglio 1943 era
Federale a Trento e di là fu
trasferito a Palau dove venne
fatto prigioniero dopo l'8 settembre. L'altro fratello, Cesare, seguiva invece un percorso inverso. Il seminario, per reazione, l'aveva fatto diventare
anticlericale, l'incontro con
le letture socialiste e marxiste avevano accentuato e indirizzato il suo antifascismo
«popolare». Emigrato in Francia si era ricongiunto al fratello e con lui aveva avviato una
piccola azienda di lavorazione del granito, riuscendo ad
acquisire la cittadinanza francese. Era cittadino francese
quando, nel 1940, le armate di
Hitler travolsero la Linea Maginot, giungendo fino a Parigi
ed instaurando, nel sud del
paese, il regime collaborazionista di Vichy. Cesare Andreatta però,
non collaboro, ma seguì l'appello di De Gaulle e riuscì a riparare, come parte dell'esercito e della flotta francese, in
Algeria. A questo punto nella
storia di Cesare c'è un vuoto
fino all'estate 1944 quando.
Dopo lo sbarco degli Alleati
in Normandia (il 6 giugno)
mentre le armate americane
avanzano, viene paracadutato dietro le linee tedesche nella zona dei Vosgi, da lui ben
conosciuta, per supportare le
fila partigiane (i «màquisards»!) con azioni di guerriglia
volte a scompaginare le retrovie e le comunicazioni tedesche. Il 6 ottobre 1944, nel corso di un vasto rastrellamento
nazista contro i partigiani,
fra Vittel ed Epinal, Cesare
Andreatta viene catturato
con altri compagni a Senones. Un monumento ancora
ricorda quell'azione di guerra e il sacrificio dei «maquìs».
Imprigionato Cesare viene deportato a Dachau e quindi ad
Auschwitz. Le ultime notizie
su di lui, da quel lager, risalgono al 23 gennaio 1945. Il 13
luglio 1948 alla famiglia venne recapitato dal ministero
francese delle Vittime di
Guerra l'atto di decesso di Cesare. E' una storia che invita a riflettere, con i destini così diversi di questi due giovani,
usciti dalla stessa famiglia
cattolica, dallo stesso ambiente pacifico della Valsugana
contadina, diventati protagonisti della storia del «secolo
breve» e da essa travolti in
brevi vite. E però, sui fronti
opposti, giovani seri, integri
nel carattere, coerenti, orgogliosi. Quando gli sequestrarono i beni il fascista Rodolfo
dirà: «Non ho mai tradito»,
mentre Cesare difenderà fino
in fondo - in coerenza con la
sua giovinezza che lo aveva
avvertito di come fascismo e
nazismo avrebbero distrutto
l'Europa - la sua dignità di uomo libero. Cesare è l'anticlericale che capisce come sia proprio il nazismo che vuole uccidere Dio. Il capolinea è
Auschwitz. «In fondo - commenta Gianpaolo Andreatta, che ora ha
72 anni - gli zii, i fratelli del
mio papà, sono stati due vittime: Rodolfo di un percorso di
chiesa duro, chiuso, intransigente, la chiesa che sostenne
poi il fascismo; Cesare di un
percorso drammatico di ideologie, di scontri». Ma la loro
storia segna come l'identità
trentina, all'interno di una
stessa famiglia, possa essere
stratificata, complessa, come
occorra prenderla tutta in
blocco, con le sue contraddizioni. E' questa, infatti, la sua
ricchezza.